Palazzo Pedace a Salerno e i sui tesori storico-architettonici

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Nell’area meridionale del quartiere Fornelle (antica area urbana posta a occidente del centro storico di Salerno così denominata per la presenza, in epoca medioevale, di piccoli forni per la cottura della ceramica, oppure, secondo il Kalby, dal toponimo “formae” legato alla presenza di piccoli ruscelli nell’area, nonché insediamento di abitanti provenienti dalla vicina Amalfi, deportati per mano del Principe Sicardo agli inizi del IX secolo) si colloca un edificio caratterizzato, al suo interno, da una serie di stratificazioni storiche di particolare interesse ai fini della comprensione dell’area stessa e della sua evoluzione nei secoli: Palazzo Pedace. Partendo dall’antico spiazzo Campiello, già sede del Seggio del Campo, l’attuale Largo Portacatena, e proseguendo verso occidente, scorgiamo, sul lato nord, il fronte principale di Palazzo Pedace, visibilmente come l’unione di più fabbricati con comune corte interna la cui caratteristica tipologica è quella dell’ultimo intervento risalente alla metà del XVIII secolo. Il quartiere più occidentale del centro storico è stato oggetto, fin dagli anni 80, di studi urbanistici da parte dell’architetto Mario Dell’Acqua promotore, pochi anni dopo il terremoto del 1980, e precisamente dal 1987, di un complesso lavoro di consolidamento strutturale durante il quale, come testimonia l’architetto Cristina Cioffi (che, anni dopo, proseguirà i lavori  di consolidamento del piano terra del palazzo, parte di esso dal 2000 sede del FAI) si effettuarono sarciture di lesioni presenti, consolidamento delle murature e l’abbattimento di un solaio in legno del piano ammezzato che ha messo in luce delle meravigliose volte a crociera e degli archi acuti. Furono inoltre abbattute una scala e delle murature che nascondevano alcune antiche colonne. Un ulteriore intervento di restauro condotto da Cristina Cioffi, grazie alla Soprintendenza Archeologica, all’interno dell’ambiente medioevale (oggi sede del FAI), puntò all’eliminazione dell’umidità presente con l’asportazione dell’intonaco degradato che evidenziò l’originaria antica parete, con la collaborazione anche dello stesso FAI, si intervenne successivamente alla realizzazione di un masso isolante sul pavimento, la collocazione di un calpestio di cristallo temperato, volutamente realizzato per evidenziare i ritrovamenti di resti di epoca romana effettuati dalla Soprintendenza Archeologica sotto il piano di calpestio, il restauro delle colonne di spoglio con la pulitura dei materiali lapidei e la scoperta di un tratto di decorazione a tarsie policrome. Si affiancò a tali opere anche la realizzazione di un sapiente sistema di illuminazione al fine di mettere in risalto l’ambiente medioevale. Contemporaneamente si è proceduto allo studio prettamente storico dell’area in questione e in particolare proprio di Palazzo Pedace e del suo interessante ambiente medioevale. Lo storico dell’arte Antonio Braca, autore di un approfondito studio sul palazzo, riconosce, su tale area, la presenza della dimora del Vicecancelliere normanno Matteo D’Ajello e di una chiesa di sua proprietà (l’ambiente medioevale posto al piano terra), il tutto testimoniato da un atto di permuta del 1183: “[…] de jure similieter commutatione ordinem recepistis a nobis ecclesiam S.Mariae nostris sumptibus iuxtra domum patrimonii nostri fondata in vico S.Trophimenis cum possessionibus”.

di pubblico dominio
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In quell’anno, Matteo D’Ajello (figura di dubbia fattura morale, dedita alla bigamia a alle pratiche di stregoneria, come si legge sul famoso libro “Liber ad honorem Augusti” del cronista filo-svevo Pietro da Eboli, suo detrattore)   nel desiderio di costruire, in zona, una struttura ospedaliera “San Giovanni di Dio”, chiese al figlio, l’Arcivescovo Niccolò D’Ajello, lo scambio di una chiesa di sua proprietà, quella di Santa Maria (nell’area della chiesa dedicata a Santa Trofimena), con la chiesa di San Giovanni de Busandola (posta quest’ultima un po’ più a occidente dell’attuale Palazzo Pedace) allo scopo di ottenere maggior spazio da dedicare all’opera. Nonostante la chiesa di Santa Maria passasse nelle mani della Curia arcivescovile, alcuni atti tra cui anche delle Visite Pastorali del XVI secolo, conservano la memoria del vecchio proprietario Matteo D’Ajello. L’ambiente è stato per molti decenni un forno (si vedono infatti parti più scure conseguenza del fumo tra le colonne binate e un arco verso oriente). L’aula sacra doveva risultare più grande di quella che attualmente vediamo, difatti venne tagliata intorno al XVII secolo a causa dell’apertura dell’antica via Reale, l’attuale via Porta Catena: parte della navata sud venne demolita e tale amputazione è evidente nel taglio della volta a crociera (lato strada). In questo periodo si consolida, inoltre, l’attuale aspetto tipologico del palazzo. Nel XX secolo fu sede di un banco lotto (presente fino al 1980), periodo durante il quale le colonne vennero totalmente nascoste da alcune murature e l’ambiente soppalcato da un solaio in legno con scala laterale (le cui tracce si vedono ancora adesso sulla parete nord) ostruendo completamente la visione delle volte. Entrando nell’aula medievale, sul lato orientale, si scorge una coppia di colonne binate con capitelli in stile corinzio, oltre le quali, a distanza di 2 metri, è posto, a nord, un muro di uguale spessore mentre, a ovest, ritroviamo una colonna distante 3 metri. In asse con questa colonna ritroviamo, a nord, una ulteriore colonna con un particolare capitello che segna una croce scolpita al suo centro (i capitelli di queste ultime potrebbero essere coevi alla chiesa). Al piano nobile di Palazzo Pedace (attualmente occupato dal dalla sezione del Comune di Salerno “Sistemi Informativi”) sono presenti due affreschi che adornano la volta del salone e quella di uno stanzino posti entrambi sul lato strada. Tali affreschi raffiguranti “Erminia tra i pastori”, nel salone, e “Il sogno di Giuseppe” nello stanzino, risultano tipologicamente assai diversi tra loro poiché influenzati da differenti fonti: d’ispirazione letteraria (l’Orlando furioso), quello posto nel salone di rappresentanza, mentre nell’ambiente più piccolo l’affresco attinge le sue origini dal Vangelo apocrifo di Giacomo. I dipinti riflettono uno stampo culturale tipicamente partenopeo (molto in voga, allora, in numerose abitazioni civili nella seconda metà del ‘700), entrambi ispirati ai dipinti del maestro napoletano Francesco De Mura legato allo stile rococò. Nell’affresco del salone, inoltre, c’è una precisa volontà di distaccarsi dalle tematiche religiose scorgendo, dunque, un primo rinnovamento culturale e l’affacciarsi di rappresentazioni bucoliche simboli della semplicità di un certo stile di vita pastorale legato molto alla natura (l’Arcadia). Ringrazio la Struttura dell’Amministrazione dedicata all’Information & Communication Technology per avermi permesso gentilmente l’accesso alle sale per le fotografie degli affreschi del piano nobile.

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