7 ottobre 1948: il genio italiano dietro un’icona francese del ‘900, la Citroen 2 CV

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-di Giuseppe Esposito-

Una delle auto più iconiche che abbiano mai percorso le strade del mondo, un allegro simbolo del ‘900, la Citroën 2 Cv, o “dodoche” come fu poi affettuosamente chiamata dai francesi, veniva presentata il 7 ottobre del 1948 al Salone dell’Auto di Parigi. La gestazione della 2 CV fu lunga e travagliata. La prima idea di produrre un’automobile dal prezzo abbordabile per tutti era venuta ad André Citroën nei primi anni Trenta. Purtroppo l’azienda attraversava in quel periodo una profonda crisi che portò, nel 1935, alla sua espulsione ed alla cessione dell’azienda a Pierre Michelin. Egli ne affidò la gestione al suo amico e commilitone Pierre Jules Boulanger, che era stato suo commilitone nell’aviazione francese durante la Grande Guerra, in cui entrambi si erano distinti come eroi.

Il primo incarico di Pére Boule, come venne in seguito, chiamato, fu quello di raddrizzare le sorti dell’azienda progettando un modello di grande successo come la Traction Avant.

Un giorno del 1936 arriva sulla sua scrivania un voluminoso plico, proveniente da Clermont Ferrand. Si tratta di una ricerca commissionata dall’azienda per capire quale auto fosse nei desideri dei francesi. I quesiti posti riguardavano molti dettagli quali il numero dei cilindri, di ruote e di portiere. Gran parte degli intervistati sono contadini o abitanti della provincia che avevano necessità di un mezzo per sostituire il vecchio carro a trazione animale ma che potesse arrivare dappertutto. Boulanger così sintetizza i risultati della ricerca in una lettera per monsieur Brogly, capo dell’Ufficio Studi:

Progettate una vettura che possa trasportare due contadini con gli zoccoli e cinquanta chili di patate o un  barilotto di vino, ad una velocità di sessanta chilometri all’ora e che consumi tre litri ogni cento chilometri.

Il nuovo modello era già tutto in quelle poche parole, ma più tardi Boulanger, non contento, andò oltre e d aggiunse che la nuova vettura doveva essere in grado di attraversare un campo arato con un cesto pieno di uova senza romperne neanche uno. In più doveva costare la terza parte della Traction Avant.

Monsieur Brogly passò la patata bollente al capo progettista, l’ingegner André Lefebvre commentando: “Questi sono pazzi. Il capitolato è impossibile.”

Ma Lefebvre accettò la sfida e si mise all’opera. Al progetto fu dato il nome di TPV, ossia Toute Petite Voiture ed impegnò i tecnici per oltre tre anni. Alla fine sulla pista di La Forté Vidame, una tenuta circondata da un muro alto tre metri, furono allineati 250 prototipi, uno diverso dall’altro.

Lì furono passati in rassegna da Pierre Boulangere che ne scartò la maggior parte. Ne rimasero solo una decina, tra i quali andava scelto quello definitivo. L’obbiettivo era di presentare la nuova vettura al Salone dell’Automobile di Parigi del 1940 o 1941, ma la storia irruppe tragicamente nella vicenda. Alo scoppio della seconda guerra mondiale, Péere Boulé, temendo che potessero cadere nelle mani dei tedeschi, ordinò che si distruggessero tutti i prototipi, ma i tecnici disobbedirono e nascosero li nascosero in giro per le fabbriche. Tre di essi furono nascosti nel sottotetto della palazzina adiacente alla pista e furono ritrovati pochi anni orsono, in occasione di manutenzioni alla copertura dell’edificio ed oggi sono esposti nel Conservatoire Citroën. Molti furono smontati, ma tre pervennero nelle mani dei tedeschi che li spedirono a Ferdinand Porsche che stava allora progettando il Maggiolino della Volkswagen. Costui, per fortuna non diede alcuna importanza a quei prototipi.

Tuttavia in ambito Citroën il lavoro non si arrestò, ma andò avanti clandestinamente. Boulanger, insoddisfatto dell’aspetto della vetturetta, si decise, nel 1945,  a richiamare il designer italiano Flaminio Bertone, padre della carrozzeria della Traction Avant, ed escluso in principio dal progetto della TPV, poiché considerato troppo estroso per una piccola utilitaria. In poche settimane l’italiano ridisegnò completamente la linea della nascente utilitaria e le dette l’aspetto che tutti abbiamo conosciuto.

Ma nella TPV non solo la carrozzeria parlava italiano, ma anche il motore fu disegnato da un tecnico italiano, Walter Becchia, antifascista fuggito in Francia nei primi anni Trenta e che aveva l lavorato alla Talbot. Durante l’occupazione tedesca Becchia lavorando segretamente mise a punto un motore boxer bicilindrico di 375 cc, raffreddato ad aria. La potenza del propulsore era di 9 cavalli ed esso era in grado di spingere la vettura a 60 Km/Ora, consumando intorno ai 3 litri di benzina per 100 Km. Il capitolato era perfettamente rispettato ed il motore era già pronto nel 1945. Tuttavia fu assoggettato ad altri miglioramenti fino al 1948, anno del lancio della nuova Citroën 2 CV.

La vettura fece il suo esordio al Salone dell’Automobile di Parigi il 7 ottobre del 1948.  Ebbe una cattiva accoglienza dalla stampa ma fu accolta trionfalmente dal pubblico. Migliaia di aspiranti automobilisti presero ad affollare le concessionarie Citroën. I tempi di attesa, a causa delle numerosissime richieste erano di più di una anno, ma era l’inizio di quello che fu un clamoroso successo durato fino al 1990. Anno in cui uscì dalle linee di produzione l’ultimo esemplare di un modello che, nato per trasportare due contadini e 50 chili patate diventerà il sogno di migliaia di utenti, un nido d’amore per molti, attraversò tutte le strade del mondo e persino il deserto. Diventò un’icona,  il simbolo colorato del Novecento.

 

  

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