Ekaterinburg: 17 luglio 1918, il massacro dei Romanov

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Nikolaj Aleksandrovic Romanov era nato a Carskoje Selo il 18 maggio 1868. A differenza dei suoi antenati, tra cui figurano personaggi quali Pietro il Grande o Caterina II, era un uomo mite e dal carattere indeciso. Suo padre lo zar Alessandro III lo aveva sempre tenuto lontano dagli affari del governo. Per questo quando, il 1° novembre del 1894, in seguito alla improvvisa morte del padre, si trovò proiettato sul trono di Russia, si sentì scosso e disperato e confessò al cugino Michele: “Non sono pronto ad essere uno zar. Non ho mai voluto esserlo. Non so nulla su come si governa. Non ho la minima idea di come si parli ai ministri.”

Eppure nonostante ciò si trovò a dover affrontare uno dei periodi più terribili della storia russa.

La sfortunata guerra contro i Giappone e la crisi interna che portò a quella che fu definita “la domenica di sangue” del 22 gennaio 1905, posero i germi di quella che sarà più tardi la ” rivoluzione di ottobre” del 1917. Nicola II non riuscì mai a comprendere fino in fondo le vere esigenze di cambiamento del paese e ne fu travolto.

Di fronte ai disordini crescenti che agitarono le fina del ’17 decise di abdicare in favore del fratello Michele. L’atto di abdicazione fu sottoscritto nel vagone privato sul treno dello zar e davanti ai rappresentanti della Duma, l’assemblea da lui stesso convocata nel 1905 e con cui si era poi trovato in profondo disaccordo. Alcuni dei testimoni alla firma lo descrissero poi come apatico e indifferente. Egli stesso ebbe a scrivere, la sera stessa, sul suo diario:“Una penosa sensazione, mi sentivo un sopravvissuto. Attorno a me tradimento, viltà e inganno.”

Da quel momento Nicola che conservò solo il titolo di colonnello fu prigioniero del governo provvisorio. Fu messo agli arresti domiciliari nella residenza di Carskoje Selo, il palazzo in cui era nato. Durante quei giorni, con la famiglia dedicava molto tempo al giardinaggio ed all’orto, ma doveva subire continuamente gli scherni e le ingiurie delle guardie addette alla  sorveglianza.

In seguito all’aggravarsi della situazione politica, Kerenskij, capo del governo provvisorio decise di spostarli a in Siberia a Tobol’sk.

Dopo la rivoluzione di ottobre salì al potere Lenin e si accese la disputa tra due opposte fazioni sulla sorte di Nicola e della sua famiglia. Quella capeggiata da Trotskij sosteneva la necessità di portare Nicola a Mosca per sottoporlo ad un pubblico processo, mentre quella più estremista, guidata da Sverdlov spingeva per la eliminazione fisica della famiglia. Infine nelle more, gli uomini di Sverdlov si impadronirono dei prigionieri e li trasferirono ad Ekaterinburg che ricadeva nel soviet di Sverdlov. Era quella la città più radicalizzata, più comunista ed antizarista della Russia. Lì i Romanov furono fatti alloggiare nella casa del mercante Ipat’ev e dovettero convivere con i loro carcerieri subendo continue angherie.

Nei mesi precedenti l’estate del 1918 vi fu l’avanzata della legione ceco-slovacca, appartenente all’Armata Bianca. Nel timore che i prigionieri potessero essere liberati, si decise di accelerare la loro esecuzione. I Romanov dovevano essere uccisi perché erano il simbolo dell’autocrazia. E ciò nonostante fossero ormai stati spogliati di ogni traccia di aristocrazia. Una delle donne addette al loro servizio, tale Edvokija Semenova ebbe a dire in seguito: “Non erano dei, Erano persone normali come noi. Semplici mortali.”

L’incarico di organizzare la fucilazione della ex famiglia imperiale fu affidato al commissario della Ceka Jacov Jurovskij. Costui fissò la data dell’esecuzione alla notte tra il 16 ed il 17 luglio del 1918. Il giorno precedente inviò a Mosca un telegramma per avvertire Lenin della decisione presa a proposito della sorte dei prigionieri. Poi all’una e mezza della notte andò a svegliare i prigionieri comunicando loro che per motivi di sicurezza dovevano essere trasferiti nel seminterrato. Allora il gruppo si avviò lungo le scale. In testa vi era Nicola con in braccio il figlio Aleksej. Seguivano la moglie Alessandra, e quattro figlie Mar’ja, Ol’ga, Tatiana e Anastaja. Infine venivano il medico della famiglia, il dottor Evghenj Botkin, la cameriera Anna Demidova, il cuoco Ivan Khonitonov ed il domestico Aleksej Trupp.

In cantina Jurovskij ordinò al gruppo di disporsi lungo una parete perché doveva essere scattata una foto di notifica per il soviet. Poi, d’improvviso lesse loro un comunicato in cui si diceva: “Il praesidium del soviet regionale, adempiendo al volere della rivoluzione, ha decretato che l’ex zar Nicola Romanov, colpevole di innumerevoli e sanguinosi crimini contro il popolo, debba essere fucilato.”

Nicola che non aveva afferrato bene quello che l’altro aveva detto chiese: “Cosa? Cosa?”, ma le sue parole furono soffocate dal rumore degli spari. Dopo le prime raffiche vi fu una sosta in attesa che il fumo degli spari si diradasse. Quando ciò avvenne i carnefici si avvidero che lo zar era caduto colpito da numerosi colpi di arma da fuco, la zarina era morta colpita alla testa, mentre le figlie sembravano incolumi. I proiettili erano rimbalzati sui gioielli che esse avevano nascosto sotto i vestiti. Allora uno del gruppo degli assassini, l’ubriacone di nome Ermakov fu preso da una furia assassina e si avventò contro i prigionieri colpendoli con la baionetta. Si scatenò di nuovo l’inferno. I carnefici si avventarono sulle loro vittime che furono finite a colpi di pistola, di armi da taglio e persino a mani nude. La carneficina durò altri venti minuti.

Poi tutto fu finito. I copri caricati a bordo di un automezzo furono portati in una miniera abbandonata chiamata Genina Jama e scaricati. Dopo di che si tentò di farla saltare a mezzo di granate, ma il tentativo non riuscì. Allora i corpi furono di nuovo caricati sull’automezzo e portati nella foresta, cosparsi con acido e vi fu appiccato il fuoco. Li si sotterrò poi in una buca poco profonda e lì furono abbandonati.

Il regime sovietico fece calare, per lungo tempo, un rigoroso silenzio sull’eccidio, fino al 1991, quando il regime collassò. Allora un gruppo di scienziati tornò ad Ekaterinburg, individuarono il luogo della sepoltura, riesumarono i cadaveri e li identificarono. Poi i poveri resti furono portati nella basilica dei santi Pietro e Paolo, luogo dove tradizionalmente erano sepolti gli zar. La chiesa ortodossa, ha deciso poi di canonizzare le vittime di quel massacro, indicandoli come “i martiri della passione”. Sul luogo dove sorgeva la casa di Ipat’ev, ultimo luogo di reclusione dei Romanov, è stata eretta una chiesa che è, oggi, luogo di pellegrinaggio di molti fedeli.

 

 

 

Rif. Wikipedia, “La tragica fine dei Romanov” di Toby Sabul, “Russia cento anni fa la strage dei Romanov.” Di Rosalba Castelletti per Repubblica.

 

 

 

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