L’ex Opificio Antonio Amato, una lunga e tumultuosa epopea di progetti di riqualificazione

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Nel quadro della riqualificazione urbana dell’area orientale di Salerno, è di questi giorni la definitiva presentazione del progetto dell’ex Opificio Antonio Amato, la cui storia assai complessa è costellata di drammatiche vicissitudini giudiziarie e numerose modifiche nel corso del tempo. L’area di trasformazione in questione rientra secondo le indicazioni del PUC (Piano Urbanistico Comunale) nella tavola P2.09 Zonizzazione, ovvero Comparto Edificatorio AT_R_26 (Area di trasformazione a destinazione prevalentemente residenziale). La stessa zona è ben evidenziata anche nella tavola P4 (Il nuovo Disegno Urbano di indirizzo) con l’intervento attale e/o in itinere. Le prime intenzioni progettuali intorno all’area risalgono al giugno del 2007, allorquando, a seguito di un primo contatto con lo studio francese del celebre architetto Jean Nouvel, il rinomato progettista si recava a Salerno per comprendere le potenzialità urbanistiche dell’area in questione. Due anni dopo, il 15 Settembre 2009, s’inaugurava il cantiere che avrebbe dato nuova vita e un nuovo volto all’ex opificio. Promotore del progetto era il gruppo Amato Re di proprietà dell’omonima famiglia. Si prevedeva la realizzazione di appartamenti pensili, un parco pubblico di 7000 mq circa e uno privato di altrettanti 7000 mq circa, 113 appartamenti, più di 3000 mq di area commerciale, 1000 mq di superficie direzionale, 73 posti auto pubblici, 22 posti auto residenziali, 127 box auto, 80 posti auto direzionali-commerciali. Nel progetto di Nouvel erano previste due piscine e una scuola, mentre il vecchio molino (elemento architettonico da preservare poiché rappresentativo della storia industriale della città e dunque parte integrante del progetto stesso) si sarebbe trasformato in un centro commerciale e di servizi. Dopo poco più di un anno dall’inizio dei lavori (che procedevano molto a rilento), una serie di difficoltà economiche in capo al Gruppo Antonio Amato finirono per ripercuotersi anche sugli affari del gruppo Amato Re, concludendosi nel 2012 con il fallimento finanziario del famoso pastificio e il default della società. Per far fronte al disastro l’Amato Re si trovò di fronte a due strade: da una parte, l’ipotesi di una vendita all’incanto, dopo appropriata consulenza, del terreno includendo, però, il progetto di Jean Nouvel; dall’altra rilevare il progetto dell’architetto francese e riproporlo sul mercato alle condizioni dettate dall’architetto. Dopo un susseguirsi di aste andate a vuoto nell’aprile del 2017 l’area dell’ex opificio Amato viene venduta, per tre milioni e centocinquantamila euro, alla Intesa Immobiliare (i cui soci sono Roberto Aversa e Luigi Chianese). Con l’acquisto dell’immobile, purtroppo, decade l’idea progettuale dell’architetto Jean Nouvel, di fatto, ridimenzionato col solo recupero del vecchio molino in un piano di globale riqualificazione dell’area. Nello stesso mese l’Ordine degli Architetti della Provincia di Salerno, per voce dell’allora Presidente Maria Gabriella Alfano, esortava, tuttavia, i nuovi proprietari dell’ex opificio a non abbandonare il progetto di Nouvel, in quanto espressione di una vera e propria svolta architettonica, una sorta, di nuovo e interessante esperimento internazionale. L’ex Presidente esternava, altresì, preoccupazione sui tempi di realizzazione dell’opera che, con la nuova progettazione da farsi, si sarebbero allungati considerevolmente, raccomandandosi inoltre di non rinunciare mai alla qualità estetico-architettonica legata sempre alla funzionalità del progetto. Nel dicembre del 2018, approda, infine, il nuovo progetto “Molino Nuovo”: complesso polifunzionale costituito da aree commerciali e culturali accompagnate da nuove abitazioni che si integrano a quella che viene definita archeologia industriale del vecchio molino Amato (recupero totale dell’opificio Amato). Il progetto è realizzato dallo Studio “Architetti Artigiani Anonimi”: un articolato susseguirsi di edifici in linea che partono dal vecchio Molino Amato e che sono la naturale estensione dello storico edificio conservando alcune peculiarità architettoniche dello stesso. Il fronte architettonico in questione costituisce, inoltre, un fondamentale elemento di connessione tra due diverse aree della città: quella di via Parmenide e l’altra, a nord, che si affaccia su via Picenza. La superficie complessiva del progetto è di 14.800 mq per 135 appartamenti (con sviluppi di unità abitative differenti), 300 box-posti auto, più di 13.000 mq di aree esterne e quasi 4000 mq di area commerciale. Come affermano gli architetti paesaggisti Vera Scaccabarozzi e Lorenzo Rebediani per l’area esterna: “Il parco attraversa i nuovi edifici e connette due aree a diversa altezze della città. E’ il paesaggio mediterraneo ad emergere con i suoi tratti rocciosi, aridi e una ricca tessitura di verdi. L’approccio filologico nella scelta della vegetazione favorisce le importanti funzioni ecologiche del parco, oltre a ridurre il consumo idrico”. Continuando la descrizione gli architetti affermano che “L’architettura industriale del Molino Amato lascia una traccia del tessuto produttivo attraverso un labirinto di grano, mentre le funzioni ecologiche e paesaggistiche si uniscono a quelle culturali per definire un nuovo paesaggio identitario”. Il progetto prevede un fronte commerciale lungo 200 metri lineari circa, costituito da negozi e uffici, mentre il Molino Amato avrebbe ospitato una scuola e una struttura museale, diventando una sorta di “polo culturale”. Negli ultimi giorni una nuova modifica al progetto dell’ex opificio ha, in realtà, stravolto in maniera anche incisiva la stessa idea iniziale legata al recupero del Molino Amato secondo i dettami e le teorie dell’archeologia industriale: il vecchio Molino Amato verrà abbattuto! Il progetto dunque viene per l’ennesima volta, almeno in parte, stravolto e sembrerebbe che i tempi di realizzazione dell’opera risulteranno particolarmente lunghi. A fine mese si terrà, infatti, una riunione in Prefettura per stabilire le fasi di suddetta demolizione che, a causa della vicinanza con la rete ferroviaria, comporterà quantomeno un rallentamento dei treni, se non delle momentanee sospensioni. Perderemo, pertanto, un ulteriore elemento architettonico che per più di sessant’anni ha contraddistinto e caratterizzato l’intera area in questione, testimonianza storica di una città coinvolta nei processi di industrializzazione degli anni ’50 e ’60. In un’epoca in cui il progetto di riqualificazione degli ex opifici industriali in Europa è tematica affrontata con grande sensibilità e rispetto, Salerno sembra ancora anni-luce lontana dai processi di riutilizzo, per fini pubblici, di volumi storici o industriali. Cosa vedremo al suo posto? Forse un altro grattacielo? Il tempo ci darà le risposte.

Le rappresentazioni dei progetti provengono dai siti: skyscrapercity.com e il sito facebook “Arcan”

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