E venne da Napoli il primo presidente della neonata Repubblica Italiana

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-di Giuseppe Esposito-

Tutti coloro che si recavano allo studio di Enrico De Nicola al numero 35 di corso Umberto I, il Rettifilo per i napoletani, si sarebbe trovato a pigiare il pulsante del campanello della porta su cui, su una semplice targa di metallo smaltato di bianco si leggeva : “Avv. E. De Nicola”.Nonostante la sua brillante carriera Enrico De Nicola non cambiò mai quella targa che aveva assistito ai suoi successi nel foro di Napoli e sulla scena politica italiana. Era stato un grande avvocato, un giurista dei più eccelsi, un costituzionalista ed un grande uomo di stato.

La sua carriera fu lunga e piena di successi e riportarla qui, in un breve articolo non è possibile. Ci limitiamo a riportare di don Enrico quanto scrisse di lui lo storico Giuseppe Galasso:

“…dovè molto alle aule dei tribunali e al suo studio di avvocato. Fu il fermissimo interprete della funzione politico-sociale propria dell’avvocatura, specialmente nella società del Mezzogiorno d’Italia e coerente interprete della fedeltà alla tradizione. Secondo Giovanni Spadolini fu animato da una fedeltà patriottica di antico stampo, con una vena d’orgoglio e di risentimento, diciamo così, alla Sonnino.”

Nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando nel foro di Napoli trionfavano penalisti del calibro di Gennaro Marciano, Alfredo De Marsico e Giovanni Porzio, De Nicola, allievo di Enrico Pessina, riusciva ad affermarsi su tutti gli altri con la sua eloquenza asciutta priva di emotività e di metafore, tesa all’indagine razionale o, se così si può dire, cartesiana in materia di giudizio.

Come uomo politico era di una estrema cortesia, ma inflessibile ed esigente. Quelle che erano le virtù dell’Italia liberale furono tutte riassunte in lui che, sempre conservò un’alta ispirazione ideale ed il senso dei limiti. Su suo consiglio Giovanni Giolitti istituì il Sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio e vi nominò, sempre su suggerimenti di De Nicola don Giovanni Porzio, di cui si diceva in tribunale “Non è eloquente, ma è l’eloquenza stessa.”

Enrico De Nicola, che era nato nel 1877, si laureò giovanissimo in Giurisprudenza, nel 1896, presso l’Università di Napoli. Iniziò l’attività forense. Risale al 1907 il suo primo incarico politico, quando fu eletto consigliere comunale nella lista Di Ferdinando Del Carretto. Fu poi deputato per quattro legislature consecutive. Fu presidente della Camera dei Deputati e fu eletto senatore nella XXVIII legislatura, per volere del re Vittorio Emanuele III. Frattanto nel suo studio di Napoli aveva come suoi collaboratori personaggi quali Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica e Francesco De Martini, futuro leader socialista.

Alla fine della guerra, nel 1946 fu eletto Capo Provvisorio dello Stato ed infine dal 1° gennaio al 12 maggio del 1948 primo Presidente della Repubblica. Nel giugno del 1948 fu nominato senatore a vita e nel 1956 Presidente della Corte Costituzionale. Morì il 1° ottobre del 1959 e nel commemorarlo alla Camera il suo presidente ebbe a dire di lui:

Certi uomini sembrano fatti apposta per i momenti difficili di un popolo e di una nazione; i momenti cioè nei quali o sono messe a prova di sventura le sue più nobili tradizioni o c’è da salvare un patrimonio di ideali. Si tratta insomma di quegli uomini che, utili sempre ai destini di un popolo, sono indispensabili quando c’è tutto da perdere o tutto da salvare: uno di tali uomini fu Enrico De Nicola.”

Profondamente laico don Enrico fu animato da un profondissimo senso dello Stato di diritto e seguì la nascita della nostra Costituzione vigilando sulle questioni di principio ed opponendosi ad ogni deviazione. Adottò nella sua attività una rigida separazione tra il privato ed il pubblico: si pensi che non fece mai ricorso alla franchigia di stato per la sua corrispondenza ed,  alla sua morte, furono rinvenuti nella scrivania dello studio della villa a Torre del Greco, i francobolli da lui acquistati. Pagò sempre di tasca sua i viaggi da Napoli a Roma e mai fece uso di uno scompartimento riservato. All’arrivo andava a stringere la mano al macchinista del treno. Eletto Presidente della Repubblica chiuse lo studio che aveva in affitto al Rettifilo, rifiutò la lista civile e la scorta. Quando giunse a fine mandato si ritrovò, a causa della sua estrema probità, con le finanze al lumicino. Cesare Merzagora disse di lui  : “Era di una signorile povertà che avrebbe nascosto allo stesso modo della ricchezza, qualora l’avesse avuta.”

Quando tornò alla professione, avendo ricoperto incarichi di governo, ritenne che fosse decoroso accettare solo qualche ricorso in Cassazione. Un giorno costretto al risparmio mandò il suo cappotto dal sarto perché glielo rivoltasse e, quando il fattorino glielo riportò gli chiese il conto. Ma si ebbe, come risposta che doveva rivolgersi al titolare della sartoria. Cosa che don Enrico fece per lettera, Ma non ottenendo risposta, ci riprovò di nuovo. Ma neppure alla seconda missiva si ebbe risposta. Allora piuttosto risentito mandò una persona di fiducia a fare le sue rimostranze al sarto che  gli mandò a dire:

Poiché siamo al punto che un Presidente della Repubblica è costretto a farsi rivoltare il cappotto,  vuol dire, allora,  che il sarto ha il dovere di non farsi pagare.”

Enrico De Nicola ha lasciato nella storia repubblicana una profonda traccia di sé. Nel 2018 è stata emessa una moneta commemorativa da 2 Euro su cui è raffigurato don Enrico mentre firma l’atto promulgativo della Costituzione della Repubblica Italiana.

 

 

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