7 settembre 1860, Garibaldi entra a Napoli

0
13

Un anniversario da festeggiare o da esecrare?- di Giuseppe Esposito-

Il giorno precedente, il 6 settembre il re Francesco II, per evitare alla capitale le rovine della guerra, aveva deciso di lasciare Napoli e si era imbarcato, alle 17.30 sulla fregata il Messaggero, comandata da Vincenzo Criscuolo. Non aveva portato nulla con sé ed anche i suoi beni personali erano rimasti in città ed, all’arrivo dei piemontesi, furono tutti confiscati. Lo seguiva solo una piccola scorta e la nave Partenope, con il piccolo legno Delfino, su cui erano imbarcati i pochi bagagli della famiglia reale. La strategia che il sovrano aveva in mente era quella di stabilire il fronte della difesa sulla linea Garigliano – Volturno, supportata dalle due fortezze di Capua e Gaeta. Durante la navigazione, preso dallo sconforto, Francesco ebbe a dire al comandante del Messaggero:

“Vincenzì, io credo che l’armata navale mi abbia completamente tradito e quindi nessuna delle navi che abbiamo chiamato ci seguirà a Gaeta.”

Criscuolo cercò di confortarlo dicendo di essere di parere diverso, ma il re aveva colto nel segno. Tutta la potente flotta borbonica, con a capo Luigi di Borbone, zio del re, aveva rifiutato di seguire il proprio re.

Il giorno successivo alla partenza del sovrano fece il suo ingresso in città Garibaldi che vi arrivò a bordo del treno su cui era salito alla stazione di Salerno. Era il 7 settembre 1960 e tale data segnerà per sempre l’inizio del patto tra Stato e Camorra. Quasi a rappresentare plasticamente tale scellerato patto, tra coloro che marciavano a fianco di Garibaldi vi erano don Liborio Romano e Salvatore De Crescenzo, meglio conosciuto come Tore ‘e Criscienzo, il capo della camorra napoletana. Agli uomini di costui don Liborio, prefetto di polizia aveva delegato il mantenimento dell’ordine in città.

Sceso dal treno Garibaldi ed il suo seguito percorsero via  Marina, furono al duomo per un Te Deum ed infine da Largo di Palazzo imboccarono via Toledo. In piazza Santo Spirito, il dittatore salì sul balcone di palazzo Doria d’Angri per annunciare l’annessione delle province meridionali al Regno sabaudo.

In riconoscimento per i servigi resi, il 26 ottobre dello stesso anno Garibaldi assegnò un vitalizio di 12 ducati (che era in pratica lo stipendio mensile di un impiegato statale) a Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Lipnecher, Pasquarella Prota e Marianna De Crescenzo, le donne più importanti della camorra. L’ultima era la sorella del famigerato Tore ‘e Criscienzo, che aveva fatto l’ingresso in città accanto a Garibaldi. Il losco personaggio, grazie all’infido prefetto di polizia Liborio Romano aveva assunto il ruolo di intermediario tra politica e camorra. Don Liborio infatti, già prima dell’arrivo di Garibaldi lo aveva chiamato chiedendogli di radunare tutti i capi-quartiere per siglare con essi un patto di aiuto reciproco. A tutti coloro che accettarono di collaborare con lui don Liborio consegnò una coccarda tricolore.

E molto tempo prima dell’impresa di Garibaldi, quando era ancora un funzionario di Francesco II, l’infido prefetto aveva fatto installare nel suo gabinetto un’apparecchiatura telegrafica mediante la quale teneva i suoi rapporti col conte di Cavour.

Appena entrato nella capitale, Garibaldi formò un governo a capo del quale pose proprio quel traditore di Liborio Romano. Il primo atto di quel governo fu la cessione della potente flotta borbonica allo stato piemontese. Quelle navi avrebbero preso parte all’assedio di Gaeta, contro il legittimo re delle Due Sicilie.

Qualche tempo dopo il generale ebbe l’impudenza di scrivere che in quei giorni cadeva “l’aborrita Dinastia che uno statista inglese aveva definito “Maledizione di Dio” e sorgeva sulle sue ruine la sovranità popolare”. Oh potenza della disinformazione!

I cittadini dell’antico Regno delle Due Sicilie avrebbero poi provato, sulla propria pelle, quanto false fossero quelle promesse di una nuova millantata sovranità popolare. Ma questa è un’altra storia che ha a che vedere con la nascita di quella mai risolta questione meridionale che ancora oggi affligge il nostro paese e segnatamente il meridione.

Da quel triste 7 settembre bastarono sessanta giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia di un Paese. Nel giro di due mesi le casse dello stato napoletano vennero vuotate. Ma, nel corso della sua storia millenaria, l’Italia aveva veduto ladrocini simili a quelli che si ebbero a Napoli nel periodo garibaldino. Nella capitale del sud, l’eroe dei due mondi o dei due milioni, trovò denaro in abbondanza e lo usò in modo sconsiderato, mentre i suoi seguaci si appropriarono in maniera indebita anche delle ricchezze personali di Francesco II e della moglie Maria Sofia. Furono rubati tutti i denari depositati nelle banche, tutti i preziosi custoditi nei musei, le opere d’arte dei palazzi reali e nobiliari, le armi degli arsenali e finanche i beni personali nelle private residenze di molti cittadini. A voi dunque giudicare se quella data vada festeggiata o vituperata.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui