6 giugno 1997

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– di Giuseppe Esposito-

Oh le notti agitate di questi giorni tristi, tutti uguali e la domanda che batte nei cuori, inespressa sul ritorno alla vita, alla libertà e l’incerto domani che serpeggia, in fondo ai nostri pensieri.

Le acque calme della memoria, percosse dal brivido della paura lasciano riemergere brani della vita che fu ed una teoria di volti trascorre davanti agli occhi sbarrati nel buio. Quanti sono quei volti che non rivedremo mai più e quante le voci che risuonano, ormai, solo nella nostra testa.

Il vuoto del presente è inondato dalla marea rifluente dei ricordi. Ferite che il tempo aveva lenito si riaprono e dolgono di nuovo. E spesso, più di latri mi torna in mente un pomeriggio di un giugno lontano. Un giugno del ’97. La primavera trascolorava già in una calda estate. Lì, nella nostra casa di Napoli, Lidia giaceva in quel suo letto che non lasciava ormai da mesi. Il suo soffrire sembrava non aver intaccato il suo viso ed i suoi lineamenti erano distesi. Nulla traspariva del male che si era diffuso in ogni fibra. Appariva serena a chi non sapesse. Ma i suoi neri occhi in cui mi perdevo dicevano di una tristezza infinita. I capelli neri sparsi sul cuscino e la mano bianca abbandonata sulla coperta. La mano che io, inginocchiandomi accanto a lei stringevo, ma che non rispondeva che debolmente alla mia stretta. Solo un fiato lieve, un respiro appena percettibile, testimoniava che ancora la vita era presente in lei, preda di un male che la lunga, disperata lotta non era valsa a debellare. Mentre solo un’ultima, assurda, fanciullesca speranza in un miracolo, che ancora pensavo potesse avvenire, mi teneva sull’orlo di un baratro di disperazione. In quella casa in cui per un tempo troppo breve avevamo vissuto una felicità grande e inattesa, tutto era silenzio. Ed in quell’aria immota una sorte malvagia stava per esigere  il suo tributo macabro.

Poi, in quell’aria immota, quel lieve ansare, quel respiro leggero cessò e Lidia fu altrove, lontano da me e dalla nostra casa. Non riuscii a trovare la forza di gridare, né lacrime da piangere. Ma a che serve, piangere o disperarsi, gridare se lassù nessuno c’è che ti ascolta. Quella ingenua fede si era trasformata in rabbia ed il dolore di tutti quegli anni di disperata guerra esplosero muti dentro di me.

La vita è null’altro che una tela sottile e basta un nulla a lacerarla. E quello strappo rimane, nel nostro animo come una ferita profonda. Sembra che il tempo la guarisca, ma è solo illusione. Quando credi che il dolore sia scomparso, ecco che basta una emozione appena più forte perché la ferita si riapra e  sanguini di nuovo. Ed in questi giorni in cui un morbo folle imperversa nel mondo ecco che anche le antiche ferite si riaprono. E la luce di quel pomeriggio di tanti anni fa viene a rischiarare il buio delle mie notti. E con esso il gelo ed il vuoto che mi invase quando quel respiro lieve cessò per sempre.

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