Dal viaggio in Italia di Goethe, il suo soggiorno a Salerno

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-di Giuseppe Esposito-

Il 3 settembre del 1786 Johann Wolfgang Goethe si mise in viaggio da Karlsbad alla volta dell’Italia. Aveva con sé un passaporto che lo identificava come Philipp Möeller. Il motivo per cui aveva deciso di viaggiare sotto falso nome è esplicitato in una lettera del 2 settembre, indirizzata al duca Carlo Augusto:

Tutto questo e varie altre circostanze concomitanti mi spingono a smarrirmi in regioni del mondo ove nessuno mi conosca. Parto solo, sotto nome incognito e, da questa impresa stravagante, mi riprometto il meglio possibile.”

Il suo itinerario lo portò prima a Trento e poi sul lago di Garda. Il 16 settembre è a Verona di cui ammira le architetture e, soprattutto l’Arena. Il giorno seguente rimane estasiato davanti alle ville Palladiane di Vicenza. Giunge a Venezia il giorno 28 e vede, per la prima volta in vita sua il mare. La sua impressione della città è, però, piuttosto negativa e così ne scrive:

 “Sono rimasto colpito dalla grande sporcizia delle strade … la gente spinge il sudiciume negli angoli … è tanto più imperdonabile la sporcizia della città, poiché, per le sue caratteristiche, potrebbe essere tenuta pulita, come lo è una qualunque città olandese.”

Il 25 ottobre è a Firenze e successivamente a Roma che visita in compagnia del pittore suo connazionale Johann Heinrich Whilelm Tischbein.

Insieme a lui giunge a Napoli il 25 febbraio del 1787. Qui il suo compagno di viaggio gli presenta un altro loro connazionale, pittore anch’egli: Christoph Heinrich Kniep che lo accompagna nelle sue visite a Caserta ed a Sorrento, eseguendo per lui numerosi disegni. Anzi lo scrittore si accorda con lui affinché nel corso del viaggio esegua schizzi dei vari luoghi che andranno a visitare, cos’ da serbarne la testimonianza.

Il 23 marzo lo scrittore riporta della visita ai templi di Paestum che aveva raggiunto a bordo di un  calesse in compagnia di Kniep. Accompagniamoli in questo viaggio:

Seduti nel nostro calessino, di cui tenevamo a vicenda le redini, avendo alle spalle un rozzo e simpatico ragazzotto, percorremmo la bellissima regione, alla quale l’occhio pittorico di Kniep non cessava di rendere omaggio. Raggiunta la gola chiusa tra le montagne, l’attraversammo a gran corsa su uno stradale liscio e veloce, costeggiando magnifici boschi e rocce; e quando, nella contrada della Cava, vedemmo stagliarsi davanti a noi, nel cielo, un monte stupendo, Kniep non poté tenersi dal fissarne sulla carta uno schizzo, caratterizzandone con nettezza sia i fianchi che la base. Ce ne compiacemmo, considerandolo la prima prova del nostro sodalizio. La sera dalle finestre di Salerno eseguimmo un altro disegno di quella località incredibilmente amena e ferace, che mi risparmierà ulteriori descrizioni.

L’indomani, di primo mattino, su strade pessime e sovente paludose ci dirigemmo verso due montagne di bell’aspetto, procedendo fra rivi e fiumane da cui ci fissavano trucemente gli occhi sanguigni dei bufali, simili ad ippopotami.

La campagna si faceva sempre più piatta e solitaria e le rare case attestavano una misera agricoltura. Finalmente, incerti se stessimo avanzando tra rupi o macerie, finimmo per riconoscere alcune grandi masse quadrangolari che avevamo già avvistato da lontano, i templi e i monumenti superstiti di un’antica e fiorente città.”

Segue la descrizione della visita durata tutta la giornata ed infine:

Purtroppo non c’era modo di pernottare colà e ritornammo a Salerno. Il mattino seguente di buon ora partimmo per Napoli. Arrivammo a un punto elevato e un panorama grandioso si spiegò dinnanzi a noi. Napoli nella sua magnificenza, case affacciate per miglia e miglia sulla riva pianeggiante del golfo, promontori, lingue di terra, rocce a picco e poi le isole e il mare nello sfondo: una vista incantevole.

Un canto selvaggio, o piuttosto un grido, un ululato di gioia proruppe dal ragazzo alle nostre spalle, facendomi sobbalzare sgomento. Lo apostrofai con asprezza  ed era la prima volta che gli muovevamo un rimprovero. Per qualche istante egli restò immobile, poi mi batté piano sulla spalla, allungò il braccio destro con l’indice proteso fra noi due e disse : -Signor, perdonate! Questa è la mia patria! – E io non potei che trasecolare di bel nuovo. Qualcosa di simile a una lacrima spuntò nei miei occhi di povero nordico.”

 

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