Il terremoto del 1980: dal putiferio delle polemiche socio-politiche alle storie dei sopravvissuti

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Sono bastati 90 secondi, circa 26 atti di respirazione, un lasso di tempo tragicamente infinito, perché un ampio territorio dell’Italia meridionale, compreso tra due regioni, la Basilicata e la Campania, tra le 19:35 e le 19:37 di una splendida giornata di fine novembre, si trovasse di colpo dinanzi a una devastazione di proporzioni gigantesche che segnerà radicalmente il destino e l’urbanistica di tante città o paesi, soprattutto dell’interno dell’Appennino meridionale. Il terremoto del 23 novembre1980, nelle aree maggiormente colpite, tolse purtroppo la vita a migliaia di persone e alle tante sopravvissute finì per sconvolgerla radicalmente. Sulle prime pagine dei giornali locali e nazionali sequele di titoloni a caratteri cubitali. Il quotidiano – Il Mattino-  ad esempio, titola il giorno dopo: “UN MINUTO DI TERRORE I MORTI SONO CENTINAIA”, riportando informazioni ancora non troppo precise, spesso confuse, che focalizzavano l’attenzione inizialmente sulle grandi città campane come Napoli e Salerno. Tuttavia, già la prima pagina del 25 novembre dello stesso quotidiano puntava lo sguardo su quei martoriati territori dell’entroterra campano e lucano: “Irpinia, Alto Sele e Lucania, un panorama di rovine. Altre scosse, soccorsi a rilento, Napoli paralizzata –I MORTI SONO MIGLIAIA 100.000 I SENZATETTO-”. Ma è del giorno seguente (mercoledì 26 novembre) una delle prime pagine che hanno fatto la storia del giornalismo italiano: “Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti (sono 10.000?) e dei rimasti senza tetto (250.000?)  FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo per aiutare chi non ha più nulla”. Esplodono dure polemiche in particolare sulla mancanza di coordinamento della macchina dei soccorsi e assistenza alla popolazione da parte di molti politici, come lo stesso Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini. Ma anche la classe intellettuale italiana alzò la voce puntando il dito sulle cattive abitudini edilizie o sulla retorica di tutte le immagini utilizzate per descrivere la sciagura. Tra i tanti Alberto Moravia, dopo aver sorvolato in elicottero i territori terremotati, le tante realtà completamente cancellate dalla violenza del sisma come San Mango, Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni, sul settimanale “L’Espresso” del 7dicembre 1980, in un lungo articolo dal triste titolo – “Ho visto morire il sud”- dà sfogo alle sue riflessioni : “…In cima alla montagna, però, in luogo del solito giuoco di domino ordinato e intatto delle case di paese, vedo come un’accozzaglia di nidi di vespa sfranti e sfondati, un grigio di polvere disciolta tra il quale emergono intelaiature in disordine dello stesso colore grigio polveroso….quei nidi di vespa sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano; adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili come i morti di quel cimitero che vedo laggiù,  con il suo recinto, e le sue file di tombe, i suoi cipressi….  Il crollo si spiega, al solito, col furto: si è lesinato il ferro in mancanza del quale il cemento, diciamo così, diventa disarmato…Così i costruttori hanno fabbricato senza saperlo o meglio spesso sapendolo delle case facilmente convertibili in tombe… Adesso si vede chi ha rubato. L’ospedale nuovo, inaugurato l’altr’anno, è crollato, i malati sono morti, gli infermieri sono morti, i medici sono morti. E perché sono morti? Perché c’è stato chi ha rubato sul cemento come il negoziante disonesto ruba sul peso”. Leonardo Sciascia, in disaccordo con il perpetrato utilizzo di certa retorica e metafore inflazionate come quelle dei tanti centri urbani devastati paragonati a “paesi-presepi”, sul quotidiano “Il Mattino” del 4 dicembre 1980 pubblica un articolo dal titolo “Quei presepi fanno comodo”: “I paesi- presepi: una delle espressioni più retoriche e mistificanti che siano venute fuori su questa grande tragedia del terremoto. Chi la legge o la sente non sa precisamente cosa vuol dire, ma intravede l’idillio, la serenità, la semplicità, la sicurezza dei rapporti umani, la genuinità delle cose oltre che degli uomini, il silenzio. Suggestionati dal fatto che la catastrofe è giunta improvvisa a cancellare tutto, si è quasi portati a credere che abbia cancellato quel particolare tipo di vita: la vita da presepe nei paesi presepi. Ma basta un momento di distacco, di riflessione, per prendere coscienza che quel tipo di vita già da un pezzo era stato cancellato. Le macerie tra le quali si assiepa la folla sono tipiche del modo di costruire moderno. Le case erano tutte fabbricate col cemento e infatti si scorgono enormi blocchi bianchi dai quali si divincolano e si torcono per l’aria polverosi serpentelli di ferro”. Al di là delle polemiche e della diatriba sociale e politica restano le storie dei singoli individui, di tanti che purtroppo non ce l’hanno fatta ma anche di tanti altri che invece hanno trovato nella disgrazia il loro lieto fine. Tra queste, c’è la storia raccontata dal giornalista de “Il Mattino” Clodomiro Tarsia, di una bimba di 9 anni, Anna, abitante di un piccolo paese dell’entroterra salernitano, Santomenna, ritrovata viva, intrappolata tra il camino e un lastrone di cemento che le fece da scudo alla caduta di pietre e calcinacci, durante il crollo della sua abitazione. Fu proprio la bimba, rimasta sotto le macerie per ben 48 ore (arco di tempo durante il quale riuscì anche a dormire per un po’) a dirigere, all’arrivo dei primi soccorsi in zona, le manovre di recupero del proprio corpicino. La fanciulla, senza mai farsi perdere dalla disperazione o senza mai un lamento o grida, esortò addirittura i soccorritori a non affrettarsi e a non preoccuparsi troppo per lei, consapevole di star bene e di riuscire tranquillamente a resistere ancora. All’offerta di una caramella che sarebbe passata attraverso un piccolo cunicolo, la fanciulla così piccola, ma tanto forte e combattiva, oppose un sincero rifiuto, chiedendo piuttosto di trovare, una volta fuori dalle macerie, un fazzoletto da mettere sul viso, una gonna pulita e un grande pentolone di acqua calda per potersi lavare. La bimba fu tratta in salvo presentando solo delle escoriazioni. Giunta all’ospedale di Oliveto Citra la raggiunse il padre e solo in quel momento, travolta dal dolore, Anna chiese al padre di non tornare mai più nella loro abitazione. C’è poi un’altra storia a lieto fine (raccontata dal giornalista Antonio Fiore sul “Il Mattino”) di un calciatore di 26 anni, Ciro, centrocampista nelle file dell’Irpinia, rimasto 36 ore sotto le macerie della sua abitazione sita a Teora, paesino della provincia di Avellino. Tra le tante abitazioni ridotte in cumuli di polvere e pietre, un lamento squarciava il silenzio di quei tristi luoghi. Nel giro di poco sopragiunse una squadra di vigili del fuoco che iniziò a scavare con molta cautela. Tra i lamenti sempre più forti, fu raggiunta la testa del povero ragazzo completamente intrappolato. La chiesa di fronte si era abbattuta sulla casa di Ciro travolgendo non solo lui ma anche la moglie, la nonna e l’amico con la fidanzata, tutti, purtroppo, morti. Il ragazzo era protetto da una inferriata che, premendogli però particolarmente sulla schiena, non gli permetteva di muoversi.  Con grande destrezza un vigile del fuoco gli tirò fuori la testa e gli pose un panno sul viso affinché lo potesse poggiare sui detriti. Nel frattempo i soccorritori scavarono attorno al corpo del ragazzo e, tirato fuori un braccio, un medico gli fece una iniezione cortisonica anti-choc. Ciro riusciva, durante i soccorsi, a parlare e a descrivere i momenti in cui era completamente intrappolato tra le macerie. Liberato dall’inferriata che lo bloccava, Ciro riuscì, infine, ad emergere da quell’inferno e con un urlo di sofferenza ma anche di liberazione, era finalmente fuori pericolo! E poi c’è la bella storia (della giornalista Carmela Maietti de “Il Mattino”) del matrimonio festeggiato pochi giorni dopo, a Solofra nell’avellinese, di Rosa e Giuseppe, al quale prese parte l’intera popolazione del piccolo comune. La sposa ricevette come dono un fazzoletto, quello bianco e rosso dei granatieri e il rito civile anziché svolgersi in Comune, allora inagibile, ebbe luogo nel salone della scuola elementare. Entrambi i giovani avevano una gran forza, tanto coraggio e tanta volontà di andare avanti ed essere positivi, nonostante tutto. La povera sposa aveva perso entrambi i genitori, schiacciati dal crollo della loro abitazione, mentre la mamma dello sposo era venuta a mancare il giorno prima del terremoto. I ragazzi, usciti per una passeggiata pochi minuti prima del terribile evento, si erano miracolosamente salvati. Solo pochi giorni dopo, tra le baracche delle nuove momentanee abitazioni, decisero di unirsi in matrimonio, quasi come per esorcizzare il dolore di quegli eventi, un barlume di speranza e soprattutto voglia di ricominciare a vivere. Il pranzo, fatto di semplici pietanze preparate dalla stessa Rosa, venne consumato in una roulotte. Le foto sono tratte dal supplemento a “IL MATTINO” del 24 gennaio 1981: Quei giorni delle macerie della paura e della rabbia.

Per approfondimenti storici leggi anche:

40 anni fa il terremoto in Campania e Basilicata. Le parole di un grande uomo Sandro Pertini.

 

 

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