Al Verdi con “Il costruttore Solness” : il passato non dà tregua

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Non ci si può sottrarre al proprio destino- di Antonietta Doria-

Al Verdi di Salerno Umberto Orsini ha portato in scena “Il costruttore Solness” che Ibsen compose nel 1892. Affiancato da Lucia Lavia, Renata Palminiello, Pietro Micci, Chiara Degani, Salvo Drago e Flavio Bonacci, l’attore, nei panni del Costruttore, è riuscito nella non facile impresa di comunicare al pubblico tutto il caleidoscopio di sentimenti che dilaniano l’animo del ricco imprenditore di successo.

E’ questo, infatti, il dramma della solitudine, della incomunicabilità, del rimorso lancinante, della incapacità di pentirsi, della ubris e, al tempo stesso, della fragilità che si nasconde nell’uomo potente.

Solness è considerato il più bravo di tutti i costruttori ma sa che i giovani prenderanno il suo posto e lo sorpasseranno. Da questa lotta tra vecchi e giovani, nasce quel terrore che porterà il protagonista a cercare ogni mezzo per non far emergere il suo collaboratore, anche perché sa che è più bravo di lui. Solness ha costruito la sua fortuna, è diventato ricco e potente grazie all’incendio che ha distrutto la grande casa della moglie: il rimorso per aver desiderato che ciò accadesse e, forse, per non averlo evitato, lo accompagnerà per il resto della vita in un gioco di ragione e follia.

Al successo farà da contraltare la perdita dei figlioletti nell’incendio e la malattia della moglie la cui vitalità si spegnerà anch’essa, come le sue adorate bambole, negli ultimi bagliori del rogo. Di qui il vuoto, lo squallore, l’inferno, una vita matrimoniale inesistente, la tragedia della vecchiaia, il bilancio di una vita deludente, la lotta contro i propri demoni: tutto ciò riflette in pieno le angosce del nostro tempo, il dramma della solitudine. Così, quando la giovane Hilda che il Costruttore ha conosciuto molti anni prima, irrompe nella sua vita, Solness ne è travolto. Ma è una storia d’amore impossibile: è troppo tardi, egli potrà solo costruire per lei un castello in aria, prima della sua tragica fine.

La sceneggiatura è ridotta all’essenziale e sono i movimenti lenti, i giochi di luce, le parole non dette a rivelare tutta la magia ed i simboli di questa fantastica invenzione poetica.

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