5 settembre 1840: il clamoroso fiasco alla Scala per il giovane Verdi

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-di Giuseppe Esposito-

Nel 1840 Giuseppe Verdi aveva appena 27 anni ma poteva già contare sul grande successo tributato alla sua prima opera lirica: “Oberto conte di San Bonifacio”, dato alla Scala il 17 novembre del 1839. Era giovane ma era già da considerarsi l’astro nascente del melodramma italiano. Dopo quel primo successo gli fu commissionata una seconda opera da inserire nel cartellone autunnale del 1840. Si trattava di comporre un’opera buffa in un tempo davvero esiguo.

La scelta cadde su un soggetto del librettista Felice Romani dal titolo “Un giorno di regno”. Il libretto risaliva a qualche anno prima ed il Romani non si diede nemmeno la pena di aggiornarlo.

Quel 1840 e l’anno precedente erano stati per Verdi davvero terribili. Oltre all’impegno così pressante, doveva affrontare il dolore per la morte della moglie Margherita Barezzi e dei loro due figli. Il musicista aveva sposato Margherita, figlia di un ricco commerciante di Busseto, Antonio Barezzi, nel 1836. Dal matrimonio erano nati due figli, Virginia nel 1837 e Icilio Romano nel 1838. Tuttavia entrambi morirono alla tenera età di un anno, la primogenita il 12 agosto del 1838 ed il maschio il 22 ottobre del 1839. In quell’anno i due coniugi decisero di trasferirsi a Milano, per cercare di uscir fuori dal cupo clima che si era creato nella loro casa di Busseto. Ma a Milano, Margherita si spense il 19 giugno del 1840, a seguite di una encefalite acuta. Proprio mentre Verdi era impegnato a chiudere la composizione dell’opera da presentare nella stagione autunnale di quell’anno al Teatro alla Scala.

Date le premesse, quello che avvenne la sera del 5 settembre 1840 a teatro lo si può definire un fiasco annunciato, sebbene la maggior parte della colpa è da attribuirsi al testo del libretto obsoleto per i gusti del tempo.

Ma Verdi dopo aver tenuto nel cassetto l’opera per ben cinque anni decise, nel 1845 di ripresentarla ad un pubblico diverso da quello di Milano. Così l’11 ottobre, il melodramma col titolo mutato in “Il falso Stanislao” fu presentata al pubblico del teatro San Benedetto di Venzia, ottenendo un discreto successo.

In fondo, se il libretto era mediocre, la musica di Verdi era di buon livello. Egli nel comporla si era ispirato a Rossini e a Bellini, i due giganti del melodramma italiano di quel tempo e di quelli a venire.

Tra le arie più pregevoli vanno ricordate “Compagni di Parigi”, cantata dal cavalier Belfiore e quella pregna di delicato lirismo fatta cantare dalla marchesa Del Poggio. Le sinfonie tutte sonno innervate dalla caratteristica energia del musicista di Busseto ed in particolare i concertati finali del primo e del secondo atto.

Oggi l’opera è portata in scena assai raramente ma conta nella sua discografia interpreti di alto livello. I principali sono José Carrera e Fiorenza Cossotto , rispettivamente nei ruoli di Belfiore e della Marchesa.

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