29 ottobre 1929, il “Black Tuesday”

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di Giuseppe Esposito

Ottobre sembra essere un mese assai ricco di ricorrenze. Alcune liete, mentre altre ci ricordano giorni assolutamente infausti. È il caso del 29 che ci ricorda una delle date più tragiche della storia del Novecento. In quel giorno, 29 ottobre 1929, definito poi “Martedì nero” o all’americana “Black Tuesday” si ebbe il crollo di Wall Street. Quella data è rimasta nella memoria collettiva del mondo poiché ci ricorda il crollo del mercato azionario più clamoroso che si possa ricordare nella storia degli Stati Uniti e non solo, per la sua portata, ma anche per gli effetti che ebbe in ogni parte del mondo.

Quel fatidico martedì, alla Borsa di New York, furono scambiati 16 milioni di titoli e si innescò quella che fu definita la Grande Depressione.

Il meccanismo che portò a quel triste epilogo si era formato nel corso degli anni Venti. Il decennio successivo alla fine della Grande Guerra, quegli anni furono definiti i “Ruggenti anni Venti” oppure, per gli americani i “Roaring Twenties”. Fu un periodo di ricchezza e di eccessi. Ebbe una profonda influenza sulla vita americana e fu celebrato in teatro, al cinema e nella letteratura. Si pensi ai romanzi di Francis Scott Fitzgerald, lo scrittore che meglio di altri riuscì a comprendere quell’epoca.

Furono anni caratterizzati dall’ottimismo, anni in cui milioni di americani si trasferirono dalla campagna nelle grandi città alla ricerca di una vita migliore, garantita dal sempre crescente sviluppo dell’industria americana. Erano anche gli anni del Proibizionismo nei quali nacque il più spietato gangsterismo, il cui personaggio di maggiore spicco fu Al Capone. Nacquero in quegli anni nuove mode ed essi influirono profondamente su ogni aspetto dell’arte e del costume.

L’ottimismo di cui era pervasa la società americana di quegli portava a credere che lo sviluppo del marcato azionario potesse continuare all’infinito.

Il 25 marzo del 1929, la Federal Reserve provò a lanciare un allarme, avendo notato come la speculazione fosse cresciuta a dismisura, drogando il mercato. La conseguenza di quel preoccupato allarme servì solo a frenare il mercato per breve tempo. Le vendite dei titoli subirono una preoccupante accelerazione, provocando solo un piccolo crollo a cui, però,  la maggior parte degli investitori non diede gran peso. Era il sintomo della debolezza delle fondamenta su cui l’intero mercato borsistico poggiava; la deriva si arrestò quando la National Bank di Charles Mitchell entrò in campo con acquisti massicci per un valore complessivo di 25 milioni di dollari.

Ma la calma fu solo apparente. Dappertutto, nell’economia del paese, cominciarono ad emergere segnali di difficoltà. Rallentò la produzione di acciaio e crollarono le vendite di automobili. Gli eccessi di produzione cui si era giunti non potevano più essere assorbiti dal mercato. L’idea che il valore delle azioni potesse continuare a crescere indefinitamente ed il credito facile aveva spinto i consumatori ad indebitarsi pesantemente. Pertanto quei primi segnali di sofferenza non frenarono la corsa al rialzo delle azioni. D’altro canto economisti come Irving Fisher affermavano in maniera netta: “I prezzi delle azioni hanno raggiunto quello che sembra un altopiano perennemente alto.”

Al contrario vi erano altri come l’analista finanziario Roger Babson, che invece cominciarono a diffondere precisioni piuttosto pessimistiche su un incidente in arrivo. Incidente che avrebbe segnato profondamente il mercato. Le sue previsioni ebbero l’effetto di frenare il mercato e provocare una svalutazione delle quotazioni. Come dicevano i latini“Deus demntat quos perdere vult”. Infatti gran arte degli investitori interpretarono quella fermata, definita in gergo “Babson Break” come salutare e come una occasione di acquistare vantaggiosamente le azioni in calo.

Ma il 20 settembre a Londra avvenne un episodio che destabilizzò il mercato. Uno dei più importanti investitori inglesi, Clarece Hatry fu arrestato per frode e falso in bilancio. Fu uno choc per tutta la comunità finanziaria e rese il mercato il mercato, sull’altra sponda dell’Atlantico, estremamente instabile.

Su quella china, a metà ottobre, il volume delle vendite divenne assai preoccupante. Il 24 ottobre fu definito “Giovedì nero” e fu solo la prima di giornate simili. Alla fine di quella giornata il mercato accusò una perdita peri all’11% del suo valore. Il volume delle vendite continuava a crescere così rapidamente che gli operatori si trovarono ad agire al buio, non sapendo più il valore dei titoli che andavano negoziando. La situazione era divenuta grave ed i capi delle principali banche si riunirono a Wall Street per decidere la strategia da adottare. Alla fine di quella riunione fu dato incarico a Richard Whtney di coordinare le mosse e gli fu data ampia disponibilità di mezzi. Egli, rifacendosi alla strategia adottata per frenare la crisi che si era avuta nel 1907 avviò una campagna di acquisti dei titoli delle principali aziende del listino. Il risultato fu insufficiente ed il giorno 28 molti operatori furono costretti ad uscire dal mercato. Quando giunse la sera le perdite per quella sola giornata ammontava al 13% del valore totale dei titoli di borsa. Il giorno seguente il trend continuò e furono bruciati, in poche ore, più di 9 miliardi di dollari.

In seguito a quello che fu poi definito il Big Crash moltissime aziende furono costrette al fallimento e con ciò la disoccupazione in tutto il paese raggiunse valori elevatissimi e preoccupanti per la tenuta sociale. Si assistette, per le vie di New York a vere e proprie manifestazioni di follia e moltissimi furono i suicidi.

Quello che fu definito il “Martedì nero” innescò la più grande depressione mai vista nel mondo intero. Perché il mercato potesse recuperare i valori pre-crisi ci vollero più di dieci anni.

Nel 1931 il Senato degli Stati Uniti decise di costituire una commissione per indagare sulle cause che avevano portato a quella terribile crisi. L’organismo prese il nome di Pecora Commission, dal nome del senatore che la presiedeva ed in base alle conclusione delle sue indagini fu emanato, nel 1933 il Glass Steafel Act. Esso prevedeva l’istituzione della Federal Deposit Insurance e la separazione tra banche commerciali, che si occupano di raccogliere il risparmio dei privati e di erogare mutui e banche di investimento che acquistano azioni, obbligazioni ed altri titoli finanziari per cederli agli investitori.

Tale saggia decisione , sulla deplorevole spinta delle teorie neoliberiste, è stata abolita, nel corso degli anni Novanta del secolo scorso e noi oggi ci troviamo a scontare le crisi e le difficoltà che quella improvvida decisione ha generato. Ma la cosa ancor più preoccupante è che nessuno osa insorgere e pretendere che si torni a quella antica determinazione figlia dalla Commissione Pecora.

Anche perché la finanza è divenuta così pervasiva da rendere succubi perfino i governi dei vari paesi. Potremmo chiudere citando Marco Tullio Cicerone, col dire “Mala tempora currunt, sed peiora parantur”.

 

 

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