La donna nella storia.

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Tra progresso e statue femminili inscatolate.

E’ la Festa della donna, una festa ormai superata dal buon senso e dal buon gusto.
L’8 marzo sarebbe più giusto chiamarla la festa del riscatto e della consolidata acquisizione di diritti ottenuti dopo strenui battaglie e mortificanti vessazioni subite dalle donne per lunghi secoli, vittime di una mentalità oppressiva e maschilista.
L’8 marzo ha radici lontane ed è legata ad una tragedia immane: l’incendio divampato in un opificio di New York nel 1908, occupato da 129 operaie tessili, in sciopero per il riconoscimento dei loro diritti, che lì morirono bruciate vive.
Da quella data in poi le donne si organizzarono sempre di più per cercare di ottenere ciò che già da secoli si andava chiedendo.
Gli ostacoli sono stati tanti, ma il progresso e la storia non si possono fermare.
E così, finalmente, ora le donne possono dichiararsi padrone di se stesse, godendo dell’uguaglianza giuridica e di tutti i medesimi diritti degli uomini.
Con questo mio scritto intendo rendere un doveroso omaggio a tutte le donne che hanno reso possibile, con la loro tenacia e con la loro volontà, il raggiungimento di mete, all’inizio, forse inimmaginabili.
Bisogna tener presente che, in questa nostra Repubblica, se non ci fossero state le donne con le loro tenaci battaglie di emancipazione e liberazione, attraverso un intreccio fecondo di iniziative di associazioni, movimenti, partiti, istituzioni, l’Italia oggi sarebbe un Paese molto più arretrato e molti articoli della Costituzione non sarebbero stati applicati.
Questo è un debito che anche l’Italia ha nei confronti di tutte le donne.
Non possiamo e non dobbiamo dimenticare che in un passato, nemmeno troppo lontano, la donna era solo un accessorio del capofamiglia.
Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici, e se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito.
Alle donne veniva ancora chiesta l’ “autorizzazione maritale” per donare, alienare beni immobili, e attività collaterali, cedere o riscuotere capitali, né potevano transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti.
E ciò che è più vergognosamente discriminatorio lo si trova leggendo l’art. 486 del Codice Penale che prevedeva una pena detentiva fino a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato.
Ma pensate solo per un momento cosa erano capaci di immaginare certi uomini, “illustri pensatori”, appena nel periodo risorgimentale in Italia, sui diritti delle donne: Il Gioberti scriveva: “La donna, è in un certo modo verso l’uomo ciò che è il vegetale verso l’animale, o la pianta parassita verso quella che si regge e si sostenta da sé”.
Il Rosmini aggiunge a tale inconcepibile convinzione la sua: “Compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata”.
Ed il Filangieri aggiunge: “Spetta alla donna l’amministrazione della famiglia e della prole, mentre le funzioni civili spettano all’uomo”.
Pro bono pacis tralasciamo di riportare il pensiero della Chiesa cattolica.
Va però anche detto che, in occasione della bocciatura della proposta dell’On. Morelli volta a modificare la legge elettorale che escludeva dal voto le donne, Giuseppe Mazzini così gli scriveva: “L’emancipazione della donna sancirebbe una grande verità base a tutte le altre, l’unità del genere umano, e assocerebbe nella ricerca del vero e del progresso comune una somma di facoltà e di forze, isterilite da quella inferiorità che dimezza l’anima. Ma sperare di ottenerla alla Camera come è costituita, e sotto l’istituzione monarchica che regge l’Italia è, a un dipresso, come se i primi cristiani avessero sperato di ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della schiavitù”.
Mazzini, figlio della sua epoca, non avrebbe mai potuto immaginare la forza delle donne, le famose “Suffragette” sorte nel Regno Unito nel 1872; termine diventato di portata mondiale proprio per indicare le donne che appartenevano ad un movimento di emancipazione femminile e l’affermazione della parità di genere.
Finalmente le donne italiane conquistarono il loro diritto al suffragio universale solo il 2 giugno 1946; ma per loro fortuna non sono state le ultime. Pensate un po’: in Svizzera è arrivato solo nel 1971.
Dopo questo breve e, quindi, incompleto excursus sull’ emancipazione della donna in occasione della loro istituzionale festa credo sia doveroso solo porgere a tutte voi i più affettuosi auguri per il raggiungimento di sempre migliori obiettivi e risultati: non certo l’offensivo gadget del Ministro Franceschini di farvi entrare gratis l’8 marzo in tutti i musei italiani.
Sembra, a mio avviso, un’offerta pari alla pubblicità di certe balere di periferia con ingresso gratis alle donne il sabato pomeriggio più che un’iniziativa culturale voluta da un Ministero. Lo vedo un modo per marcare con una populista brioche la mancanza sostanziale di pane tutti gli altri giorni.
Chiederei, invece, al Ministro Franceschini perché la Storia e la Bellezza della tradizione culturale di tutte le donne siano state coperte, di recente, da immondi vergognosi scatoloni.
L’Italia attende una dovuta e doverosa risposta!
Se proprio si voleva fare un omaggio alle donne sarebbe stato quello di concedere, in occasione della loro festa, l’ingresso libero a tutti, perché la cultura si fa “insieme” e non a titolo di regalo solitario alla specie protetta come se le donne fossero simili ai panda in via d’estinzione.
Le donne che conosco io hanno bisogno di sapere che vivono in un Paese dove, se vogliono, possono anche pagarlo un ingresso, in un Paese che non sia bigotto, provinciale e ignavo, in un Paese dove non ci sia bisogno del contentino ghettizzante e populista di un giorno in una pseudo festa snaturata come senso ormai da tempo.
Preferirei che il Ministro Franceschini, al posto di questo omaggio alle donne, mandasse gratis moltissimi politici ai nostri musei che ci invidiano tutto il mondo visto che, in un recente video, sindaco di Firenze compreso, hanno mostrato di non sapere neanche dove fosse il Cenacolo di Leonardo.
A voi donne d’Italia gli auguri sinceri!

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