Gisulfo II: l’ultimo Principe longobardo dal carattere violento e prepotente

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L’ultimo Principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, regnò per ben 25 anni dal 1052 al 1077.

di dominio pubblico

Dal carattere particolarmente violento e di indole prepotente, il Principe fu un uomo avido di ricchezze che non venne mai incontro alle esigenze dei salernitani. Il popolo dovette soccombere ai suoi soprusi anche durante il lungo tentativo d’assedio da parte dei normanni (iniziato ai primi di maggio del 1076 e terminato con la resa del Principe il primo giugno 1077), allorquando i cittadini furono addirittura costretti a cedere, a favore del regnante, un terzo delle loro provvigioni, e a vivere nella miseria più nera. Nel dicembre del 1076, su consiglio di alcuni cittadini salernitani, l’esercito normanno, capeggiato da Roberto il Guiscardo riuscì a penetrare in città, costringendo Gisulfo a rifugiarsi con la famiglia nel castello che fu cinto d’assedio per molti mesi. A causa della prolungata operazione militare, i viveri all’interno del castello cominciarono a scarseggiare, al punto che la sorella del Principe andò a supplicare l’aiuto di Sichelgaita (ulteriore sorella di Gisulfo II e moglie di Roberto il Guiscardo).

Giaros, CC BY-SA 3.0

Sighelgaita aiutò il fratello cercando anche di convincerlo ad abbandonare il castello. Cedendo alle pressioni della sorella, Gisulfo abbandonò Salerno dirigendosi prima verso Nocera e poi verso Roma. La cattiveria e la malvagità del Principe può essere riassunta in una storia leggendaria: si tratta della sventurata vicenda di un gruppo di malcapitati pisani a Salerno. Un giorno una nave battente bandiera pisana, s’imbattè in una furiosa tempesta sopraggiunta nel golfo di Salerno. L’imbarcazione ricca di mercanzia proveniente dall’oriente, riuscì ad entrare, nonostante il maltempo, nel porto di Salerno. Giunti sulla terra ferma, i marinai vollero entrare in città per ringraziare il Patrono, San Matteo, che li aveva salvati dalla tempesta.  Alle preghiere dei pisani si accompagnarono anche ricchi doni deposti sull’altare del Santo. Ritornati al porto, i malcapitati non trovarono più la nave trafugata, nel frattempo, da Gisulfo. Rinchiusi nelle carceri, i poveri mercanti avrebbero ritrovato la libertà solo attraverso la cessione di un cospicuo numero di monete. Si narra, addirittura, che per alcuni ricchi mercanti incarcerati, vennero applicati spietati ricatti come quello di spedire pezzi di corpo dei marinai ai ricchi familiari pisani, pur di ricevere oro e argenti. Ma i pisani non furono le uniche vittime del principe spietato, si narra anche di una nave genovese intrappolata dalle milizie di Gisulfo e derubata di tutti i beni che trasportava. Al di là degli caratteri più cruenti della sua leggenda, particolarmente interessante, tuttavia, risulta essere l’aspetto numismatico sotto il suo regno. Dopo un periodo di produzione di sole monete d’oro con le caratteristiche tipiche di quelle arabe, con l’ultimo Principe longobardo, la Zecca salernitana iniziò la coniazione di follari in rame, studiati dallo storico e numismatico britannico Philip Grierson il quale fu il primo ad attribuire tali monete a Gisulfo II. La monetazione dell’ultimo Principe longobardo imita le caratteristiche delle monete bizantine acquistando anche livelli stilistici, al suo interno, di elevata caratura artistica. Si nota, sul dritto del follaro, il mezzo busto del Principe con un diadema sulla testa, sulla mano sinistra porta una pianta mistica, mentre sull’altra lo scettro; sul verso ritroviamo la raffigurazione (forse la prima in assoluto) della città fortificata con la Turris maior merlata in alto e alcune case in basso e più giù il mare. Si accompagna a tale rappresentazione la scritta “Opulenta Salernu”.

dal sitowww.lamoneta.it
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