L’Abbazia del Goleto: testimonianza d’arte “Gotico-Romanica” nel cuore dell’Irpinia

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Lontano dal mare, distante dai grandi centri urbani, a nord dei monti Picentini, esiste un luogo non molto conosciuto ma da sempre abitato fin dall’epoca del Paleolitico, un territorio di passaggio per la transumanza, non lontano dall’antica Via Appia e dalle sorgenti del fiume Ofanto, corridoio di collegamento tra l’Adriatico e il Tirreno. Il Goleto è un’area dell’Appennino Campano su cui sorge un’antica Abbazia la cui costruzione iniziò per volere di San Gugliemo da Vercelli nel 1133. In viaggio verso la Terra Santa, Gugliemo giunse nell’avellinese dove conobbe il normanno Ruggiero di Monticchio. Questi gli lasciò un terreno non lontano dall’abitato di Sant’Angelo dei Lombardi, sul quale il Santo realizzò la cittadella monastica dedicata al Santissimo Salvatore e dove morì nel Giugno del 1142. La cittadella ospitava una comunità mista di monache e monaci sotto la suprema autorità di una Badessa. La sacra struttura è un luogo particolarmente affascinante ma allo stesso tempo misterioso in ragione della sua straordinaria ricchezza di elementi architettonici d’epoca medioevale e per la cospicua presenza di simboli, enigmatiche iscrizioni e figure che s’incontrano già all’ingresso del monastero, e oggetto di un approfondito studio da parte del ricercatore irpino Marco Di Donato. Nella parte orientale del Monastero fu eretta nel 1152 la Torre Febronia dal nome dalla Badessa che ne commissionò la realizzazione. Secondo la studiosa Stella Casiello, essa è “uno dei rari esempi di opere fortificate annesse a complessi religiosi, e nasce dalla necessità di difendere l’insediamento, posto in aperta campagna, dalle incursioni di banditi e saraceni”. La Torre, in stile romanico, fu realizzata utilizzando i resti di un antico monumento funebre dedicato a Marcus Paccius Marcellus, centurione della Legio Scythica. Su molti blocchi, alla base della struttura, si possono ancora ammirare i bassorilievi legati al vecchio mausoleo. Nella parte superiore, invece, si nota sul lato sud, la scultura di una testa di toro a destra mentre sulla sinistra un’altra scultura tranciata, esempi tipici dell’arte romanica. La comunità conventuale, sotto le Badesse Febronia, Marina I e II, Agnese e Scolastica, si arricchì di numerose opere d’arte. Al centro del Convento sono presenti due strutture medioevali sovrapposte di particolare bellezza. Quella che si affaccia sul grande atrio dell’ex convento maschile, detta erroneamente chiesa inferiore, in realtà risulta essere un luogo di smistamento per i vari ambienti monastici. Al suo ingresso, sulla destra, è presente una scultura funeraria d’epoca romana che rappresenta una matrona. Al suo interno ritroviamo un ambiente risalente al 1200 diviso in due navate da due colonne che sorreggono le volte a crociera. In stile romanico-pugliese, l’ambiente contiene un bellissimo sarcofago in pietra rossa tutta finemente intagliata. Alla sovrastante cappella superiore ci si arriva salendo una lunga scalinata laterale con un corrimano a forma di grosso serpente con un pomo in bocca. Si accede attraverso un elegante portale ad arco a sesto acuto con i resti di due grifoni (animali mitologici, simbolo della doppia natura di Gesù, quella terrestre e quella divina) ai lati e sovrastato da un rosone a sei petali. La cappella, risalente al 1255, fu voluta dalla Badessa Marina II per custodire le spoglie di San Luca. E’ anch’essa a due navate coperte da volte a crociera ogivali che poggiano su due colonne con capitelli decorate da foglie. Nei pressi dell’altare di destra, sulla base ottagonale della colonna, sono presenti animali di difficile individuazione; due in particolare mordono la colonna. Molto probabilmente la colonna potrebbe essere considerata come l’albero della vita con due topi che mordono le radici dell’albero. Il sacro ambiente è ingentilito da due piccole absidi con eleganti altari in pietra. L’ambiente è una mescolanza di stili architettonici che vanno dall’architettura gotico-pugliese a quella tipica cistercense, e tale raffinata armonia di tipologie rende la chiesa tra le più interessanti di tutta l’Italia Meridionale. La parte esterna della cappella è caratterizzata da una serie di barbacani con motivi ornamentali e simbologie di vario genere molto frequenti nell’età medioevale, accompagnati da figure zooforme e antropoforme. Scorgiamo, ad esempio, la “mano di Dio” che simboleggia la volontà di allontanare tutto ciò che è negativo, una figura antropomorfa, una conchiglia che rappresenta il viaggio verso Santiago de Compostela dove è sepolto San Giacomo, e ancora una palma di Gerico forse simbolo del pellegrinaggio a Gerusalemme, o una rosa che rappresenta la devozione mistica e la croce Patente che è simbolo dei Templari. Dopo un florido periodo durato più di due secoli, il monastero decadde per decisione di Papa Giulio II nel 1515. Grazie alla presenza dei soli monaci, la struttura continuò ad esistere tra il XVII e il XVIII secolo. I ruderi della chiesa, a croce greca, realizzata dall’architetto napoletano Domenico Antonio Vaccaro, tra il 1735 e il 1745 testimoniano una volontà di restauro dell’intero complesso conventuale ma purtroppo pochi anni dopo, con la soppressione del 1807 degli ordini monastici da parte di Giuseppe Bonaparte (re di Napoli), le spoglie di San Guglielmo da Vercelli vennero traslate nel monastero di Montevergine. Da quel momento l’intera struttura inizia un profondo periodo di abbandono, tanto che divenne un vero e proprio rudere. Dal 1973 grazie al volere dei Padre Lucio Maria De Martino, monaco benedettino, iniziano i lavori di restauro. Ulteriori interventi di consolidamento vengono avviati dopo il tragico evento tellurico del 1980. Nel 2004 sono stati intrapresi lavori di completamento, restauro e adeguamento funzionale dell’Abbazia sotto la supervisione del Progettista e Direttore dei lavori l’architetto Angelo Verderosa. Il recupero si è concluso nel 2008 con la realizzazione di un Museo realizzato sui lati est ed ovest della chiesa del Vaccaro, il tutto co-finanziato dal POR Campania 2000-2006. Grazie anche a quest’ultimo intervento, l’ex cittadella monastica risulta, allo stato attuale, un centro per la fruizione multi-culturale di grande interesse per tutto territorio irpino.

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