15 settembre 2006, muore Oriana Fallaci

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di Giuseppe Esposito-

Oriana Fallaci, mai nome fu più divisivo nel panorama culturale italiano più recente. Apparteneva Oriana alla schiera dei giornalisti toscani quali Montanelli o Malaparte,  a quei maldetti toscani che o si amano o si odiano. E Oriana ha suscitato non poche antipatie per le sue posizioni sempre nette e spesso controcorrente rispetto a quelle prevalenti.

Ancora oggi, a quindici anni dalla sua morte, vi è chi si applica a criticare quelle posizioni. È il caso di un articolo a firma di Roberta Covelli che sul sito Fanpage.it si applica a contestare puntigliosamente l’articolo che, subito dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, fu pubblicato dal “Corriere della Sera” e che il suo direttore di allora, Ferruccio De Bortoli ebbe a definire “straordinario”.

Il titolo di quell’articolo era “La rabbia e l’orgoglio”. La Covelli definisce la giornalista un manifesto vivete contro l’islam ed afferma che l’articolo è pieno di scorrettezza logiche, furbizie dialettiche, profezie irreali ed errori di metodo. Quella della Covelli pare una di quelle posizioni estremiste di segno opposto a quello della giornalista toscana e tanto di moda oggi, presso coloro che vorrebbero che l’Occidente si autoflagellasse, per espiare gli errori ed i soprusi commessi in danno di quei paesi che, fino a qualche anno fa, venivano definiti del terzo mondo. Posizione che sembra voler ignorare lo scontro effettivamente in atto tra due modi di intendere la modernità e la civiltà. Certo l’Occidente ha, in passato, davvero prevaricato  le altre parti del mondo, ma nemmeno l’oscurantismo, il terrorismo o la tanto conclamata jhiad islamica sembra che siano posizioni da poter condividere.

Detto ciò appare evidente come la personalità della Fallaci abbia lasciato un segno che nemmeno il tempo riesce ad attenuare.

Oriana Fallaci scrittore (come si legge nel suo epitaffio del Cimitero degli Allori a Firenze), nacque nel capoluogo toscano il 29 giugno 1929, da Edoardo, artigiano e da Tosca Contini, casalinga. Aveva inoltre tre sorelle. Il padre, vecchio antifascista la cooptò nella lotta partigiana contro il nazifascismo come staffetta. Oriana trasportava munizioni tra le due sponde dell’Arno, dopo che i tedeschi avevano fatto saltare tutti i ponti. Dopo la guerra, conseguita la maturità classica si iscrisse alla Facoltà di Medicina a Firenze. Nel frattempo aveva però cominciato a lavorare come giornalista presso il quotidiano “Il Mattino dell’Italia Centrale” e sotto la spinta dello zio Bruno, giornalista anch’egli, abbandonò la Medicina per dedicarsi al giornalismo. La collaborazione col giornale si interruppe con il licenziamento, quando oppose un netto rifiuto a scrivere un articolo contro Togliatti, capo del PCI.

A quel punto, la giornalista si trasferì a Milano dove fu assunta all’Epoca, testata settimanale diretta dallo zio Bruno Fallaci. Dopo un primo periodo piuttosto grigio ebbe poi l’incarico di seguire l’Alta Moda Italiana che si andava affermando e scrisse della prima storica sfilata di moda a Palazzo Pitti nel 1952.

Nel 1954 a seguito del licenziamento dello zio, anche Oriana lasciò l’Epoca e passò a Roma, a lavorare per l’Europeo diretto da Michele Serra. La sua collaborazione col nuovo settimanale durò fino al 1977.

Nel 1956, nel pieno della “dolce vita” romana fu inviata a New York ad occuparsi di cronaca mondana. Frutto di quella esperienza fu il suo primo libro intitolato “I sette peccati di Hollywood” la cui prefazione fu firmata da Orson Welles.

Al ritorno dall’America conobbe Alfredo Pieroni, corrispondente da Londra per la Settimana Incom. Rimase incinta, ma mentre era a Parigi, per lavoro, ebbe un aborto spontaneo che le causò un lungo periodo di depressione e provocò la rottura con Pieroni.

Negli anni Sessanta realizzò un reportage sulle condizioni di vita della donna in Oriente che, riversato in volume fu il suo primo grande successo editoriale. Nel 1965 fu inviata negli Usa ad intervistare astronauti e scienziati della NASA. Intervistò anche Werner von Braun, lo scienziato tedesco, che per il Terzo Reich aveva progettato le V2 e che ora era a capo del progetto spaziale americano. Da quella esperienza realizzò il libro “Se il sole muore”.

Nel 1967 la ritroviamo come inviata di guerra in Vietnam. Li ebbe a criticare entrambe le parti in conflitto e definì quella guerra “una sanguinosa follia”.

Dopo gli attentati in cui persero la vita Martin Luther King jr e Bob Kennedy la ritroviamo in America. Qui seguì i movimenti studenteschi nascenti ma criticò gli studenti borghesi che inneggiavano a Che Guevara ma vivevano in case con l’aria condizionata, andavano al campus col fuoristrada e frequentavano i night clubs indossando camicie di seta.

Nel 1973 cnobbe il leader dell’opposizione ellenica al regime dei colonnelli, Alexandros Panagulis e strinse con lui una relazione. Rimase di nuovo incinta, ma a seguito di un litigio con alexos ebbe un nuovo aborto. Questa seconda tragica esperienza le suggerì il libro “Lettera ad un bambino mai nato”.

Ma il meglio di sé Oriana lo diede nelle interviste ai personaggi più famosi della sua epoca, gente che aveva fatto la storia come Kissinger, Khomeini, Deng Xiaoping o Pier Paolo Pasolini.

Oriana Fallaci aveva la capacità di stabilire da subito una complice intimità con l’intervistato  e non faceva mai mancare il suo commento estremamente sincero e spesso tranchant. Quelle interviste hanno fatto scuola nel campo del giornalismo. Ed i suoi libri hanno venduto in tutto il mondo più di 20 milioni di copie, facendone una protagonista della sua epoca.

All’inizio degli anni Novanta le fu diagnosticato un cancro ai polmoni, ma il suo atteggiamento nei riguardi del male fu quello di una combattente. Essendo impegnata a terminare la traduzione inn francese del suo libro “Insciallah”. Rinviò l’inizio delle cure. In quel periodo si era trasferita a vivere a New York, città che amava molto, ma quando sentì la fine avvicinarsi volle essere riportata a Firenze, all’ombra della cupola del Brunelleschi.

La morte la colse il 15settembre 2006 e fu sepolta nel Cimitero degli allori. Nella sua tomba fu posta una copia del Corriere della Sera, tre rose gialle ed un Fiorino d’oro, cioè la più prestigiosa onorificenza concessa dal Comune di Firenze. Peccato che quel Fiorino non fosse suo ma apparteneva a Franco Zeffirelli che volle fargliene dono, in segno di stima e di amicizia. Più tardi il regista ebbe parole durissime contro l’Amministrazione comunale fiorentina che non aveva voluto assegnare il Fiorino alla Fallaci per motivi puramente politici.

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