La sera andavamo a via Arce

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-di Giuseppe Fernicola-

La sera andavamo spesso a farci una pizza in via Arce in una trattoria che forse si chiamava dello Sport ma non ne sono sicuro perché per noi era “da Ninuccio ‘u gobbett” essendo il cameriere il vero personaggio.

Credo che vi sia passata di lì più di una generazione di salernitani e tutti abbiano fatto riferimento a quella pizzeria come alla pizzeria di Ninuccio.

Pizza e birra, allora c’era solo la Peroni, costava 250 lire e se avevi in tasca 500 lire ci scappava anche un film e qualche nazionale senza filtro.

Non saprei quante volte sono andato a mangiare una pizza passando sotto “L’arc ro riavl”, il Ponte del diavolo, l’acquedotto che allora credevo di epoca romana e solo più tardi ho scoperto essere medioevale.

Qualche settimana fa ci sono ritornato, la pizzeria non c’è più ma il ponte è ancora lì, ancora imponente a distanza di 12 secoli da quando fu innalzato, secondo una leggenda non attendibile, in una sola notte con l’aiuto del diavolo.

Sono rimasti solo 100 metri di lunghezza degli iniziali 650 e non si riesce a vedere la sua complessa opera ingegneristica fatta di 250 archi ogivali, novità assoluta per l’epoca, le sue condotte sotterranee, i suoi serbatoi di raccolta, ma con i suoi 21 metri d’altezza dà il senso di quale meraviglia e stupore avessero provato i salernitani nel vederlo finito.

Un’opera così non poteva che essere opera del soprannaturale.

Ma c’è un’altra leggenda, legata all’acquedotto che mi affascina e mi piace raccontarla perché, se pure è opera di fantasia, per come si è svolta la storia di Salerno longobarda prima e normanna poi, è verosimile, sarebbe potuta accadere davvero.

E’ la storia dell’incontro, in una notte tempestosa, proprio sotto gli archi di quel ponte, di quattro personaggi che fecero la storia di Salerno città della medicina, di quattro medici di cultura diversa che misero le basi per la fondazione della Scuola Medica Salernitana: l’arabo Adela, il greco Ponto, l’ebreo Elino e il latino Salerno.

Erano feriti, forse scaraventati a terra dal forte vento, e si curarono a vicenda scoprendo con interesse ognuno la tecnica medica dell’altro e comprendendo in quel momento, io credo, come la scienza non dovesse avere confini, essere rinchiusa negli steccati di una cultura, di un credo religioso.

Mi piace pensare che andò proprio così e non come recentemente si è ipotizzato che i quattro si incontrarono, cioè, in un altro luogo, perché il ponte dei diavoli è lo scenario più adeguato ad una storia che dipinge la nostra città come una città un po’ magica, tollerante, aperta alle diverse culture, all’avanguardia all’epoca per l’ingegneria, ma anche per la medicina tanto che, San Tommaso d’Aquino la nomina come una delle quattro eccellenze europee, appunto nella medicina, al pari di Parigi nelle Scienze, Bologna nel Diritto ed Orleans nelle Arti teatrali.

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