Il complesso dell’ex fabbrica Campolmi a Prato: un buon esempio di recupero di archeologia industriale

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In prossimità delle antiche mura meridionali di Prato, risalenti al XIV secolo (terza e ultima cerchia) non lontano dal vecchio bastione di Santa Chiara, inglobata nel centro storico del Capoluogo, sorge una vasta area un tempo polo industriale dedicato alla lavorazione del tessile e oggi totalmente recuperata: si tratta dell’ex fabbrica “Cimatoria Campolmi Leopoldo e C.”.

Sansa 55, CC BY-SA 3.0

L’area su cui sorgeva in precedenza, molto probabilmente, una gora (canale artificiale utilizzato per l’alimentazione di un mulino attorno al quale si svilupparono piccole fabbriche dedite alla lavorazione della lana) fu trasformata, nel 1863, con l’acquisizione dell’intera area da parte dell’imprenditore Vincenzo Campolmi, in una grande fabbrica tessile per la cimatura dei tessuti che per più di cento anni caratterizzò l’intero quartiere di Santa Chiara. La fabbrica chiuse parzialmente nel 1968 e poi totalmente nei primi anni ’90. Nel rispetto e nell’applicazione dei principi dell’archeologia industriale che puntano all’approfondimento storico di ex fabbriche o alla riscoperta dei numerosi siti industriali dismessi in tutta Europa col fine ultimo di recuperarli per restituirli al pubblico cittadino sotto forma di polo museale o biblioteca o anche più semplicemente luoghi di ristoro e bar, anche il Comune di Prato alla fine degli anni ’90, con l’acquisizione dell’ex fabbrica Campolmi, iniziò il restauro dell’opificio su progetto dell’Architetto e Urbanista Marco Mattei. Sono stati conservati, in linea generale, gli elementi strutturali come le capriate in legno al primo piano, le piccole volte al piano terra e le aperture ad arco che guardano l’esterno. Grazie al contributo finanziario dell’Unione Europea, nei primi anni del nuovo millennio, uno dei più importanti opifici industriali del tessile presente a Prato veniva in parte recuperato attraverso il primo lotto (corrispondente all’ala occidentale dell’ex opificio) avente come fine ultimo la realizzazione del “Museo del Tessuto” (esposizioni di pregiati tessuti realizzati per lo più tra il XIV secolo e il XIX il più provenienti dalla collezione privata Loriano Bertini). Grazie all’approfondita analisi storica e architettonica dell’intero immobile, da un lato, e urbanistica dell’area sul quale insiste, dall’altro, il primo lotto dei lavori, dedicato al Museo del Tessuto, inaugurato nel 2003, valorizza una parte del grande opificio, riportando alla luce la bellezza dei suoi peculiari aspetti architettonici, all’ombra della della più alta ciminiera di Prato (ben 50 metri), anch’essa recuperata assieme alla grande vasca d’acqua posta al centro del cortile.

Sansa55, CC BY-SA 3.0
Sailko, CC BY-SA 4.0

Lungo il percorso museale che occupa una superfice di 2400 mq suddivisa su due piani, si può ammirare il locale caldaia che conteneva un generatore di energia di vapore in azione già alla fine del XIX secolo (prima della introduzione dell’energia elettrica) che azionava i macchinari tessili, modificato in parte nel 1925 e trasformato poi negli anni ’50 dello scorso secolo in deposito gasolio al posto del carbone, sembra ombra di dubbio l’ambiente, totalmente recuperato e preservato, più rappresentativo di tutta l’ex cimatoria Campolmi. Nel secondo lotto, che si sviluppa su una superfice di 8500 mq, i lavori iniziarono nel 2004 e si conclusero 5 anni più tardi, il 24 novembre 2009, con la realizzazione dell’Istituto culturale e di Documentazione “A. Lazzerini”.

Sailko CC BY-SA 3.0
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La biblioteca, anch’essa frutto del contributo economico dei fondi dell’Unione Europea, si presenta come un importante luogo culturale aperto ai cittadini, che utilizza i molteplici ambienti per mostre, eventi culturali, e convegni. Di particolare bellezza architettonica è la grande sala lettura caratterizzata dalla volta cuspidata del capannone. All’interno del centro culturale sono presenti, oltre alla biblioteca, una emeroteca, una caffetteria, un deposito archivistico, una mediateca, una sala espositiva e una per conferenze.

Alexmar983-CC-BY-SA-4.0-1

Tra l’ex fabbrica e le mura medievali, inoltre, è stato realizzato, con un intervento di recupero urbanistico, una grande piazza di circa 3500 mq. L’intero stabile recuperato, simbolo della memoria storico-industriale di Prato, è oggi luogo di fruizione pubblica, centro polifunzionale, con spazi dove potersi anche semplicemente incontrare o partecipare a eventi culturali e mostre.

Eliocommons, CC BY-SA 3.0

L’esperienza di Prato, in rapporto alla nostra situazione territoriale locale, non può che puntare le luci su tutte le mancate occasioni di recupero delle ex fabbriche dell’area industriale di Salerno, come la ex Marzotto nella zona orientale (abbattuta totalmente, sulla cui area è in corso la realizzazione di tre grattacieli) o l’Antonio Amato. Emerge tristemente l’immagine di una città in cui si fa troppo spesso impropriamente uso dello slogan di “Città europea” per l’urbanistica e l’architettura, ma che ancora oggi vede consumarsi l’ennesimo delitto ambientale proprio a nord del Capoluogo, nell’area dell’ex opificio della Vitolo-Gatti (in buono stato di conservazione), che dovrà essere abbattuto per far posto a un insignificante palazzone, perdendo così un’ulteriore occasione di realizzare un luogo di aggregazione pubblica con negozi e verde attrezzato e persino un centro benessere, alimentato da sorgive ancora attive. E’ evidente che l’azione dell’Amministrazione locale propenda sempre di più a favore dell’interesse privato a discapito di quello pubblico, cancellando per sempre quella che è la memoria storico-culturale della città e restituendo alle future generazioni una città senza passato.

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