10 Giugno 1940: l’inizio della fine

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-di Giuseppe Esposito-

Era un lunedì quel fatale 10 giugno del 1940 e l’afa rendeva pesante l’aria di Roma. Nel tardo pomeriggio, quando cominciava leggermente a rinfrescare, una gran folla, quella delle adunate fasciste, era stata raccolta nella piazza davanti a Palazzo Venezia.

Alle 18 in punto il balcone al primo piano si apre ed esce il Duce ad arringare la folla. L’immagine della copertina della Domenica del Corriere, disegnata da Beltrame, raffigura un Mussolini in una tetra uniforme nera, ma la folla raffigurata  non sembra entusiasta, questa volta dell’annuncio del Duce. I volti non delineati e confusi, ci appaiono sgomenti.

Mussolini attacca col suo discorso preparato per l’occasione e rimasto memorabile per la sua follia.

Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate! L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata presentata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche d’Occidente che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e, spesso, l’esistenza medesima del popolo italiano.”

Dopo aver toccato vari argomenti a giustificazione della gravissima decisione terminava con:“Popolo italiano corri alle armi! Dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”

E poco prima della fine aveva lanciato l’urlo guerresco : ”Vincere e vinceremo!”

In quell’urlo, in quell’atteggiamento da condottiero, ed in quella vuota retorica possiamo affermare ci fossero già i germi della terribile disfatta cui saremmo andati incontro. Disfatta piuttosto prevedibile per chiunque avesse conosciuto il grado di impreparazione del paese di fronte ad una così terribile prova.

Solo il capo del fascismo era forse inconsapevole del baratro in cui stava spingendo se stesso, ma soprattutto il paese. Egli era forse convinto di poter sedere al tavolo della guerra per pochi mesi, dopo i quali avrebbe potuto partecipare al lauto banchetto che si sarebbe imbandito poi al tavolo della pace.

Credeva di poter replicare il successo della politica del conte di Cavour, che aveva mandato le truppe piemontesi a combattere in Crimea, a fianco di quelle di Francia ed Inghilterra, ottenendone poi l’appoggio nella Seconda guerra d’indipendenza.

Una vera follia, priva di logica in quel contesto storico, totalmente differente di quello di circa un secolo prima. Un gesto irresponsabile, unito alla barbarie della pugnalata inferta alla Francia che già stava soccombendo davanti all’avanzata dell’esercito tedesco.

L’unica fortuna è, possiamo per assurdo, affermare che quella decisione fu l’inizio della fine del fascismo. Certo per quello dovemmo pagare un prezzo altissimo noi ed il mondo intero con sessanta milioni di morti di ogni nazionalità e per l’Italia una devastazione senza precedenti.

In quel giorno vennero a galla tutte le bugie e le false promesse del regime agli italiani ed affiorò il vero volto del fascismo quello guerrafondaio e ferino. Ma fu la fine anche della monarchia di casa Savoia, quella di un re ignavo che non aveva saputo opporsi né alla marcia su Roma, né alle leggi razziste e che aveva favorito l’avvento del regime ed il suo consolidamento.

Oggi se l’Italia è una Repubblica democratica lo si deve incredibilmente, oltre che alla Resistenza ed alla Liberazione anche alla folle decisione annunciata quel pomeriggio di ottanta anni fa. Decisione presa da un dittatore folle che aveva perduto il senso della realtà e che condannò se stesso ed il paese ad una distruzione terribile.

Quel marchio di infamia resterà impresso per sempre nella nostra storia e non riusciremo più a cancellarlo.

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