Cinquant’anni dal suicidio di Mishima

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-di Giuseppe Esposito-

Era una mattinata serena quella del 25 novembre del 1970 a Tokio. Il sole era quasi al sommo della sua parabola e rendeva l’aria quasi primaverile e proiettava in terra ombre brevi.

Da uno dei balconi del Ministero della Difesa giapponese un piccolo uomo in uniforme e con la fascia dei samurai a cingergli la testa, arringava alla folla dei soldati presenti sul piazzale sottostante:

Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo volto! È bene avere così cara la vita da lasciar morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone della tradizione e della storia che amiamo.

La figura minuta che parla alla folla è quella di Kimitake Hiraoka, meglio conosciuto come Yukio Mishima, scrittore, attore, regista e drammaturgo giapponese conosciuto in tutto il mondo per i suoi romanzi.

Alle sue spalle, legato alla poltrona nel suo ufficio è il generale Kanetoshi Mashita, che Yukio, accompagnato da alcuni dei membri più fidati del Takenokai (Società dello Scudo) milizia da lui  fondata, ha sequestrato in segno di protesta. I discorso si conclude con la triplice acclamazione di Tenno heika, Banzai!”  ossia Lunga vita all’imperatore.

Poi rientrato nell’ufficio di Mashita, lo scrittore mette in atto il proprio suicidio tradizionale, il seppuku, in cui il samurai si squarcia il ventre col pugnale detto tanto e successivamente un suo compagno fidato, il kaishakunin, lo decapita impugnando una katana.

Il kaishakunin di quel momento è Masaktsu Morita, secondo alcuni l’amante omosessuale di Yukio, ma Morita sbaglia ripetutamente il colpo costringendo ad intervenire l’altro compagno Hiroyau Koga, che riesce infine a mozzare la testa di Yukio.

Morita, assalito dalla vergogna, si suicida anch’egli. Accanto al corpo di Yukio sarà poi ritrovato un biglietto scritto di suo pugno e sul quale si legge:

“La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre.”

Mishima era ed è ancor oggi lo scrittore giapponese più noto e tradotto in tutto il mondo. Aveva raggiunto il successo col suo primo romanzo del 1947, dal titolo “Le confessioni di una maschera.

Romanzo autobiografico in cui descrive l’evoluzione della sua omosessualità e ricorda la volta in cui ammirando su una libro la riproduzione del capolavoro di Guido Reni, Il martirio di San Sebastiano, impressionato dalla fisicità drammatica espressa dal pittore nel corpo del santo, fisicità assente nella pittura giapponese, fu spinto da una forza inarrestabile a masturbarsi per la prima volta.

Yukio aveva vissuto una strana infanzia, sotto la protezione della nonna paterna Natsuko, che reduce da un matrimonio infelice, aveva sottratto il bambino appena nato alla propria madre e si era presa cura in maniera esclusiva della sua educazione. La segregazione ebbe termine  nel 1934, nove anni dopo la nascita avvenuta a Tokio il 14 gennaio del 1925. Durante quegi anni era stato avvicinato alla letteratura classica giapponese ed alle forme del teatro tradizionale del No e del Kabuki. La nonna ebbe un’influenza fondamentale nella formazione del carattere del giovane Yukio  che fece il suo esordio nella scrittura negli anni Trenta, mentre frequentava la prestigiosa scuola dei Pari, la Gekushuin.

Gli autori da lui più amati furono essenzialmente occidentali da Mann a Nietzsche, da De Sade a Wilde e da Dostoevskij a Bernanos.

Se il suo primo romanzo di successo era stato Le confessioni di una maschera il suo capolavoro è costituito indubbiamente dalla quadrilogia che va sotto il nome di Il mare della fertilità e che è composta da Neve di primavera, Cavalli in fuga, Il tempio dell’alba e da La decomposizione dell’angelo terminato subito prima del suicidio rituale.

Quest’opera è stata da molti critici paragonata alla Recherche di Proust, ma il messaggio che ci manda  Mishima può essere sintetizzato nella parole del giudice in pensione Honda Shikeguni:

Se la causa della decadenza è la malattia, allora la causa fondamentale di questa, la carne è una malattia … la funzione della carne nel tempo è quella di testimoniare la distruzione e la decadenza.

Qualunque umana illusione si corrompe e  infine si trasforma in disillusione  e quello che resta è solo il dolore.

Nel terribile atto finale della sua vita si concentrano i temi della sua opera: scrittura, teatro, corpo ed azione. Ed in quel suicidio la vita e l’arte si confondono. Ma quello che possiamo ancor oggi raccogliere di quel gesto estremo di Mishima che era un nazionalista, ma non un estremista, è il rifiuto della decadenza degli ideali. Egli era un nostalgico del Giappone d’antan, quello militarista e feudale. Non accettava il declino morale del suo paese che, uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale si era lasciato sedurre dal miraggio della modernizzazione del benessere materiale e della americanizzazione successiva al Trattato di San Francisco. Rifiutava il Giappone moderno che pur essendo divenuto di nuovo prospero aveva però perso la fede.

E, da questo punto di vista, oggi lo scrittore può assumere una valenza universale. Oggi, infatti, ad aver perso la fede è tutto l’universo mondo, corrotto dal capitalismo sfrenato, da un  mercato senza regole e soggetto al dominio della finanza. Elementi questi che hanno appiattito la popolazione mondiale verso il basso, privandola di ogni ideale, di ogni visione della società e della speranza nel futuro che aveva alimentato le generazioni precedenti. Il dominio di pochi ha impoverito la maggioranza e si rischia una dittatura mondiale, basata solo sul denaro e sul consumismo.

Insomma, il nostro mondo  oggi,  conosce quella disillusione e quella decadenza denunciata dal giudice Hondo Shigekuni. Sarebbe dunque auspicabile ripensare a quel gesto estremo di Mishima, per riflettere sul tentativo di cambiare il mondo ed arrestare la deriva che ci vede scivolare lentamente verso un suicidio inconsapevole sull’altare del consumo del dio denaro.

Forse da quel giorno lontano del novembre del 1970 in cui lo scrittore giapponese rinunciò alla vita in nome degli ideali e dei valori, è giunto anche per noi il momento di rivendicare i nostri valori dimenticati, con un’acuta riflessione per comprendere il senso profondo di quel gesto, seppure estremo, per evitare una esistenza vuota e foriera di un terribile disastro.

 

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