Il Monastero di San Liberatore tra storia e leggende

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Nell’area più occidentale della città di Salerno, in prossimità del mare, la collina impropriamente denominata “Monte San Liberatore” è un’altura di 466 metri non rientrante nel territorio del Capoluogo della Provincia campana e, tuttavia, paesaggisticamente e visivamente parte integrante della stessa. Ben visibile da quasi tutta la città, la si ammira anche nel suo lato opposto, ovvero dalla città di Cava de’ Tirreni. Anticamente chiamato Buturnino, sul colle è presente una lussureggiante vegetazione che può differire in base all’esposizione solare, passando, di fatti, dalla boscaglia di lecci e aceri, posti soprattutto sul lato nord, alla tipiche piante aromatiche sempreverdi come il rosmarino, il lentisco, il corbezzolo, il mirto, l’erica e il timo e diverse piante e fiori mediterranei.

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Nel descrivere la variegata diversità botanica presente sulla collina (dal libro “Tradizioni popolari salernitane”), F. Dentoni-Litta ricorda che gli abitanti di quell’area erano abili nella preparazione di numerosi farmaci (secondo gli antichi precetti della famosa Scuola Medica Salernitana) servendosi, per l’appunto, delle preziose erbe del posto. Sempre in zona era usanza diffusa, inoltre, fino a pochi decenni fa, la realizzazione di un amaro-liquore detto “Cientaddore” o, ancora, di particolari insalate a base di erbe selvatiche. Quasi sulla sommità di Monte San Liberatore si erge un Monastero, di antiche origini, edificato, molto probabilmente, intorno all’VIII-IX secolo d.C., come chiostro di rito bizantino dedicato a Sant’Eleuterio e legato alla presenza dei monaci basiliani. Abbandonato da quest’ultimi, nel 979 d.C., il Vescovo di Salerno, Giovanni II, concesse a una nobildonna salernitana la realizzazione di un convento di monache benedettine che si sostituiranno ai loro predecessori. L’area, poi, fu ceduta, per volere del Vescovo Alfano, nel 1062, al Principe Gisulfo e, alla fine del XIII secolo, sia la chiesetta che il Monastero passarono sotto la giurisdizione della Badia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni (in questo periodo il Monastero era dedicata a Sant’Ubaldo). Nel XIV secolo le monache abbandonarono il Monastero per essere, successivamente, due secoli più tardi, occupato da padri eremiti, custodi del suolo sacro. Nella seconda metà del XVII secolo, dopo un periodo di abbandono e rovina, il Vescovo G. D’Afflitto dispose, tramite il Rettore Giacinto Landi, il recupero della struttura danneggiata anche dal violento terremoto del 1688. Nel 1820 l’Eremo venne affidato al Comune di Vietri sul Mare con un ulteriore restauro dell’intera struttura. 110 anni dopo, l’edificio sacro venne affidato alla Chiesa della Parrocchia di San Giuseppe di Alessia che si occupò delle ulteriori riparazioni. Fu allora che la chiesa venne dedicata a Cristo Re. Durante la seconda Guerra Mondiale la chiesa e l’eremo vennero danneggiati per essere nuovamente recuperati e inaugurati nel 1948 per volere del Vescovo F. Maschesani. Un ulteriore e ultimo intervento di manutenzione risale a poco più di 10 anni fa.

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L’eremo di San Liberatore Martire. by Fiore S. Barbato CC BY-SA 2.0

Il Monastero è ben visibile in numerose antiche mappe e rappresentazioni dell’area, tra le quali, ad esempio, la Mutio-Pacichelli (dal “Il regno di Napoli in prospettiva diviso in dodici provincie” del 1703, in cui si indica col numero 16 -San Liberatore-). Nel famoso “Atlante Marittimo delle Due Sicilie” del cartografo Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, è presente un foglio dedicato al Golfo di Salerno inciso nel 1786, in cui si nota la linea di costa con le principali emergenze orografiche costiere tra le quali San Liberatore ben indicato. Sempre del Rizzi Zannoni (Atlante Geografico del Regno di Napoli) realizzata a cavallo tra il XVIII secolo e il XIX, in una planimetria ben dettagliata dell’area di Salerno (e zone limitrofe), notiamo San Liberatore e l’indicazione di una struttura sacra descritta da una croce. Nella veduta a volo d’uccello frontale di Thomas Salmon del 1763, recante la seguente didascalia posta in basso “La città di Salerno Capitale del Principato Citeriore nel Regno di Napoli”, notiamo, quasi sulla sommità del colle, a sinistra, l’eremo con imprecisi dettagli. Allo stato attuale la struttura sacra è costituita da due edifici con interposta corte esterna. La struttura posizionata a nord ospita la chiesa di San Liberatore, quella a sud è a semplice destinazione pertinenziale. La chiesa, dalla semplice facciata, presenta una pianta di tipo longitudinale ad una sola navata coperta da volte a crociera, affiancata da un altro ambiente che doveva essere inizialmente la seconda navata della chiesa (adesso risulta essere luogo destinato ai pellegrini). A nord della chiesa sorgono altri due piccoli ambienti, con orientamento est-ovest che costituiscono un’antica cappella rupestre. Due ulteriori ambienti ipogei sotto il calpestio della chiesa conservano un antichissimo affresco. Tante sono le storie e le leggende che vedono il colle come quinta scenica. Nel “Poliorama pittoresco”, periodico napoletano presente dal 1836 al 1860, l’avvocato, scrittore e storico Cesare Malpica racconta di due particolari leggende legate proprio a quei posti. Durante una delle numerose incursioni dei saraceni lungo il litorale salernitano, alcune nobildonne rifugiatesi nell’eremo, dove realizzarono un piccolo altare dedicato a San Benedetto, edificarono anche un piccolo monastero dove vissero in clausura, ben oltre il tempo delle invasioni nemiche. I saraceni, tuttavia, fecero ritorno, per volere di Attanasio (Duca di Napoli) al fine di destabilizzare Guaimario I, occupando anche l’area di San Liberatore. Non trovando alcun oggetto prezioso all’interno della chiesetta, i guerrieri nemici si scagliarono contro le sfortunate suore, decapitandole tutte ed esponendo le loro teste infilzate sulle spade in giro per i vicoli di Salerno. Da allora, e per un lungo periodo, il monastero rimase disabitato. Un’altra leggenda racconta di un episodio avvenuto nel 1799, quando un anziano eremita accolse, un giorno, un giovane uomo dai caratteri somatici nordici, occhi chiari e capelli biondi, Enrico, il quale raccontò le sue avverse vicissitudini. Scappato dalla Romagna dove abitava, a causa di una rivoluzione in cui aveva perso anche i genitori, aveva deciso, per disperazione, dopo un lungo viaggio, di vivere anche lui da eremita sul gobbuto colle di San Liberatore. Qui vi rimase per ben 7 lunghi anni in compagnia dell’uomo che lo aveva accolto, fin quando la città di Salerno venne occupata dall’esercito francese. Fu allora che due soldati francesi, saliti sull’eremo, comparvero al cospetto del giovane; quando uno dei due soldati gli domandò a chi fosse dedicata la chiesetta, il giovinetto gridò in preda a un raptus di follia e svenne. Il soldato francese scorse nel giovane un viso a lui molto familiare: l’eremita era in realtà una donna, la sua Enrichetta, e per la sorpresa di aver ritrovato la compagna perduta, anch’egli si mise a gridare. Al suo risveglio la donna, confessandosi dal vecchio eremita, svelò che il soldato francese di nome Luigi l’aveva sedotta e dalla loro unione era nato un bambino che Enrichetta uccise per vergogna, decidendo perciò di cambiare radicalmente vita rinchiudendosi nell’eremo. Ma il dolore fu così grande che Enrichetta, d’improvviso, perse la vita. Corre voce che le sue spoglie siano seppellite proprio sotto l’altare della chiesetta.

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