1 Aprile 1738, Pompei risorge dalle ceneri

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di Giuseppe Esposito-

Notte tra il 24 ed il 25 agosto del 79 d.C. Plinio il Giovane è rimasto a Miseno, dove era di stanza la flotta romana. Plinio il Vecchio che di quella flotta era a capo si era mosso con la sua nave verso Stabia ed ivi trovò la morte. Più il giovane Plinio così scriveva a Tacito:

Già il giorno era nato da un’ora e la luce era ancora incerta e languiva, già le case intorno erano tutte sconquassate. Decidemmo di lasciare la città di Miseno. Vedevamo il mare ritirarsi, quasi scacciato dal terremoto. Senza dubbio il litorale si era ritirato e sulle aride sabbie un  gran numero di pesci era a secco. Dalla parte orientale un gran nembo nero e orrendo, squarciato da guizzi sinuosi e balenanti di vapore infuocato, si apriva in lunghe figure di fiamme: queste fiamme erano simili a folgori, anzi maggiori delle folgori.

La nube si levava non sapevamo da quale monte, poiché guardavamo da lontano. Solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte era il Vesuvio. La sua forma era simile ad un pino, più che a qualsiasi altro albero. Come da un tronco enorme, la nube svettò nel cielo alto e si dilatava e metteva rami. Alla fine la tenebra diventò quasi fumo o nebbia e subito ritornò la luce del giorno. Rifulse anche il sole; un sole livido come suole essere quando si eclissa. Dinnanzi ai miei occhi sparuti tutto appariva mutato. C’era un manto di cenere alta come neve.”

E sotto quella cenere era rimasta sepolta Pompei. Il silenzio scese per sempre ad avvolgere i campi su cui era sorta la popolosa città. Un primo tentativo di riportare alla luce la città sepolta fu condotto sotto l’imperatore Alessandro Severo, ma il tentativo fu poi abbandonato a causa dell’eccessivo spessore della coltre di cenere. Occorre giungere poi alla fine del XVI secolo perché si avessero delle novità di qualche rilievo. Tra il 1594 ed il 1600 l’architetto Domenico Fontana ebbe l’incarico di costruire un canale che attraverso la collina di Pompei portasse le acque del Sarno fino a Torre Annunziata. In quell’occasione furono rivenuti resti di edifici, iscrizioni e monete, ma nessuno comprese che quei reperti appartenessero alla città sepolta. Il terremoto del 1631 fece dimenticare completamente ogni cosa. Fino a che il giorno 1 aprile 1738 Carlo di Borbone, da poco salito sul trono di Napoli, diede l’ordine di avviare una nuova campagna di scavi la cui direzione fu affidata all’ingegnere Alcubierre. Ricorre pertanto oggi il 286° anniversario della riscoperta dell’antica città. Gli scavi non erano però condotti in maniera sistematica essendo l’intento del sovrano solo quello di ritrovare oggetti preziosi per arricchire la reggia di Portici di cui era stata avviata la costruzione in quello stesso anno.

La scoperta della Villa dei Papiri di Ercolano fece però sospendere gli scavi a Pompei. Gli scavi ripresero solo nel 1754 e portarono alla luce la villa di Giulia Felice in cui fu rinvenuto il celebre treppiedi sorretto da satiri di bronzo. Nel 1763 fu scoperta la porta di Ercolano ed una epigrafe. Il maggior impulso agli scavi si ebbe sotto Gioacchino Murat e vennero alla luce la strada tra la villa di Diomede e la casa di Sallustio, le case dette del Poeta tragico e quella del Fauno, il Foro e la Basilica. Sotto i Borboni la città riemersa dal passato , divenne un museo a cielo aperto, soprattutto dopo le ulteriori scoperte del Tempio della Fortuna Augusta e delle terme del Foro. Dopo l’unità d’Italia la direzione degli scavi fu affidata a Giuseppe Fiorelli che dette ai lavori un’impronta sistematica e fu anche colui che inventò il sistema dei calchi ottenuti versando gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi consunti delle vittime dell’eruzione del 79. Una data decisiva nella condotta degli scavi si ebbe a partire dal 1754, poiché furono adottate solo da allora tecniche di scavo non invasive e si si procedette anche al consolidamento del terreno per evitare frane che compromettessero la stabilità degli edifici riportati alla luce.

La fama di Pompei si diffuse in tutto il mondo accademico dell’epoca, grazie anche alla presenza a Roma di Johan Winkelmann, il grande studioso del mondo classico. Egli mise in evidenza la peculiarità di Pompei costituita dal fatto che, per la prima volta, venivano alla luce non solo oggetti d’arte, ma le  strutture ed infrastrutture che si possono definire viventi, di una intera città e ciò permetteva, cosa unica, di avere una immagine del suo piccolo mondo e metteva in evidenza come quella società fosse avanzata, e piena di gioia di vivere.

Dopo la pubblicazione del volume di Winkelmann “Storia dell’arte nell’antichità”, vero e proprio manifesto che portò alla nascita del neoclassicismo, il cosiddetto Grand Tour entrò a fra parte della formazione di tutti i giovani rampolli delle classi dirigenti d’Europa. La riscoperta di Pompei ebbe un’influenza su tutte le arti, dalle maggiori alle minori, dall’architettura alla moda e all’arredamento. Pompei divenne il polo d’attrazione di turisti da ogni parte del mondo e costituisce un unicum mai più replicato da nessuna parte. Un luogo magico in cui solo si può respirare l’aria di un tempo lontano ma, che a chi passeggia  nelle strade tra le insulae e le regiones in cui è suddivisa la città riemersa dalla ceneri sembra così vicino ed attuale. Pompei è insomma una sorta di miracolo, una macchina del tempo che le ceneri del Vesuvio ci hanno preservato attraverso i secoli.

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