Al Verdi di Salerno Enrico Pieranunzi celebra Gershwin

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Un inedito trio da camera riporta in vita i fasti dell’orchestra di Gershwin- di Sergio Del Vecchio-

Enrico Pieranunzi, sicuramente uno dei migliori pianisti jazz in circolazione, è anche un colto musicologo e un attento filologo, dalla solida preparazione e dal gusto raffinato.

E’ da poco trascorso il 90° anniversario di “Un Americano a Parigi”, una delle opere che consacrò il talento di George Gershwin, ormai divenuto padrone dell’arte e della tecnica dell’orchestrazione, tanto da lanciarsi in una partitura da orchestra sinfonica, vista l’ampiezza dell’organico che richiedeva.

Il nostro Pieranunzi, qui ardimentoso e ardito compositore, delle immortali opere di Gershwin ne fa una trascrizione per soli tre strumenti: oltre al suo pianoforte, il violino del fidatissimo fratello Gabriele, solido primo violino del Teatro San Carlo e il clarinetto sempre ammaliante di un altro Gabriele, quel Mirabassi che di jazz ne mastica parecchio e che tante volte ha calcato il palco insieme a lui.

Questo incredibile lavoro di trascrizione, traduzione, sintesi, taglio e integrazione con note inedite scritte alla maniera del compositore statunitense, ha senz’ altro due meriti: uno è quello di aver reso fruibile al grande pubblico dei teatri un genere che oggi è diventato sempre più raro ascoltare per le difficoltà e i costi della messa in scena; l’altro è quello di essere riuscito a rendere intatta la forza, l’estro e la genialità di Gershwin le cui melodie escono da questa rilettura piene di fascino, vitalità e di intensità emotiva, tutt ’altro che scarne, si potrebbe quasi dire rinvigorite.

Va detto che Enrico Pieranunzi non è nuovo a queste operazioni di ricerca musicale. Si tratta di progetti ambiziosi e decisamente riusciti, come quello in cui suona da solo Domenico Scarlatti o in trio una selezione di brani celebri del suo amico Ennio Morricone. Progetti come questo. Da comprare a scatola chiusa.

Diversi i brani in scaletta, si va dal citato “An American in Paris”, a “Three Quarter Blues”, passando per i “Preludi”. Due canzoni tratte da “Porgy and Bess”, l’ultima opera di Gershwin, che all’epoca, nel 1935, fece scalpore per l’argomento razziale, intitolate “My Man’s Gone Now” e “It Ain’t Necessarily So”, sono una trascrizione dello straordinario violinista Jascha Heifetz e mettono in risalto le doti virtuosistiche di Gabriele Pieranunzi. Ancora due canzoni (Gershwin ne scrisse più di seicento), fra le più belle, “The Man I Love”, di cui non possono non riecheggiare nella memoria le note cantate da Billie Holiday ed Ella Fitzgerald, affidato alla sapiente improvvisazione jazz di Pieranunzi, e “But Not for Me”, brano da musical composto insieme al fratello Ira Gershwin, reso celebre dalla voce di Ginger Rogers e Judy Garland, in seguito divenuto uno standard jazz, qui affidato al brioso clarinetto di Mirabassi.

Il finale è pirotecnico. Il primo poema sinfonico per pianoforte e orchestra composto a tempo di record dal ventisettenne Gershwin commissionatogli dal direttore d’orchestra Paul Whiteman, un successo senza precedenti che combina in modo geniale la musica classica e il jazz lanciando il giovanissimo George nell’ Olimpo dei compositori del Novecento.

“Rhapsody in Blue” in versione cameristica strappa gli applausi convinti del Teatro Verdi che spinge il trio alla serie dei bis. Ben quattro, tutti “Preludi”, fra cui citiamo “Spanish Prelude” e il brano di congedo, la dolcissima ninna nanna “Melody No.17” conosciuta anche come “Sleepless Night”.

Un’altra notte senza sonno al Verdi, con le indimenticabili note di Gershwin.

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