Cinquant’anni fa ci lasciava Giuseppe Ungaretti

0
49

-di Giuseppe Esposito-

Quello che è stato, forse, il più grande poeta italiano del Novecento, Giuseppe Ungaretti, se ne andò nella notte del primo giugno 1970. Che non conosce i suoi due versi più celebri? Quel suo “Mi illumino /d’immenso” I versi di  “Mattina”, il suo componimento più breve, ma, credo, il più famoso.

Fu scritto in una trincea sul Carso, durante la prima guerra mondiale, cui il poeta partecipò come soldato semplice.  Esso costituisce la poesia simbolo dell’Ermetismo di cui Ungaretti fu il caposcuola. Una poesia apparentemente semplice, invece assai complessa da capire. Essa contiene in sé alcuni dei concetti principali della poetica dell’autore. Fu inserita nel 1917 nella raccolta “Il porto sepolto”, cui seguì nel 1919 “Allegria di naufragi”, in cui anche compaiono versi scritti in trincea. Sono due raccolte divenute dei classici, sin dal loro primo apparire.

Giuseppe Ungaretti era nato nel 1888 ad Alessandria d’Egitto. Una città in cui la colonia italiana era molto numerosa. A tal proposito lo storico Angelo Sammarco ebbe a scrivere:

La gente di Venezia, Trieste, Genova, Livorno, Pisa, Napoli, i siciliani e i dalmati continua a vivere in Egitto nonostante le loro città siano in decadenza ed abbiano perso il loro status di centri marittimi.”

Ad Alessandria nacquero molti altri personaggi messisi poi in evidenza nella cultura italiana. Ne ricordiamo alcuni dei più noti come Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944), Goffredo Alessandrini, regista (1904 – 1978), Renato Mieli, fondatore dell’agenzia ANSA (1912 – 1991) e Riccardo Freda regista (1909 – 1999), oltre a tanti altri.

Era Alessandria una città cosmopolita e lì il poeta ebbe la sua formazione. Attraverso le riviste come il “Mercure de France” o “La voce”, era al corrente delle novità culturali che maturavano in Europa. Fu amico fraterno di intellettuali quali Guillaume Apollinaire, Georges Braque e Jean Paulhan. I suoi versi erano molto conosciuti ed apprezzati, soprattutto per quella sua capacità di indagare l’essere tra il destino ed il tempo e per la fede che in essi traspariva nella parola poetica. La poesia per Ungaretti era il solo mezzo per scampare a quello da lui definito “l’universale naufragio”.

Nel secondo dopoguerra, il clima culturale prese a mutare e si volse piuttosto al quotidiano ed alla storia. Per questo il punto di riferimento divenne Eugenio Montale cui nel 1956 fu anche assegnato il Premio Nobel. Dopo il premio, nel 1967 il presidente Saragat nominò Montale senatore a vita e su questo, Ungaretti, forse anche un po’ risentito dei riconoscimenti tributati a quello che pure era suo amico, commentò: “Montale senatore e Ungaretti fa l’amore.” In realtà in quel periodo il poeta era stato un po’ isolato, scontava forse quella che era stata la sua simpatia per Mussolini e per il nazionalismo. Nel 1958 perse la moglie Jeanne e negli ultimi anni della sua vita si legò ad una giovane brasiliana, Bruna Bianco ed agli amici che lo prendevano in giro poiché tra i due vi era una differenza d’età di ben 52 anni, egli rispondeva: “Voi non capite, perché anche in quello, siete privi di fantasia.”

Dopo aver insegnato in Brasile per alcuni anni, al suo rientro in Italia riuscì ad ottenere una cattedra alla Sapienza di Roma. La sua ultima raccolta “Il taccuino del vecchio” è del 1960. Al compimento dei suoi ottant’anni il poeta fu festeggiato in Campidoglio dal Presidente del Consiglio, dell’epoca, Aldo Moro, presente anche il suo amico – nemico, Eugenio Montale. Poco dopo Leone Piccioni curò, per i Meridiani della Mondadori la raccolta completa delle sue opere. Pubblicazione che superò le centomila copie di vendita.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui