Ascesa e declino della Filanda D’Andrea di Sarno

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-di Giuseppe Esposito-

Da qualche decennio all’archeologia classica si è aggiunta una nuova branca, denominata archeologia industriale. La nuova disciplina nasce in Gran Bretagna, ma trova in Germania un terreno fertile, grazie all’interesse degli ambienti intellettuali per quella che è definita, colà, “Industriekultur”.

Se l’archeologia classica ha il suo centro di interesse nel mondo antico, la nuova branca si focalizza sul periodo in cui la rivoluzione industriale e la rapida evoluzione della tecnologia hanno trasformato le città ed il modo di vivere dei loro abitanti. L’evoluzione tecnologica è stata rapidissima e i luoghi deputati alla produzione come opifici, cotoniere, centrali idroelettriche ed i fabbricati che le ospitavano si son ritrovati ad essere obsoleti in un lasso di tempo più o meno breve. Spesso è bastata qualche decina d’anni, per trasformare un sito produttivo in un reperto archeologico.  Molti di questi siti industriali hanno avuto una nuova vita, grazie a nuove destinazioni d’uso. È accaduto, nel nostro meridione, in Puglia, dove alcune strutture dismesse sono state recuperate a fini turistici. E qui da noi, in provincia di Salerno, a Sarno dove l’antica Filanda D’Andrea è stata riconvertita in polo culturale, accogliendo, tra l’altro la sede dell’I.T.C. “G. Dorso”.

Il nome della Filanda ci ricorda che, per più di un secolo, Sarno e buona parte dell’Agrono nocerino-sarnese è stato la patria dell’industria tessile. Industria introdotta nel Regno delle Due Sicilie da imprenditori svizzeri, quali i Wenner e gli Schlaepfer, che nei primi anni Trenta del XIX secolo vennero in provincia di Salerno ad installare le loro industrie. Sarno fu uno dei centri della rivoluzione industriale nel Regno di Napoli. La filanda D’Andrea fu uno dei primi insediamenti voluti dai Borbone. Essa sorse su un terreno di proprietà di Luigi de’ Medici, principe  di Sarno e di Ottaviano e ministro del Regno.

Il luogo in cui fu costruita era prossimo alle sorgenti del Rio Palazzo le cui acque erano sfruttate per muovere le macchine dell’opificio. Pochi anni prima della filanda, sullo stesso luogo, la piazza del Mercato di Sarno era sorto uno zuccherificio. A poca distanza da esso, nel 1838, presero l’avvio i lavori per l’edificazione della monumentale Filanda, voluta da Carlo Filangieri, principe di Satriano. Il modello dell’opificio era quello della fabbrica realizzata dall’inglese J. Cockerill, nei pressi di Liegi, in Belgio. L’ingegner Giura, quello del primo ponte sospeso sul Garigliano fu incaricato di realizzare la cassa idraulica, cioè il meccanismo che accoglieva le acque della sorgente di Rio Palazzo ed attraverso una serie di salti trasformava l’energia idrica in forza motrice per le macchine della Filanda. L’insediamento industriale divenne un volano economico e sociale per l’intera zona ed i contadini, assunti in fabbrica furono il primo nucleo della nova classe operaia che andava nascendo.

Nel 1869, appena finita la costruzione il Filangieri cedette l’impresa alla “Società Industriale Partenopea”. La produzione prese l’avvio nel 1841, ma fu incentrata sulla filatura di canapa e lino, invece che di quella del cotone, come aveva previsto il principe di Satriano. Dopo alcuni decenni di lavoro proficuo e di ottima qualità, la Società Industriale Partenopea, cedette l’opificio al signor Francesco D’Andrea e sotto la nuova guida l’azienda conobbe periodi di grande splendore, fino ai primi decenni del XX secolo. La produzione continuò fino al secondo dopoguerra, periodo in cui una grande crisi attanagliò l’industria tessile ed in cui anche la Filanda D’Andrea cessò di produrre.

L’edificio che ancora oggi si può ammirare è davvero imponente. Esso è costituito da un corpo centrale con testate a T. Il corpo centrale è attraversato dal fiume nella sua parte mediana. Un secondo braccio a T si prolunga fino a congiungersi con un terzo edificio disposto in diagonale in modo da creare una corte interna. La fabbrica si eleva su tre piani oltre al pianterreno. In quello più basso è posta la cassa idraulica e sugli altri i reparti di filatura e tessitura. Gli ambienti erano ariosi e salubri, tanto che nel 1878 Francesco Mastriani così ne scriveva:

La Filanda di Sarno è composta da due diversi edifici. Il più grande è quello di cui principalmente ci occuperemo e di cui presentiamo ai lettori la facciata principale.

 Questo Filatoio che ha più di 8000 fusi meccanici, è lungo palmi 300,  largo palmi 66 e alto palmi 70. È composto di tre piani di cui ciascheduno ha particolari meccanismi. L’esposizione di questo edificio è delle è delle più salubri e delle più amene in pari tempo …

Un gran numero di finestroni si aprono su ciascun piano, dai quali l’aria e la luce e i benefici raggi del sole rallegrano e vivificano il lavoro della giovinetta operaia, le cui fresche e rubiconde guance ne attestano la buona salute, a malgrado della estrema povertà in che elle vive. L’entrata principale della Filanda è rallegrata da un vasto spiazzo, dove sono parterri, aiuole di fiori e arbusti gentili.”

Per quanto riguarda il prodigioso macchinismo dell’opificio aggiunge:

“Quel mirabile magistero di ruote d’ingranaggio, di corregge volanti, di braccia di ferro che si muovono, diremmo, quasi con ponderazione e con ordine matematico; quei pettinatori che si aggirano sovra se stessi per pettinare le masse di lini e canape, … quei mille fusi che obbediscono a simultanei movimenti come un esercito ben addestrato.”

Insomma, sebbene il maestoso edificio sia stato recuperato per altri scopi, non possiamo fare a meno di rimpiangere il tempo in cui in quel luogo si produceva ricchezza, mentre esso oggi ha dovuto riadattarsi ad usi per cui non era stato pensato. Ci viene inoltre da riflettere sulla classe operaia, allora nascente, ed oggi quasi scomparsa, negletta, travolta da una realtà di un mondo che ha creduto che la globalizzazione fosse fonte di progresso ed ha dovuto invece ricredersi perché essa è spesso nient’altro che fonte di sfruttamento di quella classe nata poco più di un secolo fa ed ora in declino come gli edifici stessi in cui, grazie al proprio lavoro, riuscì a conquistarsi una dignità oggi messa in forse.

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