Le colonne d’epoca romana nel centro storico di Salerno: elementi da conservare e valorizzare.

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Il cuore antico della città di Salerno con i suoi numerosi palazzi e chiese di altissimo pregio storico-architettonico diversificati tra loro dal punto di vista sia tipologico che storico, conserva, inglobati nell’intricato dedalo di vicoli e viuzze, anche piccoli elementi decorativi non sempre facilmente visibili e, dunque, spesso inconsapevolmente ignorati. Parliamo di edicole votive, di mascheroni, di archi a sesto acuto o a tutto sesto, ma soprattutto di fusti e capitelli di spoglio d’epoca romana. Questi ultimi, numerosissimi e sparsi qua e là lungo gli stretti percorsi presenti nel centro storico del Capoluogo, danno a Salerno l’appellativo di città “delle 100 colonne”. Appaiono come elementi d’architettura decorativa ma, in realtà, la maggior parte di essi svolgono funzione statica incrementando la stabilità dell’edificio. Sono presenti lungo le facciate dei palazzi o negli angoli degli stessi, ma per comprendere realmente il valore e la funzione di tutte queste colonne che ingentiliscono con la loro bellezza i numerosi vicoli della città vecchia occorre una breve parentesi dell’evoluzione storico-urbanistica del Capoluogo. Il castrum Salerni nel 197 a.c. fu scelto come una delle cinque colonie romane marittime a seguito della “Lex Atinia de coloniis quinque deducendis”, risultando una piccola realtà urbana posizionata tra le colline a nord e il mare a mezzogiorno. La città ebbe, invece, un notevole sviluppo sia culturale che urbanistico sotto i Longobardi e dal Principato di Arechi II in poi. In questo periodo si assiste, infatti, alla realizzazione della residenza reale del principe longobardo, nella parte bassa della città non lontano dal mare, e alla costruzione di chiese e monasteri, come quello di San Benedetto nella parte più orientale dell’abitato. A ciò si accompagna, inoltre, l’ampliamento della bizantina Turris Maior e delle mura cittadine. Con la conquista normanna nel 1077 da parte di Roberto il Guiscardo, la realtà urbanistica continua ad espandersi con la realizzazione di ulteriori edifici sacri, come la grande Cattedrale, e civili come la nuovo Palazzo reale denominato Castel Terracena. Ed è in questo contesto storico-urbanistico che si utilizzano colonne di spoglio d’epoca romana provenienti da più località. Un interessante e approfondita ricerca della studiosa di archeologia Angela Palmentieri affronta l’argomento del reimpiego di elementi romani nel medioevo salernitano focalizzandosi, poi, in particolare sul Duomo di Salerno. Sulla scia della scoperta del paesaggio archeologico di Paestum e, in particolare, degli studi effettuati da Paolo Antonio Paoli (1720-1790 – Presidente dell’Accademia Pontificia di Roma) nella seconda metà del XVIII secolo l’abate Jean-Claude Richard de Saint-Non realizzò un libro con numerose raffigurazioni dell’epoca nel suo “Voyage pitoresque, ou description des royaumes de Naples et de Sicilie” con particolari architettonici delle città del sud Italia. Proprio a Salerno si evidenziava la presenza di materiali di reimpiego d’epoca romana negli edifici e chiese medioevali (lo studio degli elementi archeologici d’epoca greco-romana venne ulteriormente effettuato, in seguito, da numerosi viaggiatori francesi all’inizio del XIX secolo). Di particolare bellezza è la rappresentazione del quadriportico del Duomo (acquaforte realizzata dall’incisore Desprez) in cui si ammirano le colonne e i capitelli corinzi che lo caratterizzano. Altra incisione è quella sempre del Desprez che raffigura l’interno del tempio di Pomona (l’attuale Palazzo Arcivescovile) con i possenti colonnati e i capitelli decorati da protomi femminili provenienti dalla colonia di Paestum del II secolo a.c. (l’ambiente era allora ridotto a stalla e lo sarà fino al 1890). Secondo lo storico Max Wegner, relatore alla metà dello scorso secolo di un’analisi comparativa tra le cornici superstiti del macellum di Pozzuoli (di età Severiana) e il soffitto d’architrave presente all’ingresso principale del Duomo, alcuni elementi di epoca romana del porticato della Cattedrale proverebbero, molto probabilmente, proprio dall’area flegrea: il fregio architrave (che rappresenta dei tralci vitinei) risulta, infatti, appartenere al macellum puteolano, così come  ben documentato anche dall’architetto francese Francois Debret (1777-1850) nelle sue raccolte intitolate “Dessins et plans, décoration et ornement architecturaux de Naples”. Gli eleganti capitelli in stile corinzio presenti all’interno della Cattedrale e risalenti all’epoca della prima età imperiale, provengono con molta probabilità dal sacco di Roma e sono, dunque, in marmo laziale (alcuni storici affermano invece che risultano di provenienza autoctona). Il quadriportico è anch’esso costituito da una serie di capitelli corinzi sorretti da fusti scanalati o lisci di marmo colorato. Essi risultano essere di epoca tardo-imperiale realizzati da maestranza campane, lo stesso vale per il campanile e l’Episcopio. Alcuni capitelli del quadriportico e dello stesso campanile provengono da un antico edificio di Paestum di età tardo-repubblicana, così come di Paestum sono anche i blocchi di travertino del basamentale del campanile.  Fusti e capitelli di spoglio sono presenti non solo nell’area del Duomo ma anche lungo i numerosi vicoli della città antica. Difficile è descriverli tutti: molti sono anche ben nascosti nei palazzi sei-settecenteschi o nelle stesse chiese del centro storico, tuttavia è possibile ipotizzare un percorso che abbracci la maggior parte di essi. Partendo da Piazza Sedile di Portanova si riscontrano numerose colonne di spoglio lungo via Mercanti (l’antica Via Drapperia) dove, come afferma lo storico Paolo Peduto, erano presenti: “estesi ed eleganti porticati, sorretti da colonne e capitelli di spoglio, dove i mercanti, appunto, svolgevano la loro attività. Di tali portici sono rimaste alcune tracce ben visibili anche se per la maggior parte esse rimangono inglobate nei vani dei negozi moderni”. Alla fine di Via mercanti, lungo via Arechi, sono ancora ben visibili archi, fusti scanalati e capitelli di ordine corinzio sempre di spoglio che appartenevano alla regia arechiana (lato est) e che sorreggono archi a tutto sesto in mattoni. Una in particolare è in precarie condizioni, mentre le altre sono in parte nascoste da un groviglio di fili elettrici e pannelli di legno. Davvero particolare è il gruppo di colonne che reggono le volte a tutto sesto presenti sotto Palazzo Pinto. Ulteriori due fusti con capitelli, sempre in stile corinzio, si scorgono lungo il vicolo della neve, salendo invece per via dei Canali, mentre si ritrova una colonna maltenuta ad angolo su Larghetto San Pietro a Corte, nella sua parte bassa, mentre nella parte alta s’incontrano sue colonne agli angoli dei palazzi, una a sinistra e l’altra a destra. Esse hanno capitelli differenti: quello a oriente è in stile dorico e l’altro è in elegante stile corinzio, quest’ultimo con fusto scanalato. Salendo ulteriormente, si riscontra un piccolo fusto con capitello a calice in prossimità della chiesa longobarda di Santa Maria De Lama. Non lontana dalla colonna angolare, un’ulteriore colonna maltenuta è presente su via Porta Rateprandi ancora incassata nella parete, con fusto scanalato e capitello corinzio, le cui foglie di acanto sono state in parte depredate (fanno da cornice all’elemento storico-arhitettonico un bel cumulo di spazzatura tutta addossata alla colonna). Nella parte alta del centro storico si notano, poi, due colonne con capitelli dorici tra la Salita di San Bartolomeo e via Tasso, di cui una in parte distrutta. Ridiscendendo, si passa per vicolo Duca Ruggiero dove s’incontra una ulteriore colonna posta nell’angolo con vicolo Municipio Vecchio, composta da un fusto liscio e capitello in parte incassato nella parete in stile corinzio e dal quale diparte una volta. Non lontano, su Largo Sedile del Campo, è presente una colonna con fusto spezzato e capitello di pietra bianca con larghe foglie di acanto, posizionata di fronte alla monumentale fontana seicentesca di Largo Campo, angolo via Dogana Vecchia. Altre colonne sono presenti lungo vicolo Adelbenga alla base di Palazzo Fruscione, negli angoli che delimitano la casa palaziata d’epoca angioina molto probabilmente coeve al palazzo: entrambe di marmo bianco, quella a occidente risulta a forma conica e presenta nella parte centrale un bassorilievo di un albero, mentre l’atra, a oriente, ha fusto liscio con capitello a grandi foglie e volute sovrastanti. Proseguendo lungo vicolo Adelbenga, quasi a ridosso con la parte occidentale di Palazzo D’Avossa, sono presenti due eleganti colonne con capitelli dai quali diparte un arco a sesto acuto, i capitelli sono entrambi in stile corinzio con fusti lisci e sovrastanti semplici abachi sempre lisci. Risalendo lungo via Botteghelle, s’incontrano altre due colonne angolari (all’ingresso di vicolo Grimoaldo). Esse sorreggono una volta a sesto ribassato: quella posta a nord è in buone condizioni composta da fusto semplice e capitello corinzio, l’altra invece è stata, purtroppo, in parte distrutta non molti anni fa. Andando verso l’area del Duomo si notano ulteriori colonne sulla facciata nord della Curia arcivescovile: un susseguirsi di fusti e capitelli di ordine corinzio (tutti differenti) dai quali diparte una elegante serie di archi a sesto acuto. Sul retro della parte absidale del Duomo è presente nel piccolo vicolo dei Sediari (così denominato poiché un tempo erano presenti artigiano che impagliavano le sedie) una grande e suggestiva colonna angolare composta da fusto liscio e da un capitello in stile corinzio tenuto in discrete condizioni. Proseguendo ancora verso est, s’incontrano ulteriori pregiate colonne lungo il versante meridionale del Convento di San Michele, di marmo chiaro con semplici fusti e capitelli (con leggera forma conica) composti da grandi foglie sormontate da semplici abachi. Non lontano, ritroviamo un ulteriore colonna angolare su via S’Alferio, in parte ancora incassata con capitello corinzio parzialmente deturpato. Infine, sul pronao del monastero di San Benedetto ritroviamo, tre archi a tutto sesto sorretti da colonne di spoglio con capitelli corinzi molto probabilmente di età adrianea. Sul lato orientale, invece, si scorge ciò che rimane dell’antico quadriportico del Convento, distrutto all’inizio del XIX secolo. Si notano tre colonne di spoglio superstiti che sorreggono due archi a tutto sesto, di cui due molto eleganti con fusto tortile e capitello corinzio. Esse andrebbero recuperate completamente, alcune sono in precarie condizioni, abbandonate al loro destino, altre poco rispettate e, purtroppo, vittime della noncuranza da parte non solo delle Autorità locali competenti ma anche degli stessi cittadini.

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