Cartoline dalla città longobarda: Adelperga, la regina di Salerno

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-di Giuseppe Fernicola-

La storia di un luogo è scritta nei suoi monumenti, nei suoi palazzi, nei resti del suo passato, ma anche riposa nei nomi delle sue vie.

Eppure passiamo innumerevoli volte dalle stesse strade, le citiamo, sappiamo dove sono ubicate ma i loro nomi ci appaiono come meri indicatori di un indirizzo postale, elementi di quella toponomastica che è null’altro che un “complesso dei nomi di luogo relativi a una lingua, dialetto, o a un’area geografica determinata dal punto di vista fisico o amministrativo”.

Arida burocrazia, teoria di nomi che non “parlano”, che non raccontano vite, storie di luoghi.

Salerno, poi che ha nella sua storia una doppia radice, Longobarda e Normanna, ha vie con nomi che raramente compaiono nei testi scolastici e comunque sempre di passaggio, di sfuggita.

Eppure, ogni nome che vediamo iscritto nel marmo alzando gli occhi in tante vie della nostra città evocano pagine di storia, magari non di storia patria, ma della nostra storia personale, elementi fondamentali delle nostre radici.

Negli anni ’70 con un amico prendemmo in fitto un locale per farne sede di un circolo culturale in vicolo Adelperga e non mi chiesi allora, manzonianamente, chi fosse colei, così come neanche compresi che quel dedalo di vicoli che si dipanano da via dei Mercanti raccontavano la nostra storia medioevale.

Fu Pinuccio Sisalli, mio indimenticato amico e cultore della Salerno antica che stimolò la mia curiosità una domenica mattina, durante un sopralluogo nelle vie in cui immaginavamo di girare un film da una sceneggiatura che avevo scritto.

Era la storia di un salernitano che torna in città dopo trent’anni per seppellire il padre e scopre che quello da cui era fuggito non era il luogo della sua giovinezza ma la sua stessa giovinezza.

Un soggetto scontato, una sceneggiatura scritta con una certa ingenuità ma che entusiasmò Pinuccio che si armò di una cinepresa super 8 e mi trascinò nel ventre longobardo di Salerno.

Credo che ci debba ancora essere da qualche parte il girato delle prove di quella domenica e null’altro perché, come ci capitava, il nostro entusiasmo si esauriva nel progettare, nell’immaginare, mai che si portasse a compimento l’idea.

Ma da quello stimolo mi nacque la passione per la storia longobarda di Salerno e poi per tutta la straordinaria storia del popolo dalle longhe barde, dalle lunghe barbe.

E fra le tante particolarità di quella gente venuta dalle terre bagnate dall’Elba nella seconda metà del 500 quella che più mi colpì e che ancora mi sorprende è lo spessore umano, culturale e persino politico delle donne.

Una di esse fu certamente Adelperga, o Adelberga, figlia di re Desiderio e della regina Ansa, altra donna straordinaria, e sorella fra gli altri di Ermengarda ed Adelchi di cui si “innamorò” anche Manzoni.

Desiderio la dette in moglie ad Arechi II, come accadeva allora, per rafforzare un’ alleanza politica ma Adelperga, che aveva una cultura ed una conoscenza dei classici appresi da un precettore d’eccezione come Paolo Diacono, non si limitò a fare la moglie del principe ma visse una vita intensa lasciando una traccia profonda nella storia del principato.

Forse fu lei a spingere Arechi a trasferire la corte da Benevento a Salerno, forse attratta dagli spazi che si aprivano all’orizzonte marino o più probabilmente perché meno esposta all’invasione da parte di Carlo Magno che sorretto dal papato aveva già espugnato i ducati longobardi del nord.

Sicuramente fu lei artefice, insieme all’illuminato Arechi, della  trasformazione della  Salerno dell’epoca, non proprio un gioiellino ed anche malsana a causa delle paludi che la circondavano, nella città che divenne.

Un castello, fu il loro, di quelli che si convenivano ad un vero re, mura a proteggere i palazzi che man mano prendevano il posto alle precarie abitazioni essenzialmente in legno che avevano dato riparo ad una popolazione di pescatori e contadini.

Fu un’epoca di particolare splendore che ci ha regalato i monumenti che ancora oggi ci ricordano la nostra radice longobarda come il monastero di San Benedetto che fu la fucina della Scuola Medica Salernitana che diede lustro alla nostra città.

Ma la mano di Adelperga non è visibile solo nello sviluppo architettonico della città ma soprattutto nel fermento culturale che seppe alimentare, l’apertura a culture diverse, senza pregiudizi.

Paolo Diacono, il suo amato maestro, così ne tratteggia le qualità nella prefazione dell’Historia Romana che Adelperga gli aveva commissionato:

Poiché, ad imitazione del tuo eccellentissimo consorte, il quale, unico quasi tra i principi della nostra età, tiene la palma della sapienza, tu pure con ingegno sottile e sagacissima applicazione investighi gli arcani dei dotti, cosicché hai alla mani le auree sentenze dei filosofi e i preziosi detti dei poeti, e sei attenta indagatrice della storia e del pensiero non solo sacri ma anche profanio…”

Anche il suo ruolo politico è di rilievo con il sostegno al marito durante l’opposizione a Carlo Magno, suo ex cognato che aveva ripudiato sua sorella Ermengarda, e la lotta successiva per cercare di salvare il principato a beneficio dei figli.

Morì,  a 66 anni, attorno all’ 806 e noi la ricordiamo, si fa per dire, con un vicolo di circa 200 passi, il primo a sinistra salendo via delle Botteghelle.

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