Gli ultimi eroi romantici del ‘900: Francesco De Pinedo

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-di Giuseppe Esposito-

Il progresso e la globalizzazione, pur se apprezzabili sotto certi versi, ci hanno però privati del piacere della scoperta, almeno in campo geografico. Hanno contribuito alla scomparsa di quel che un tempo erano gli esploratori che con le loro spedizioni si avventuravano nelle zone più impervie e sconosciute del mondo.

Oggi, sopra di noi, orbita una serie di satelliti che sono in grado di scrutare ogni centimetro quadro della superficie terrestre, ergo, non c’è più niente da scoprire. Non c’è quindi più posto per quella specie di uomini a metà strada tra lo scienziato e l’avventuriero. Si è perso il brivido dell’avventura che i viaggiatori di allora  comunicavano poi ai lettori, i resoconti delle loro imprese, pubblicati al rientro nei paesi d’origine.

Gli ultimi eroi di quel tempo ormai remoto sono stati forse gli aviatori. Le loro imprese apparivano ardite ed ai limiti delle possibilità umane e tecniche, a causa dei mezzi ancora rudimentali di cui disponevano, tuttavia nei loro cuori scintillava la curiosità che è sempre stata la molla della conoscenza.

Tra i primi eroi di quella specie alcuni erano napoletani, come, ad esempio, Francesco De Pinedo.

De Pinedo era nato da una famiglia della nobiltà napoletana, il  16 febbraio del 1890, in un momento in cui la città era ricca di fermenti culturali ed artistici eccezionali, di quella Napoli che aveva dato i natali ad un altro eroe nazionale, quel generale Armando Diaz che, riscattando l’onta di Caporetto dovuta all’inettitudine di Cadorna, condusse l’Italia al trionfo di Vittorio Veneto, mettendo così fine all’immane tragedia del primo conflitto mondiale.

Francesco De Pinedo a diciotto anni si arruolò nella Regia Marina ed entrò poi all’Accademia Navale di Livorno, nel Corpo di Stato Maggiore. Prese parte da guardiamarina alla guerra italo-turca del 1911 nel corso della quale ebbe modo di osservare, per la prima volta, l’uso bellico degli aeroplani.

Nel luglio del 1917 entrò a far parte del Servizio Aeronautico della Marina, volando su apparecchi FBA Type H e Macchi M5. Nel corso dell’ultimo scorcio di guerra ebbe modo di guadagnarsi ben quattro medaglie d’argento al valor militare.

Alla fine del conflitto ebbe modo di fare dei voli dimostrativi in Olanda e i Turchia, dimostrando una notevole capacità di organizzare eventi del genere.

Nel 1923 raggiunge il Raggruppamento idrovolanti ed entra nel suo Stato Maggiore col grado di capitano di corvetta. Nel 1925 è tenente colonnello. In quegli anni il fascismo, giunto al potere è alla ricerca del modo per consolidare la propria posizione e crearsi una buona immagine. Mussolini vede nell’aviazione un mezzo ottimale per la propaganda fascista. Nomina allora De Pinedo “Messaggero di italianità” e lo spinge ad organizzare imprese aeree che possano avere grande risonanza nel mondo e dimostrare le capacità aviatorie italiane.

Ispirandosi allora al raid aereo compiuto nel 1920 da Arturo Ferrarin e Guido Masiero che partendo da Roma avevano raggiunto Tokio in aereo, De Pinedo organizza un raid a bordo di un  idrovolante che lo porterà Sesto Calende sul lago di Como a Sidney e poi a Tokio. La partenza avviene il 20 aprile del 1925 a bordo dell’idrovolante battezzato Gennariello, in onore della sua città natale. Era un apparecchio con struttura interamente in legno rivestito di tela, lungo 10 metri e con un’apertura alare di 15,5 metri. Con quello, De Pinedo coprì una distanza tra andata e ritorno di 55.000 chilometri in 3701 ore di volo. Tutto ciò appena 22 anni dopo il primo breve volo dei fratelli Wright ed in un’epoca in cui l’aviazione civile era ancora di là da venire.

Le peripezie di quell’avventura furono riportate nel libro “Un volo di 55.000 chilometri” edito nel 1927 dalla Mondadori. In esso De Pinedo scriveva a proposito dello scopo dell’impresa:

Itinerario: il percorso del raid sull’idrovolante S16 te, nel 1925, 55.000 chilometri di cui 40.000lungo costa, 8.000 si mare aperto e 7.000 su terra ferma.

Mi riproponevo di dimostrare la tesi di poter volare con un idrovolante meglio che con un  bastimento, potendo navigare anche su terra … Gli idrovolanti sono le sole macchine da volo che possono andare ovunque dato che il 90% dei maggiori centri abitati del mondo sono sul mare o lungo grandi arterie fluviali. Io affermo che le attuali linee aeree europee potrebbero essere percorse con idrovolanti, con maggiore economia di esercizio e di impianti e con maggiore sicurezza.”

Ma la storia dimostrerà come quella convinzione fosse errata ed infatti l’idrovolante non ebbe alcuno sviluppo commerciale. Ma quel lungo raid dall’Italia al Giappone era stato davvero un’avventura irta di difficoltà tecniche e di navigazione. Si pensi che il velivolo era privo di radio e di sestante ed ogni giorno bisognava raggiungere una località mai vista prima. La rotta era segnata su una carta in base alle indicazione di piloti inglesi che nulla sapevano di idrovolanti. Spesso si doveva decidere il punto di ammaraggio essendo al limite dell’autonomia, col serbatoio quasi vuoto. A bordo erano in due Francesco De Pinedo ed il motorista per cui dovevano fare tutto da soli come se fossero a bordo di una piccola imbarcazione. Talvolta, come avvenne alla corte imperiale del Giappone, De Pinedo si addormentava all’improvviso durante i festeggiamenti organizzati in suo onore, a causa della stanchezza accumulata.

Poiché l’uso di idrovolanti per usi commerciali non attecchiva decise, nel 1927,  di organizzare un secondo raid. Questa volta l’idrovolante era un Savoia-Marchetti S55,dotato di due motori Isotta Fraschini e battezzato questa volta Santa Maria, come la caravella di Colombo.

Il primo tratto lo portò a raggiungere il Brasile e poi l’Argentina. Successivamente risalì verso nord fino alle piccole Antille e quindi al lago posto a nord di Phoenix in Arizona. Lì, durante lo scalo uno spettatore gettò in acqua un mozzicone di sigaretta che appiccò il fuoco al velo di benzina formatosi a fior d’acqua e da lì a tutto il velivolo che, essendo di legno e tela, andò completamente distrutto. Il ritorno avvenne a bordo di un  altro idrovolante inviato dall’Italia.

Tornato in Italia ebbe una relazione con la principessa Giovanna di Savoia che trovò l’opposizione del re e De Pinedo fu costretto all’esilio negli Stati Uniti.  Nel 1933 organizzò un nuovo raid per stabilire il record assoluto di volo senza scalo. Purtroppo durante il decollo l’idrovolante prese fuoco ed il pilota morì nell’incendio.

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