22 Maggio 1859: muore Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie

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161° anniversario della morte- di Giuseppe Esposito

Ferdinando Carlo Maria di Borbone, nacque a Palermo da Francesco I e da Isabelle di Borbone, mentre la corte era rifugiata in Sicilia a causa dell’occupazione francese di Napoli. Salì al trono nel 1830 a soli vent’anni ed il suo regno si può dividere approssimativamente in due periodi.

Nel primo apportò una serie di riforme che lo fecero apparire un sovrano un sovrano energico, intelligente ed intraprendente. Sotto la sua guida il regno rifiorì. Concesse l’amnistia ai condannati politici, combatté la corruzione nell’amministrazione dello stato, ridusse i costi della politica e ridusse persino il suo appannaggio, cosa certamente non comune. Avviò una serie di riforme che vivificarono il tessuto economico della nazione. La crescita industriale ricevette un grande impulso e sorsero numerosissime fabbriche che producevano ogni sorta di manufatti, molti dei quali destinati anche all’esportazione: mobili, manufatti di vetro, guanti. Ma i comparti che conobbero un robusto sviluppo furono quello metalmeccanico e siderurgico, con l’ampliamento dei cantieri di Castellammare e il potenziamento delle acciaierie di Mongiana con la connessa fabbrica d’armi.

Fu creata l’officina di Pietrarsa che rese il paese indipendente dalle importazioni di materiale ferroviario dall’estero. Furono costruiti i ponti in ferro sul Garigliano e sul Calore. La riduzione delle tasse diede un grande impulso al commercio che vide sorgere numerosissime nuove botteghe e laboratori artigianali. Fu creata la prima compagnia di battelli a vapore del mediterraneo e fu realizzato il primo centro vulcanologico del mondo, con la costruzione dell’Osservatorio Vesuviano. Portò a termine un vasto programma di bonifiche che resero disponibili ben 338.000  Kmq di terre fertili assegnate ai cittadini oltre a molte altre terre del demanio.

Per questa sua politica, durante un congresso ,liberale che si tenne a Bologna nel 1831 gli fu offerta la corona di re d’Italia che egli rifiutò perché non voleva muovere contro il potere temporale del papa e riteneva che il sovrano fosse tale in virtù del volere divino e dunque egli non voleva andare contro gli altri principi italiani. A differenza del Piemonte che da sempre aveva coltivato le sue mire espansionistiche, indebitandosi all’inverosimile per sostenere le spese in armi e la sua politica aggressiva. Ferdinando era molto amato dal popolo, ma i suoi rapporti con la borghesia e, soprattutto, con gli intellettuali, che egli definiva sprezzantemente pennivendoli,  non erano idilliaci.

Egli regnò in un periodo assai difficile in cui i moti rivoluzionari erano presenti in ogni paese d’Europa. Agli intellettuali di casa offrì di aprire un tavolo di discussione per avviare un progetto di riforma della monarchia, ma essi risposero negativamente, poiché avevano in mente di delegittimare la figura del re. Essi non si accontentavano di procedere gradualmente, poiché avevano s di volere tutto e subito. Per questo i rapporti tra il governo e la classe degli intellettuali liberali si fecero tesi ed il sovrano inaugurò un diverso stile di governo che aveva due fronti, uno interno ed uno internazionale dove gli inglesi, dopo alcuni disaccordi sulla politica commerciale del sovrano, quale ad esempio lo sfruttamento delle miniere di zolfo siciliane, presero a remargli contro e ad organizzare complotti contro la sua monarchia.

Furono gli inglesi a favorire lo sbarco di Garibaldi a Marsala ed in combutta con i piemontesi a corrompere non pochi generali borbonici. Il Regno di Napoli dava fastidio ai nuovi assetti che si andavano definendo in Europa. Tuttavia, fino alla fine Ferdinando ebbe a cuore le sorti dei suoi sudditi, soprattutto quelle dei più umili. Si pensi che per conoscere meglio i bisogni dei cittadini teneva più di 50 udienze al giorno. Istituì una Giunta di carità che si occupava di erogare sussidi ai più bisognosi. Istituì il primo sistema previdenziale in cui la pensione dei dipendenti era costruita con trattenute mensili sugli stipendi.

Viaggiò moltissimo, recandosi in tutte le province del regno per ispezionare di persona i territori e le strade e per rendersi conto di come quelle province erano amministrate.

Costruì la prima circonvallazione, una lunga strada a mezza costa della collina del Vomero, per collegare la zona orientale e quella occidentale. Alla strada fu dato il nome di corso Maria Teresa, mutato poi in quello di corso Vittorio Emanuele. Fece realizzare il Cimitero Monumentale di Poggioreale.

Morì il 22 maggio del 1859, mentre era in viaggio. Lo storico napoletano Giacinto De Sivo così descrive la sua morte. Dopo che era stato trasportato via nave da Bari dove si era sentito male, fino al Granatello e poi in treno fino a Caserta.

Andò dalla stazione alla reggia su una barella, tra le mestissima famiglia reale, già vestita a nero per altro lutto; pareva un mortorio, piangeva la popolazione, benché discosta, i soldati non potevano trattenere i singhiozzi; ed ei con la voce e con la mano li confortava e salutava.

Durò malato quattro mesi e otto giorni, supportò amarezze e punte di ferro con pazienza. Ebbe il viatico al 12 aprile e l’estrema unzione al 20 di maggio. Piangendo i circostanti e anche i soldati che tenevano i ceri, disse : -Perché piangete? Io non vi dimenticherò.-

E alla regina. –Pregherò per te, pei figli, pel paese, pel papa, pei sudditi, amici e nemici, pei peccatori. Sentendosi più male, disse: Non credevo che la morte fosse sì dolce; muoio con piacere e senza rimorso.-Poi ripigliatosi aggiunse:- Non bramo già la morte come fine delle sofferenze, ma per unirmi al Signore.-

 Ordinò egli stesso la Messa e i più minuti particolari del servizio sacro. Ebbe la benedizione apostolica con plenarie indulgenze, delegate per telegrafo da pontefice al confessore monsignor Gallo, arcivescovo di Patrasso. Al sentirsi mancare notò che gli si scuravano gli occhi e gli tintinnavano le orecchie. Poco stante stese la mano alla croce dell’arcivescovo, l’altra porse alla regina in segno di addio. Poi chinò il capo a destra e finì. Era la domenica 22 maggio, dopo il meriggio un’ora e dieci minuti.”

 

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