Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Il Cardinale Ruffo, “lazzaro” napoletano.

Vi sono figure nella storia che la vulgata corrente, soprattutto quella postunitaria, ha messo dal lato dei cattivi. E nessuno, confidando nella verità dei manuali scolastici si è mai preoccupato di andare a verificare la giustezza di quegli assunti. Poi capita, che la curiosità abbia la meglio e si vanno a cercare notizie intorno a quelle figure condannate dalla storia ufficiale. Si possono avere  allora, delle vere sorprese. Una di quelle figure il cui solo nome è avvolto da un’aura fosca, assolutamente negativa è quella del Cardinale Fabrizio Ruffo, conosciuto come capo dell’esercito sanfedista. Ed in quel sostantivo sanfedista vi è già una sorta di condanna, di disprezzo.

Ma il cardinale Ruffo fu l’uomo su cui il destino fece ricadere, nel fatidico anno 1799, l’onere di riscattare l’onore delle armi napoletane contro i francesi che erano, a tutti gli effetti degli invasori.

Fabrizio Ruffo dei duchi di Bagnara, fu uno di quegli uomini che vivono nell’ombra, senza essere coinvolti dagli eventi della storia, ma che poi quando, per uno di quegli strani casi del destino, sono costretti a ricoprire un ruolo, diventano dei protagonisti e lasciano una traccia di sé indelebile.

Fabrizio Dionigi Ruffo nacque nel  castello di San Lucido, in Calabria il 16 settembre del 1744. Giovanissimo si trasferì a Roma, presso uno zio cardinale per compiere gli studi e intraprendere la carriera ecclesiastica. Tra i suoi precettori vi era Giovanni Angelo Braschi con cui vi furono inizialmente molti attriti, tanto che durante una lite, il giovane Ruffo arrivò a mollargli un sonoro ceffone. Ma da quello schiaffo nacque in seguito una solida amicizia. Infatti il Braschi assunto al trono di Pietro col nome di Pio VI, si ricorderà del suo amico nominandolo Tesoriere Generale della camera Apostolica.

In quel ruolo il Ruffo, con rigore intransigente, mise  mano al riordino delle finanze vaticane, abolendo ingiusti privilegi e senza fare sconti a nessuno. Atteggiamento che gli procurò non pochi nemici, ma alla fine la sua opera di risanamento ottenne  un grande successo e le finanze vaticane conobbero un rigoglioso rifiorire.

Lo scoppio della rivoluzione francese lo trovò, naturalmente, a difesa della tradizione, ma egli si rese  conto che da quello sconvolgimento in poi la parola sarà affidata alle armi. Così cominciò ad interessarsi di argomenti militari. Lanciò una riorganizzazione dell’esercito pontificio e soprattutto dell’artiglieria di cui comprendeva la fondamentale importanza. Ma i nemici che si era creato in tanti anni di attività al servizio della Santa Sede erano sempre più agguerriti e nemmeno il papa poteva  essergli d’aiuto. Si dimise quindi da ogni carica e nominato cardinale da Pio VI, venne mandato a Napoli, presso la corte di Ferdinando IV. Lì fu preceduto dalla sua fama di uomo onesto ed incorruttibile, cosa questa che mise in allarme tutte le camarille presenti intorno al re e alla regina. Venne pertanto allontanato dalla capitale e nominato governatore della colonia di San Leucio, di cui risollevò le sorti, portandola ad un livello mai raggiunto prima.

All’arrivo dei Francesi consigliò il re di non abbandonare Napoli, ma quando il re si imbarcò per Palermo lo seguì. Il momento era drammatico, le truppe scarseggiavano e la difesa del re e della Sicilia era affidata solo alle navi di Nelson. La corte era nel panico, ma proprio in quel momento al cardinale Ruffo venne  l’idea che occorreva passare all’azione. Espose al re il suo piano: sbarcare in Calabria, sollevare il popolo, assoldare un’armata e marciare su Napoli. Sembrava una follia, tanto più che Ruffo non chiedeva nulla, solo l’assenso del re. I cortigiani se la ridevano e lo facevano passare per pazzo. Un uomo di chiesa, senza soldi, senz’armi né uomini, come poteva solo immaginare di riuscire là dove altri militari di professione avevano fallito ed erano stati sconfitti dai Francesi?

Ma in tutta la corte v’era solo un’altra persona che amava le follie ed era il re Ferdinando IV che firmò il decreto di nomina di Ruffo a Vicario Generale del Regno. Gli unici ad essere contenti furono Acton e Nelson che pensvano così di essersi liberati di quell’individuo che odiavano.

Ruffo confidava nell’appoggio divino e solo in quello. Egli era un uomo di fede e credeva fortemente nei miracoli. Sugli stendardi dell’armata che andrà costituendo, dopo lo sbarco, in Calabria farà porre il motto costantiniano dell’ “In hoc signo vinces”.

Quando metterà piede sul suolo calabro erano con lui solo sei persone: il marchese Filippo Malaspina, aiutante del re, gli abati Lorenzo Sparziani e Sacchinelli, storiografo della spedizione, più tre domestici, di cui uno era Carlo Cuccaro.

Giunto a Messina si rivolse per aiuti al comandante della piazza, generale Giovanni Danero ed al marchese Taccone, ma non ottenne nulla. Toccò, cioè, con mano il disfattismo delle alte sfere della burocrazia. Trovò però collaborazione nel maggiore Emanuele Afan de Rivera. Nella notte tra il 7 e l’8 febbraio, il cardinale trovò sulla spiaggia di Catona ad attenderlo il colonnello Antonio Winspeare ed il tenente Francesco Carbone con un primo, sparuto gruppo di armati. Fissò il suo quartier generale in un casale di una tenuta del fratello, il duca di Baranello ed emanò un proclama destinato a tutti i vescovi e i parroci della Calabria, perché si attivassero a reclutare uomini per la riconquista del Regno. Segno distintivo degli appartenenti alla costituenda armata sarà una croce bianca cucita sul lato destro del cappello.

L’appello del cardinale ebbe  un certo successo e dopo pochi giorni egli poteva contare su tre compagnie per un totale di 210 uomini. L’armamento però scarseggiava e gli uomini erano anche malvestiti. Il governo repubblicano avvisato del suo sbarco aveva messo una cospicua taglia sulla sua testa. Dando fondo alle sue poche disponibilità finanziarie Ruffo commissionò agli artigiani del luogo la confezione di abiti e scarponi per i suoi soldati. Dal taglio dei boschi circostanti si ricavarono lunghe pertiche, all’estremità delle quali saranno fissate delle punte di ferro in modo da ottenere delle lance.

La cura dell’organizzazione, a partire dalle divise all’assegnazione dei ruoli, rivela la capacità organizzativa del cardinale e successivamente, durante la lunga marcia verso la capitale emergeranno anche le sue doti strategiche ed il suo coraggio di combattente.

La guerra intrapresa non era di quelle convenzionali, ma una guerra per bande, nella quale il confine tra combattenti irregolari e briganti è assai labile. Per questo il cardinale reprime duramente ogni eccesso dei suoi uomini.

La lunga marcia verso Napoli iniziò il 13 febbraio 1799.  Si era  nel cuore di un inverno rigido e le strade erano piene di fango. Ma si procedeva mentre altri uomini venivano ad ingrossare le fila dell’armata di Ruffo. Per far fronte alle scarse risorse disponibili e non ricevendo nulla dal re, il cardinale decise di requisire i beni di quegli aristocratici calabresi che risiedevano ancora nella capitale sotto un governo illegittimo. Intanto lentamente risaliva verso nord. Fece  tappa a Scilla, a Bagnara, a Sant’Eufemia e a Palmi. Il 24 febbraio era a Mileto e le sue truppe contavano ormai quasi 17.000 uomini. Monteleone si arrese  e fornì al cardinale una somma di 10.000 ducati coi quali si organizzò un primo nucleo di cavalleria. Poi per ridurre il rischio di uno scontro frontale col nemico l’armata si divise in due colonne.

Il 5 marzo erano a Maida e poi a Catanzaro. Tutte le città e le province attraversate erano state ricondotte all’obbedienza al re. Poi si decise di entrare in Puglia dove furono prese Altamura e Gravina, il 24 maggio. Il 10 giugno l’armata giunse nella piana di Nola. Napoli era lì a breve distanza ed iniziò una manovra di accerchiamento. I difensori della repubblica organizzarono una sortita  con quattro colonne per cercare di rompere il fronte avversario. La sortita a stella avvenne in quattro direzioni: La colonna al comando del generale Federici puntò su Nola. Quella del generale Schifani si diresse verso Salerno. Manthonné era a Barra e Bosset diresse verso Venafro. Ma il tentativo degli assediati fallì. Le truppe di Federici furono distrutte a Marigliano, Schifani fermato a Torre Annunziata, Manthonné non riuscì a superare Barra ed anche Bosset ripiegò. L’esercito della Santa Fede contava ormai quasi 25.000 uomini ed un reparto di cavalleria con 1000 cavalli.

Nelle file dei difensori della Repubblica cominciarono a verificarsi numerose defezioni che andavano ad ingrossare l’esercito assediante. Oramai Napoli è vicina, ma prima di arrivarci si pose l’assedio al forte di Vigliena che resistette accanitamente. La battaglia fu risolta dall’esplosione della santabarbara della piazzaforte che distrusse il forte e causò centinaia di morti da entrambe le parti. A Napoli i repubblicani si asserragliarono nei castelli della città, in Castel dell’Ovo, in Castelnuovo ed in Castel Sant’Elmo. La popolazione era insorta ed inneggiando al re e voleva vendicare le tremila vittime del cannoneggiamento sulla città effettuato dai giacobini dopo la presa di Sant’Elmo. La situazione è delicata poiché si apre la caccia ai giacobini. Ruffo non solo è cardinale di Santa Romana Chiesa, ma è anche un fine stratega, cerca di risolvere la partita per via diplomatica per non esacerbare il clima in città.

Convinse i repubblicani asserragliati a firmare la resa in cambio della vita. Ma gli accordi sottoscritti dal cardinale furono poi stracciati dagli inglesi che, come sempre, perseguono solo il loro interesse, anche a scapito dell’alleato. Così dopo il ritorno del re, sulla spinta di Nelson, cominciano i processi in danno dei giacobini fra i quali vi erano molte personalità di primissimo piano. Purtroppo essi erano tutti intellettuali appartenenti ad una classe sociale che mal conosceva le esigenze vere della popolazione,  avevano agito in maniera troppo dottrinale ed erano stati praticamente soggetti alla dittatura del generale Championnet, non avevano saputo conquistare il favore del popolo.

 Ruffo che non era affatto d’accordo con le vendette che furono volute da Acton, Nelson e dalla regina, si ritirò, accontentandosi solo della gratitudine del re, per avergli reso il trono. Alla fine si può senz’altro affermare, che Ruffo  fu un patriota la cui impresa è rimasta nella memoria di molti meridionali. Come i lazzari difese l’onore della patria napoletana, umiliata dagli occupanti stranieri.

 

 

 

 

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