28 ottobre 1922, la Marcia su Roma

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di Giuseppe Esposito-

Il 28 ottobre 1922, quindi 99 anni or sono, si svolse una manifestazione armata che costituì il prologo per uno dei periodi più neri della storia recente del nostro paese: il famigerato ventennio fascista che gettò, alla fine, l’Italia nella spaventosa catastrofe del secondo conflitto mondiale.

La manifestazione era stata organizzata dal Partito Nazionale Fascista (PNF), una organizzazione nata il 23 marzo 1919, in una riunione tenutasi presso la sala riunioni del Circolo dell’Alleanza Industriale in piazza San Sepolcro a Milano ed a cui partecipò un ridotto gruppo di reduci, di intellettuali che erano stati interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari; in quella sala furono fondati i Fasci Italiani di Combattimento. La cosa appare, a posteriori paradossale. Infatti quel piccolo gruppo eterogeneo di individui che rivendicavano l’eredità dell’esperienza bellica, contestavano il sistema istituzionale liberale e rifiutavano le sue scelta economiche e sociali, diede origine ad un movimento che tante e nefaste conseguenze ebbe sulla vita del nostro paese.

Quell’avvenimento fu ignorato da tutti i giornali del tempo, con la sola eccezione de “Il Popolo d’Italia” diretto, del resto, dallo stesso Mussolini che quella riunione aveva fortemente voluto e che rimase deluso per il ridotto numero di partecipanti. Erano presenti nella sala infatti non più di un centinaio di persone ed il primo impulso del futuro Duce fu quello di annullare ogni cosa.

Sul primo momento sembrò quindi che quell’evento fosse destinato a non avere alcun seguito.

Il movimento impiegò non meno di due anni prima di riuscirsi a strutturare come un vero e proprio partito. E quella data e quel luogo ebbero, nella narrazione mitologica che il fascismo fece più tardi di se stesso, un valore simbolico enorme.

Ma la nascita del movimento avvenivano in un periodo di profonda crisi del sistema liberale, in un momento in cui si affermava il mito della Vittoria mutilata, diffuso, soprattutto tra le centinaia di migliaia di ex combattenti e reduci che nutrivano un risentimento profondo per non aver ottenuto riconoscimenti per il sacrificio, il coraggio e lo sprezzo del pericolo mostrati durante i lunghi anni di guerra.

A ciò si sommava il disorientamento della piccola borghesia che stretta tra il proletariato industriale e agricolo, rappresentato dai sindacati di ispirazione socialista ed i partiti di massa e la grande borghesia che dalla guerra aveva tratto i maggior vantaggi, accrescendo la propria ricchezza e l’importanza del proprio ruolo, veniva a trovarsi priva di riferimenti e di rappresentanza e spinta pericolosamente verso l’irrilevanza. Ad essa si associarono ex arditi, futuristi e sindacalisti rivoluzionari.

Tra quei ranghi il nascente fascismo cominciò ad affondare le sue radici. Ma un altro fatto contribuì alla sua affermazione. Gli anni 1919 e 1920, passati alla storia come il Biennio rosso, vide esplodere, a causa delle enormi difficoltà economiche, una serie di scioperi, manifestazioni e agitazioni terribili in tutte le fabbriche italiane, contro il taglio degli stipendi e le serrate.

Nel Meridione gruppi di braccianti tentarono di impadronirsi delle terre incolte e si cominciarono a diffondere parole d’ordine come “Le fabbriche agli operai e le terre ai contadini”. Il timore di una rivoluzione comunista come quella russa, prese a serpeggiare tra gli industriali ed i latifondisti e per essi la priorità più impellente divenne quella di fermare la rivoluzione. Per questo sembrò a tutti che il migliore argine contro quel pericolo fosse proprio il fascismo nascente. E quel movimento, con il loro appoggio cominciò la sua ascesa.

Agli inizi del 1922 pareva a tutte le componenti del partito fascista che fosse orami giunto il momento di prendere il potere, senza escludere nemmeno l’opzione di ricorrere all’uso della forza.

Il 24 ottobre si tenne a Napoli un raduno cui parteciparono quasi quarantamila camicie nere, una prova di mobilitazione. Nel corso di una riunione Mussolini affermò: “O ci daranno il potere o lo prenderemo con la forza calando su Roma.” Subito dopo nominò i quadrumviri che quella calata avrebbero dovuto guidare. Essi furono Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi.

L’adunata delle camicie nere a Napoli fu organizzata da Aurelio Padovani. Il raduno si tenne allo Stadio Albricci, all’Arenaccia. Poi egli stesso presentò Mussolini ai Napoletani nella sala del San Carlo. I partecipanti al raduno sfilarono per vie di Napoli fin sotto le finestre del Presidio Militare ed al prefetto Angelo Pesce fu imposto di mandare a Roma un telegramma con questo testo:

Manifestazione fascista si è svolta nell’ordine. Nulla da segnalare. L’on. Mussolini ha pronunciato breve discorso …Se il governo non sarà dato ai fascisti, il fascismo lo prenderà con la forza …”

Il giorno 28 ottobre quasi trentamila camicie nere presero a confluire su Roma, rivendicando dal re la guida del paese e minacciando il ricorso alla forza in caso di rifiuto.

La manifestazione che aveva tutti i crismi dell’eversione cessò il 30 ottobre dopo che Vittorio Emanuele III conferì a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo.

Quell’evento fu poi celebrato, successivamente, come l’inizio della cosiddetta rivoluzione fascista e quella data divenne il riferimento per il conteggio degli anni nell’era fascista. Poi ogni cosa fu travolta dal rogo della guerra da cui il paese uscì completamente distrutto.

 

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