Il Martedi nero di Wall Street

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-di Giuseppe Esposito-

Il 29 ottobre del 1929 è rimasto scolpito negli annali del XX secolo come il “Martedì nero” o anche come il giorno del “Big Crash”. Sono trascorsi 91 anni da quel giorno fatale ma il ricordo non si attenua nella memoria collettiva. A quel martedì infausto seguì una crisi finanziaria cui fu dato il nome di Grande depressione.

Originata negli Stati Uniti essa si diffuse in ogni parte del mondo, al modo stesso di una pandemia e segnò profondamente gli anni che vanno dai Trenta all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Nel linguaggio comune, il martedì nero ha acquistato la valenza di tracollo fatale, tracollo la cui origine affondava le radici nelle speculazioni del capitalismo privo di freni. Son passati più di 90 anni ma sembra che il mondo non abbia ancora appreso la lezione. Oggi, infatti, ci dobbiamo di nuovo confrontare con una crisi profonda che ha le stesse origini di quella che ha fatto seguito al 29 ottobre del ’29. Quel sistema economico continua ad arrecare danni al pianeta e nessuno sembra intenzionato a mettere fine a tale incresciosa situazione. Le disuguaglianze create da quelle teorie sfrenatamente liberiste ci affliggono oggi ancor più di allora, causando la fine di ogni visione del mondo, visto solo attraverso il profitto di pochi, a danno della maggior parte dell’umanità.

Il quinquennio che precedette il crollo del ’29 aveva visto una progresso tumultuoso della Borsa di New York, portando l’indice Dow Jones ad acquisire un valore pari a dieci volte quello iniziale. Ma si era trattato di quella che oggi si definisce in gergo, una bolla speculativa. Alla fine di settembre 1929 i prezzi del listino avevano raggiunto livelli mai visti prima. Ma, già ai primi di ottobre, si avvertirono segni di cedimento. Nel corso del mese le perdite aumentarono progressivamente ed alla fine si registrò una perdita del 17%.  Ai primi di ottobre un breve recupero e poi di nuovo i prezzi presero a calare.

Il 25 ottobre la situazione si era fatta preoccupante ed il panico prese a serpeggiare nel salone delle contrattazioni. Per cercare di porre rimedio ad una situazione che volgeva sempre più al peggio i maggior banchieri americano dell’epoca si riunirono. Vi era Thomas W, Lamonte, capo della Morgan Bank, Albert Wiggin della Chase National Bank, e Charles E. Mitchell della National City Bank, cioè il Gotha del mondo bancario statunitense. Dopo una agitata seduta dettero mandato ad Albet Whitney, vice presidente dell’Exchange di agire per loro conto. Whitney, allora, prese a comprare a piene mani azioni della U.S. Steel, a prezzi di molto superiori a quelli di mercato, tra lo stupore degli altri operatori di borsa. Lo stesso fece anche con altri titoli Blue chip, nella speranza di riportare l’ottimismo e stimolare gli acquisti. Ma la manovra non ebbe effetto.

Se quel tipo di strategia aveva risolto la crisi del 1907, in quei frangenti non ottenne alcun risultato. Il calo dei prezzi continuò inesorabile. Il lunedì successivo un piccolo recupero sembrò prendere piede, ma si trattò di un fuoco di paglia. Un altro consistente numero di investitori abbandonò il mercato e l’indice calò di un altro 13%.

Si giunse così al fatidico 29 ottobre. Durante la giornata furono venduti 16,4 milioni di azioni, un record mai più superato fino alla crisi del 1969.  Entrarono in gioco anche i Rockfeller con massicci acquisti, ma il trend non mutò. L’indice calò di un altro 12 %, bruciando ulteriori 14 miliardi di dollari che sommati a quelli precedenti portarono il totale delle perdite a 30 miliardi di dollari. Una cifre dieci volte il budget annuale degli Stati Uniti e superiore perfino ai costi sostenuti durante la prima guerra mondiale.

Il crollo portò alla chiusura di innumerevoli imprese ed ad un aumento enorme della disoccupazione. In città si assistette a vere e proprie manifestazioni di follia e ad innumerevoli suicidi. Occorsero alcune decine di anni perché la borsa e l’economia tornasse ai livelli pre-crisi.

Nel 1931 il Senato degli Stati Uniti creò la Pecora Commission per indagare sulle cause della crisi.

A seguito di quelle indagini, nel 1933 fu emanato, dal Congresso il Glass-Steafel Act, col quale si imponeva la separazione tra banche commerciali, che raccoglievano il risparmio privato ed erogavano mutui, dalle banche d’affari che sottoscrivono azioni, obbligazioni ed altri titoli che poi distribuiscono a degli investitori. In Italia anche il Governo fascista adottò una simile determinazione che, purtroppo, negli anni novanta del secolo scorso, è stata abolita, contribuendo al caos attuale che regna nel campo bancario.

La grande depressione è vista dai più come conseguenza di quel crollo della borsa di New York, tuttavia alcuni autori quali Shumpeter e Kondratieff vedono quel crollo come un evento del processo continuo dell’economia che va sotto il nome di Ciclo economico ed il Martedì nero, a loro parere, non ebbe altro effetto se non quello di accelerare la fine del ciclo in corso a quell’epoca.

La storia economica, a loro avviso, è formata da cicli in cui, a periodi di crescita seguono periodi di stasi o decrescita, legati a vari fattori quali i cambiamenti tecnologici, politici, demografici ed altri innumerevoli fattori, non tutti prevedibili.

Un altro interessante insegnamento che possiamo trarre è quello legato al comportamento della Federal Reserve,  che, a seguito della crisi, ridusse la moneta circolante trasformando così la recessione ciclica in depressione. Sembra di vedere, in questo, lo stesso assurdo comportamento rigorista imposto, nell’ambito della UE, dalla visione tedesca dell’economia.

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