Per i 100 anni della farmacia Cartolano, un racconto di Sergio Mari

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Ci sono storie lunghe cento anni che devono essere necessariamente raccontate per preservarle alla memoria, se poi la storia è ambientata in uno dei paesi che più amo, Vietri sul mare, e ci parla della sua farmacia storica, ecco che racconto, nostalgie e ricordi, si tingono di poesia. Davanti a un caffè, preparato dalla gentilissima signora Granozio, sono al cospetto del signor Pietro Cartolano, ancora un omone nei suoi 90 anni, felice di raccontare gioie e dolori, entusiasmi e tristezze, della sua attività. Il signor Pietro è stato il titolare della farmacia di Vietri dal 1954 al 2016, dopo che suo padre Vincenzo l’aveva aperta nel lontano 1920.

La fortuna ha voluto che questa splendida coppia di coniugi, insieme da 60 anni, abbiano l’appartamento proprio su quello che è stato il mio campo di battaglia per tanti anni, lo stadio Vestuti, e così pensando ai miei amarcord pallonari meglio mi sono predisposto all’ascolto dell’epico racconto.

“Avevo 14 anni, ero un balilla moschettone, “esordisce il signor Pietro, “la seconda guerra mondiale era agli sgoccioli, ma non lo sapevamo, e a casa ci arrivarono gli americani per avere, dalle finestre del nostro appartamento, postazioni per le loro mitragliatrici. I tedeschi, così, ritirandosi nell’entroterra finivano per essere facile preda di quei colpi.

Un pomeriggio arrivò in tutta corsa un carrarmato tedesco, il soldato alla guida, scappando da Salerno ormai invasa dagli alleati, pensava di poter risalire Vietri, poi Cava e darsi alla fuga sui monti. Era enorme quel carro quanto piccolo, invece, quel soldato che lo montava. Dovette essere piccola anche la sua morte se facile fu stecchirlo da una delle finestre vietresi. A carro fermo molti gente, nonostante l’anima del povero giovane vagasse ancora per l’abitacolo, volle dare uno sguardo all’interno del cingolato: carpire i segreti della guerra o della morte, che poi è la stessa cosa, era un esercizio necessario per esorcizzare le paure del tempo. A sera anche io mi incuneai nello scafo e in quella che era già una tomba, con mille lumini di stelle in cielo, con mia sorpresa trovai delle lettere sotto il sediolino di guida. Erano scritte in tedesco ed intuii che erano della fidanzata del soldato ucciso. Sì, già da giovincello capii che con la guerra muore l’amore con tutte le sue storie. Commosso ne feci un pacchetto e il giorno dopo lo spedii all’indirizzo trovato su quei fogli martoriati. Non so se sia mai arrivato a destinazione, ma so che fu allora che si depositò in me il desiderio di essere al servizio degli altri.

Un secondo episodio che mi convinse di questo mio genuino proposito fu quello in cui dovetti raggiungere, nel periodo postbellico, i parenti a Tortorella, paese natio di mio padre, per ricevere gli approvvigionamenti alimentari per la mia famiglia. Se la guerra era finita, infinita rimaneva, invece, la fame che serpeggiava tra le popolazioni di ogni cittadina del nostro Paese. Quel viaggio riuscii a farlo in treno e in un primo momento pensai di essere stato fortunato a trovare la carrozza N.5 quasi vuota, là dove invece l’intero treno, uno dei pochi attivi, era stracolmo di gente che cercava di raggiungere il Cilento, la Basilicata o anche la lontana Calabria.

Solo a fine viaggio seppi che quell’unica famiglia occupante, insieme a me, della carrozza era infetta da tifo. Ne rimasi miracolosamente immune, evidentemente il batterio Salmonella nulla poté contro chi si apprestava a diventare un farmacista. Rispettosa nei miei confronti fu anche una pasta e fagioli offertami da un camionista, trasportatore di sciuscelle, al quale fui costretto a chiedergli un passaggio fino alla mia Vietri avendo gli Alleati deciso che il capolinea per la tratta Reggio-Napoli fosse Agropoli. Il buon uomo acconsentì, ma solo per l’indomani, avendo il suo mezzo fari inesistenti e freni inaffidabili per affrontare il buio della notte. Così mi ritrovai ospite nella sua casa di Giffoni. Mi preparai alla cena con voglia, il buio non offuscava la lucentezza del grande camino spento. Che meraviglia! Quando mi accorsi che quella brillantezza era dovuta alle migliaia di gusci di scarafaggi che pian piano lasciavano, ora, il posto al fuoco del camino, non osai chiedermi cosa stessi per mangiare. Certi dubbi, in tempi di fame, si sarebbero rilevati curiosità inopportune. Forte nel fisico, inattaccabile da qualsiasi nemico virale o batteriologico, a 22 anni mi laureo in Farmacia e subito dopo presto servizio obbligatorio alla Scuola militare di Firenze. Si era in 395, 45 farmacisti e 350 medici, ma classificatomi terzo mi viene riconosciuto il diritto di tornare a Napoli e al suo ospedale. Dopo un anno però, entro nella farmacia di mio padre. Con lui imparo le preparazioni galeniche, anche se le medicine cominciavano ad arrivarci già belle e pronte dalle grandi case farmaceutiche.

“Ma ricorda figlio mio” mi diceva, “preparare le medicine centellinando milligrammi si arriva alla giusta mistura per la vita”. Concetto enigmatico per me allora, ma stare al suo fianco in farmacia mi dava sicurezza oltre che riuscire a riempire di praticità i miei studi. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1960, divento io il titolare. Il buongiorno alla Farmacia e a quello che doveva essere il mio buon Uso dei farmaci, come recita l’etimologia, mi fu dato da una grande pioggia autunnale. Se anche un farmacista può darsi un appuntamento con una ragazza, specie se ha solo 24 anni, lo stesso farmacista capisce immediatamente che quella sera del 25 ottobre 1954, baci e carezze non avrebbero rischiarato quel cielo troppo nero e pieno di caterve d’acqua. Con la mia auto, una 1100 Fiat, tralasciando le mie voglie giovanili, risalii a fatica via Benedetto Croce.

La pioggia aveva sradicato piante e alberi dalle rocce adiacenti; certo Vietri, il paese era bell’asciutto al mio arrivo, ma alle 5 del mattino i Carabinieri mi dissero che Vietri Marina, invece, era un lago. Palazzo Cioffi, infatti, fu travolto da ettolitri di pioggia e di quanti ne perirono all’interno ancora non se ne conosce il numero; né fu mai trovato il corpo del suo proprietario, portato chissà dove dalla fiumana e né fu mai trovato il suo splendido anello, con tanto di diamante, che amava portare al dito. Ricordo che immobilizzai mille arti, tra mani, braccia e gambe dei feriti, col solo uso di legni che via via trovavo nel disastro dei crolli avvenuti.

Era uno spettacolo terrificante, i morti non si contavano, gli scomparsi neanche, ma quando io e i Carabinieri stavamo per pensare di essere stati, ormai, scordati dal Pataterno, ecco che avemmo la miracolosa visione di s. Giuseppe. Entrati all’interno della chiesa di s. Antonio di Marina di Vietri per perlustrare il luogo, sopra l’altare rimasto intatto, proprio nella nicchia che ospitava la statua della Madonna, avvistammo un uomo in carne ossa che l’abbracciava. Eravamo già in ginocchio per devozione a quel gesto d’amore quando, con stupore, dalla bocca del santo sentimmo: “Me facite scennere o no?”. Con meraviglia apprendemmo che era solo un vietrese che aveva pensato di arrampicarsi lì in alto per mettersi in salvo abbracciando la Maria di tutti. Innegabilmente la soluzione dello scampato era stata efficace, ma non da evitare un:” Puozze sculà” esclamato dal più impaurito dei due Carabinieri. Prontamente ripreso, però, da un mio sguardo accigliato.

Altro scherzo del destino è stato quello che forse per la fame patita, sempre nel periodo post bellico qualcuno abbia deciso di farmi diventare il responsabile dell’approvvigionamento alimentare per i militari dell’intero Sud. Dovevo, cioè, analizzare gli alimenti affinché i soldati del Mezzogiorno d’Italia mangiassero cibi genuini. Le prime analisi da effettuare erano quelle organolettiche per cui non potevo esimermi dal gustare alimenti quali pasta, olio, tonno, pomodori. Insomma, una manna dal cielo. Solo in quel periodo il mio stomaco, e la mia fame, cominciarono a trovare un giusto equilibrio di sazietà. Ripeto, segni del destino quello, quello buono.

Sarà stato l’humus vietraiolo, quello di un meraviglioso paese alle porte del nostro paradiso costiero a richiamare, credo, tanta grazia di Dio per me e per i suoi abitanti, che sempre, debbo confessare, sono riusciti a risollevarsi dalle cadute inflitte da un altro destino: quello maligno. Come quando nell’anno 1960 una fogna trovò la strada per immettersi nell’acquedotto pubblico e avendo sversato per giorni il suo liquame nell’acqua potabile, riuscì ad infettare l’intera popolazione di Dragonea. Un inferno durato tre mesi e che combattemmo con un antibiotico, secondo le indicazioni calateci dall’alto. Fu un miracolo debellare quel tifo o paratifo, come fu chiamato allora: quell’antibiotico se andava bene contro i batteri, era del tutto inefficace per un virus. Ecco, scherzi questi invece dell’altro destino, quello buono, che si risolvono magicamente. D’altronde anche mio padre di questi scherzi ne aveva subiti.

Il Primo aprile del ’39 gli venne recapitato l’ordine dal Regime di trasferirsi a Bari. Bisognava ordinare il materiale serviente per le farmacie italiane a Tirana, avendo il nostro Paese dichiarato guerra all’Albania. Come avrebbe potuto mio padre lasciare l’intera famiglia allo sbando? Recatosi in Puglia, in soli 18 giorni organizzò il carico da spedire per l’Adriatico, dopodiché chiese spudoratamente di poter tornare a casa. Non avendo avuto nessuna risposta dai capi militari, impegnati già in mille tattiche e strategie, decide di fare ritorno a Vietri. Perché nessuno dei suoi superiori l’abbia mai richiamato si è saputo solo a fine guerra: i suoi documenti, magicamente, si erano persi nel bailamme organizzativo che quella guerra aveva già al suo avvio.

Ci sono poi stati gli anni belli, quelli spensierati, che meritavamo e che meritava anche un farmacista come me. Il destino, questa volta quello buono, mi ha lasciato spesso a Napoli, allora una città in totale ripresa; sto parlando della Napoli della festa di Piedigrotta, la Napoli dei Teatri aperti, della Rivista, dei Cinema e dei film d’essai. Insomma, una scorpacciata, questa volta di cultura, a cui non volli o non seppi rinunciare, forse perché intuivo, un farmacista ci riesce, minacce in agguato. Infatti, abbiamo siamo stati attaccati dall’Asiatica, per anni ha serpeggiato tra di noi la Sifilide, nel ’73 abbiamo lottato contro il Colera e ho dovuto constatare, purtroppo, il boom dell’eroina tra i giovani negli anni ‘80. Ecco, ogni periodo con le sue croci e le sue delizie.

Oggi, cosa faccio? Continuo a fare il farmacista a casa, alla maniera di mio padre però. Come si facevano le preparazioni galeniche un tempo, cosa nella quale, ripeto, mio padre era un maestro, così mi preparo io a questo periodo avanzato della mia vita: milligrammi di tristezze, grammi di nostalgie, etti di serenità e chili di riposo. Insomma, la giusta mistura della vita, per un novantenne come me. Gol!

Preso dal racconto, ammaliato dalla vista del Vestuti fuori dalla finestra, ho come sentito il boato che l’intero stadio ha voluto indirizzare al nostro signor Cartolano, il farmacista di Vietri, per i suoi ricordi qui snocciolati, ma soprattutto per la sua saggezza ultima.

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