Palazzo Re Enzo, Palazzo del Podestà e del Capitano del Popolo a Bologna: evoluzione urbanistica e curiosità

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Uno dei simboli di maggior rilievo storico-architettonico della città di Bologna è il gruppo di edifici che abbraccia Palazzo del Podestà, Palazzo Re Enzo e Palazzo dei Priori. Agli inizi del XIII secolo il Comune del Capoluogo emiliano avviò una serie di espropri per la realizzazione di una piazza (l’attuale Piazza Maggiore) insieme alla costruzione di edifici con finalità pubblica. Nell’arco di un secolo vennero edificati 3 immobili: Palazzo del Podestà, Palazzo Re Enzo e Palazzo del Capitano del Popolo. Affacciato su Piazza Maggiore, Palazzo del Podestà (detto anche “Palazzo Vecchio” per distinguerlo da Palazzo Re Enzo realizzato qualche anno dopo tra il 1244 e il 1246, di fatto detto “Palazzo Nuovo”), accoglieva il Podestà e tutti i suoi funzionari. Numerose sono le rappresentazioni storiche della città che evidenziano anche il gruppo di 3 imponenti edifici nel cuore della città antica. Nella pianta prospettica della città, scenografica pittura murale esposta nel Museo Vaticano di Roma del 1575, in cui ben si evidenziano strade, palazzi e chiese, affacciato su Piazza Maggiore, notiamo, in particolare, il Palazzo del Podestà, un isolato a forma quadrangolare, che ingloba anche Palazzo Re Enzo e quello del Capitano del Popolo, questi ultimi due poco distinguibili. Ben evidente invece è la torre dell’Arengo realizzata nel 1259, che poggia, nella parte bassa, sugli archi del cosiddetto Voltone del Podestà, torre campanara che ha avuto, nel tempo, numerosi problemi statici tanto che il basamento della torre è stato consolidato nei secoli. In corrispondenza del Voltone, nel 1523, la torre è stata adornata dalle statue dei quattro santi protettori di Bologna ovvero Procolo, Francesco, Domenico e Petronio. Singolare risulta l’acustica di tale Voltone che, come una sorta di telefono senza fili, consente di ascoltare nitidamente tutto ciò che viene anche solo sussurrato nell’angolo opposto a chi sta parlando. Altra interessante rappresentazione della città è la “Bononia Docet Mater Studiorum”, scenografica pianta della città realizzata nel 1663 e presente all’interno del libro sulla cartografia urbana delle città d’Italia realizzato da Joan Blaeu, che nella sua parte centrale, ben si evidenzia il gruppo dei palazzi pubblici indicato col numero 2: Sala del Podestà.

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Oggi sede di importanti mostre e iniziative culturali, Palazzo del Podestà venne ristrutturato, nel 1484, per volere della famiglia Bentivoglio, su progetto di Aristotele Fioravanti. Esso prevedeva il rivestimento delle vecchie colonne del XIII secolo, con pilastri molto più spessi e rivestiti da formelle tutte scolpite e diverse tra loro. Al di sopra delle arcate del portico principale, inoltre, venne realizzato un ballatoio dal quale si sentenziavano pubblicamente le pene capitali e le decisioni comunali. Al suo interno la grande Sala del piano superiore ha accolto negli anni numerose funzioni come ad esempio Sala del Consilio, Uffici del Comune, Tribunale, Teatro e addirittura anche palestra per i pompieri. Recuperata totalmente negli anni ’30 dello scorso secolo venne affrescata ad opera di Adolfo De Carolis dove vi rappresentò le varie fasi storiche della città.  Palazzo Re Enzo nacque, invece, come ampliamento del Palazzo del Podestà. Al suo interno, nel 1249, fu rinchiuso il figlio dell’Imperatore Federico II di Svevia, Re Enzo, da cui prende il nome (dopo la battaglia di Fossalta che decretò la vittoria dei Guelfi) per morirvisi ventitré anni dopo. Gli anni di prigionia non furono, tuttavia, particolarmente difficili, tanto che nello stesso periodo Re Enzo vide anche la nascita di tre figli. Altra curiosità legata questa volta al Palazzo Re Enzo è una finestra ornata da fiori che una volta affacciava su un terrazzo. I fiori erano curati da una certa Lazzarina, moglie del boia di Bologna. Una leggenda narra che ogni qualvolta il boia adempisse al suo dovere, la moglie aggiungesse una testa fiorita sul suo terrazzino (forse come un semplice gesto di pietà nei confronti del condannato a morte). Sul lato meridionale del Palazzo è presente una piccola chiesa dedicata a Santa Maria dei Carcerati, in cui venivano portati i condannati a morte. Al piano terra, inoltre, si custodivano le macchine da guerra, mentre nel loggiato al primo piano, raggiungibile attraverso una scala coperta, si svolgevano i Consigli Comunali.

Pubblico dominio cartolina del 1900 prima del restauro del Rubbiani prima della demolizione dell’adiacente casa Campogrande

La struttura ebbe numerosi rimaneggiamenti e aggiunte, avvenuti soprattutto tra il XVI e il XVIII secolo in particolare, come ad esempio la realizzazione, nel 1572, della residenza degli Uditori di Rota (i giudici delle cause civili) o il Voltone della Corda addossato sul lato nord di Palazzo Re Enzo. Nell’ambito della campagna degli sventramenti avvenuti dopo l’Unità d’Italia in particolare nel Mercato di Mezzo e su via Rizzoli, anche il lotto del Palazzo del Podestà subì, tra il 1906 e il 1913, modifiche considerevoli accompagnate anche dall’abbattimento di tutte le superfetazioni e dei palazzi addossati al gruppo Palazzo del Podestà, Re Enzo e Capitano del Popolo. Si assisteva, contemporaneamente, al ripristino della corte tra Palazzo del Podestà e Palazzo Re Enzo. Tali restauri vennero effettuati su progetto di Alfonso Rubbiani. Nel 1910 vennero abbattuti Palazzo degli Uditori di Rota e il Voltone della Corda e dopo poco venne realizzato un cortile separato da Piazza del Nettuno attraverso un muro di mattoni. Due anni dopo verrà restaurata la cappella di Santa Maria dei Carcerati mentre nel 1913 assistiamo all’abbattimento degli ultimi edifici posti tra via Rizzoli, Accuse e Canepa. Il restauro fu particolarmente criticato da buona parte dei cittadini e intellettuali dell’epoca: l’avvocato e deputato liberale Giuseppe Bacchelli entrò in forte polemica col Rubbiani, definendo i restauri una “Falsificazione storica”, in diversi articoli scritti per il quotidiano “Il Resto del Carlino” e soprattutto nel famoso testo risalente al 1910 dal titolo “Giù le mani dai nostri monumenti antichi”. Esempio, per tutti, fu l’aggiunta di merlature su Palazzo Re Enzo, con il ripristino delle arcate del pianterreno, e la scala quattrocentesca che dava un aspetto gotico a tutto l’immobile storico. Nel suo libro, Bacchelli, così descrive il restauro del Rubbiani: “La precisione storica è sostituita dalla visione arbitraria di una bellezza scenografica”. Molti anni dopo l’intervento, vennero scoperte le originali finestre poste sulla parete nord del palazzo lato via Rizzoli (bifore con archetti a sesto acuto), assai differenti dalle trifore con archetti a sesto pieno realizzate dal Rubbiani sul lato Piazza del Nettuno. Un lampione in stile liberty all’angolo di Palazzo Re Enzo, tra Piazza del Nettuno e Via Rizzoli, nasconde, infine, anch’esso una particolarità assai singolare. L’imponente lampione posizionato in quell’angolo nel 1920 e realizzato dallo scultore e decoratore bolognese Gaetano Samoggia, si accende per qualche secondo ogni volta che nasce un bimbo in città. Il lampione è collegato, di fatto, a due ospedali cittadini, il Sant’Orsola e il Maggiore, che dal 2012, attraverso un sistema di telecontrollo realizzato dalla fondazione “Alma Mater” con la collaborazione dello startup Wi4B, avvisa il passante in zona del lieto evento direttamente dalle sale parto dei due grandi ospedali bolognesi.

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