Delle cause della guerra: dal Referendum per la Crimea al potere di Zelenskij

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Qualche settimana dopo la conclusione del referendum per la Crimea, squadroni ucraini scendono verso Odessa. Neutralizzano la polizia locale e prendono il controllo della città. Si dirigono poi verso piazza Kulikvo, dove è in corso una manifestazione contro il governo di Kiev. Sono i prodromi di quella che verrà definita in seguito la Strage di Odessa. I manifestanti sono aggrediti e picchiati brutalmente dai miliziani nazisti. Si rifugiano ne palazzo dei sindacati per sfuggire alle violenze, ma gli aggressori appiccano il fuoco all’edificio, mediante bottiglie Molotov. Molti di coloro che si erano asserragliati lì dentro cercano scampo alle fiamme sui cornicioni, ma diventano bersagli dei cecchini. Sono invitati a saltare giù, ma appena atterrano sono massacrati dagli assalitori. Infine i miliziani penetrano nell’edificio e danno alle fiamme i sopravvissuti. Quando ogni cosa finisce si contano più di cinquanta vittime e sui loro social i nazisti celebrano quella giornata come giornata  dell’orgoglio nazionale.

Sull’esempio di quelli della Crimea, anche gli abitanti delle regioni russofone del Donbass indicono referendum per staccarsi dall’Ucraina e tornare a far parte della Russia.  Ma non si riescono a fare nemmeno gli scrutini poiché il governo di Kiev invia sul posto i carri armati e postazioni lanciamissili. Inizia il bombardamento delle principali città delle due regioni di Donetsk e Lugansk.

Dopo i bombardamenti entrano in campo le milizie di Settore destro ed il battaglione Azov che avviano la pulizia etnica in danno dei russofoni.

Sei mesi dopo si potrà leggere in un rapporto dell’ONU, del15 novembre 2014:

Serie violazioni dei diritti umani persistono nell’Ucraina orientale, nonostante un debole cessate il fuoco, civili continuano ad essere massacrati, arrestati e detenuti illegalmente, torturati e fatti scomparire. Il numero degli sfollati è cresciuto enormemente.”

Secondo l’Uffico per i diritti umani dell’ONU, tra il 18 aprile ed il 18 novembre sono stati uccisi 4317 civili e ne sono stati feriti quasi 10.000.  Anche dopo il 18 novembre le violazioni dei diritti umani continuano da parte dei gruppi armati ed includono torture, detenzioni ed esecuzioni sommarie, òavori forzati, violenze sessuali e distruzioni di proprietà private.

In pratica, quelli che oggi accusano i russi sono proprio coloro che quelle atrocità hanno commesso in Donbass a partire dal 2014. Ossia per più di otto anni. Ma quando queste cose accadevano in quelle regioni, nessuno parlava. L’ordine impartito da Washignton era perentorio.  Ma quelle violenze contro i russofoni del Donbass non sono cessate nemmeno con l’avvento di Zelenskij  alla presidenza del paese, avvenuta nel maggio del 2019.  Egli, nel discorso di insediamento, aveva promesso che avrebbe posto fine alle violenze in Donbass ma ciò non è avvenuto e le atrocità contro i russi sono continuate.

Eppure, come capo supremo delle forze armate poteva impartire l’ordine di porre fine alla terribile pulizia etnica in corso nel sud est del paese. Se non lo ha fatto è, evidentemente, perché qualcuno glielo ha impedito. Per porre fine al massacro sarebbe bastato rispettare gli accordi di Minsk del 2015 che prevedevano l’istituzione di uno statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk e la creazione di una zona cuscinetto della profondità di 25 Km , tra il territorio ucraino e quello delle due regioni.

Ma fino al 14 febbraio di quest’anno quegli accordi sono rimasti lettera morta.

Poco prima che il conflitto scoppiasse, il presidente francese Macron aveva ottenuto sia da Putin che da Zelenskij l’impegno ad applicare gli Accordi fi Minsk e l’8 febbraio Macron annunciò al mondo intero, durante una conferenza stampa.

Il giorno successivo, però, Zelenskij cambia idea rendendo noto il suo rifiuto degli accordi. Ed oggi, quasi quotidianamente, quest’umo la cui parola vale meno di niente, si collega con i parlamenti del modo intero per lamentarsi e pretendere sempre più aiuti ed armi. O è questo un uomo privo di onore, oppure qualcuno gli ha imposto quella smentita della promessa a Macron.

Il secondo motivo che ha spinto Putin a muoversi è stata la volontà di Zelenskij di portare l’Ucraino nell’ambito della NATO. Val la pena ricordare come si espresse Putin nel corso della conferenza di Monaco del 2007:

La Nato ha messo le sue forze di prima linea a ridosso delle nostre frontiere. La sua espansione verso est rappresenta una seria provocazione e riduce il livello di fiducia reciproca. Ciò ci dà il diritto di chiedere contro chi sia indirizzata tale espansione. E che fine hanno fatto le assicurazioni forniteci dai nostri partners occidentali al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia.”

A tali quesiti nessuno si è mai peritato di dar risposta ed anzi, fin dal 2015, ha annunciato al mondo intero la sua ferma volontà di aderire alla NATO. Volontà già espressa da Yatseniuk nel 2014, nel corso delle sue visite nelle principali capitali europee ed in occasione della visita a Kiev del segretario generale della NATO. A tale scopo, nel 2015 l’Ucraina annuncia la fin del suo stato di paese non allineato e che tra le sue priorità vi è l’adesione all’Alleanza atlantica.

Nel corso dei mesi successivi, le forze armate ucraine prendono parte, insieme a quelle della NATO ad una serie di esercitazioni militari. Gli USA concedono al paese una serie di prestiti e la Roda, il Parlamento ucraino, nel 2017, vara una legge in base alla quale l’adesione alla NATO è definita interesse preponderante del governo. Tale legge reca la firma del presidente della camera Andrej Parubj, fondatore del partito neonazista SVOBODA, indagato per la strage di Odessa. Lo stesso Parubj, nel corso di un programma televisivo, dichiara che Hitler è stata la più grande persona ad aver praticato la democrazia diretta.

Nel 2018, durante un incontro col segretario generale della NATO, Stoltenberg, il presidente Poroschenko avanza la richiesta ufficiale di adesione all’alleanza.

Nel maggio del 2019 a Poroschenko subentra Zelenskij che prosegue nella scia del suo predecessore e vola a Bruxelles per confermare la richiesta ucraina di entrare nella NATO. Nel giugno 2020 l’Ucraina ottiene lo status di partner con accresciute opportunità.

 

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