Al Verdi la lingua napoletana trionfa con “Ferdinando”

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Temi attuali a tinte forti- di Antonietta Doria-

Grande successo di critica e pubblico al teatro Verdi di Salerno per “Ferdinando”, il testo più famoso di Annibale Ruccello, con Gea Martire nei panni di Donna Clotilde, Chiara Baffi in quelli di Gesualda e con Fulvio Cauteruccio e Francesco Roccasecca rispettivamente don Catellino e Ferdinando, con la regia di Nadia  Baldi.

Con una essenziale ma evocativa sceneggiatura l’opera colpisce fin dall’inizio per la grande attenzione dell’autore verso la lingua, il napoletano, amato e parlato dalla baronessa che non riconosce la lingua dei conquistatori ” ‘na lengua straniera, barbara, senza storia”.

Ambientata infatti, negli anni che videro la fine del Regno di Napoli e l’arrivo dei Piemontesi, l’opera è uno spaccato crudo e a momenti sopra le righe di una società corrotta il cui unico fine è l’interesse personale per il quale si è disposti a tutto.  Vedendo la rappresentazione della Baldi, il pensiero vola per contrasto al Gattopardo, in cui è descritto lo stesso mondo in dissoluzione che lascia però nelle narici del lettore il profumo dei fiori che si disfano, la struggente nostalgia per un mondo perduto. Qui, invece, il grande letto bianco al centro della scena che accoglie donna Clotilde è il microcosmo in cui la nobildonna si rifugia andando via da Napoli un po’ per disprezzo verso i nuovi padroni, un po’ per sfuggire ai creditori. Qui, malata immaginaria, trascorre le sue noiose giornate tra rimbrotti alla nipote povera che ha cura di lei, pillole e le visite giornaliere del prete don Catello. Tutto sembra immobile come l’aria stagnante che si respira sulla scena. Nell’ombra invece si tessono tresche tra la giovane nipote e il prete che, blasfemo, corrotto e corruttore qual è, ha rapporti intimi persino col sacrestano. Tutto è falso, nessuno è quello che sembra.

In questo ambiente ambiguo irrompe un sedicente nipote della baronessa che sconvolge la vita di questi personaggi. Egli rappresenta la nuova società che si è insediata in quella che fu la capitale di un Regno, avida, disposta a tutto per la scalata sociale. Giovanissimo, bello, seducente e già astutissimo seduttore, incanta tutti: s’infila nel letto della vecchia zia, seduce la giovane zitella e persino il prete. Tutti sono pazzi di lui.

L’ epilogo sarà tragico e, nello stesso tempo liberatorio, per la tensione percepita da questo libero scatenarsi dei sensi. “C’è del marcio in Danimarca…” afferma Amleto,  così come vi è del marcio nei personaggi dell’opera proposta. La regia dell’opera ben scandaglia gli abissi dell’animo umano portandone alla luce gli istinti più inconfessabili, i desideri più turpi, mettendo in scena tematiche scottanti che attanagliano la società dei nostri giorni.

 

 

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