“Onorato”: a colloquio con lo scrittore Giuseppe Ferrandino

0
156

 

Giuseppe Ferrandino, classe 1958, ischitano doc, è uno dei più talentuosi e versatili scrittori del panorama campano. Attivo sin dall’iniziodegli anni ‘90, ha da poco pubblicato la sua ultima fatica per la casa editrice Bompiani. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente; ha risposto dall’isola verde, mentre era intento a guardare un film in televisione: “X men, per la precisione”.

Affabile e cortese, si è prestato alle numerose domande volte a ricostruire la sua carriera, i suoi successi e le sue delusioni, che non esita a nascondere. Al di là di tutto, però, emerge la sua grande passione, la voglia di scrivere. È difficile dare una svolta alla vita, trovare un senso. Ferrandino sembra esserci riuscito, e, nonostante non sia sempre oro – o forse quasi mai -, non dispera e dispensa sorrisi con l’ironia che lo contraddistingue

-Partiamo dalle origini. La tua prima esperienza è stata quella di sceneggiatore di fumetti. Cosa molto diversa dalla scrittura di un romanzo.

“Sono due mondi completamente diversi, e non paragonabili. Oggi molti narratori si buttano nella sceneggiatura dei fumetti perché sono di moda, ma è molto difficile scrivere sceneggiature. Io ho iniziato collaborando con “Nero”.

-Dalla facoltà di Medicina alla scrittura. Due scelte opposte, secondo te conciliabili?

“Sono arrivato al quinto anno di Medicina, poi ho lasciato quando sono stato travolto dalla passione per i fumetti. Ma comunque avevo già capito che non sarei stato un grande medico. Però non credo che le due vite siano inconciliabili, lo erano per me. Troppa passione per la scrittura.”

-Nel 1993 scegli di pubblicare con uno pseudonimo, Nicola Calata. Perché?

“Perché volevo distinguere il fumettista dal narratore. Ma era un vezzo da scrittore, nessuna voglia di celarmi dietro uno pseudonimo.”

-Eppure succede un caso strano. Passato inosservato nel nostro paese, “Pericle il nero” viene edito in Francia da Gallimard e diventa un successo. Così, in Italia viene ripubblicato solo nel ’98 da Adelphi a tuo nome. Nella letteratura il mistero che si cela dietro gli pseudonimi riscuote sempre grande attenzione da parte del pubblico.

“In verità in Francia ebbe grande successo di critica, non di pubblico. Per questo poi nel 1998 Adelphi decise di pubblicarlo anche in Italia, ma già oltralpe era uscito con il mio vero nome. Ho presto abbandonato l’idea di utilizzarne un altro, anche se è vero che il mistero attira. Ma non fa per me, era solo un divertimento.”

-Nel 2016 il regista Stefano Mordini lo ha portato sul grande schermo. Per te che sei anche sceneggiatore, che esperienza è stata?

“Per la verità, io l’ho scritta una sceneggiatura, ma poi non è stata utilizzata, e non ho partecipato alla stesura di quella definitiva. Ma è stata una bella esperienza seguire il lavoro degli altri, non ho remore in questo. Il film secondo me ha due pecche, la prima è che è troppo lungo, la seconda è che non è ambientato a Napoli, ma capisco le motivazioni del regista. Mi ha detto che per farlo avrebbe dovuto vivere qui dieci anni, prima di poterlo girare; ed è giusto così.”

-Poteva essere il tuo marchio di fabbrica. Riproporre Pericle, sarebbe stato facile.

“In verità in questi anni ho scritto trenta avventure di Pericle, ma è un prequel. Si dice così, no? Raccontano le vicissitudini del personaggio, prima di giungere alla storia narrata nel romanzo. Spero che un giorno verranno pubblicate, ma non sarò io a decidere, ovviamente.”

-La vita di uno scrittore non è proprio facile.

“Io scrivo tanto, in questi anni ho prodotto moltissimo, ed è l’editoria che non riesce ad assorbire tutto. Poi, vendo poco, bisogna riconoscerlo, così più che pubblicare preferisco scrivere.”

-Sei una persona schiva?

“No, non lo sono, non ho mai rifiutato nulla, tranne la televisione. Lì non sono voluto andare. In radio lo trovo giusto, ma non capisco perché gli scrittori devono andare in televisione.”

-Pericle e la camorra: si diventa strumenti della malavita. Un mezzo e un fine. Tu sei stato un precursore della narrativa sulle organizzazioni criminali campane.

“Sì, forse hai ragione, è stato un anticipo di quello che sarebbe successo dopo, non ci avevo riflettuto. Sono contento che oggi si scriva tanto di camorra, l’importante è che non ci sia troppo disfattismo. Questo è il mio timore.”

-Sei sbarcato nel mondo Bompiani, dopo Adelphi e Mondadori. Com’è lo stato attuale dell’editoria in Italia?

“Non te lo so dire. Posso guardare la mia esperienza. Ho avuto sempre ottime critiche e mi hanno sempre trattato dignitosamente, ma alla fine vendo poco, e io i motivi non li conosco, né posso esaminare i problemi dell’editoria, perché sono lontani da me.”

-Per molti anni sei uscito dalla scena. Che hai fatto?

“Mi sono rintanato a scrivere, oltre 35.000 pagine. Non solo a Ischia, molte pagine le ho scritte in Francia e in Inghilterra.”

-Veniamo ad “Onorato”, uscito il 19 aprile. Un libro su Balzac, una vita disordinata e una grande genialità. Perché un libro su di lui?

“Mi piace tantissimo, l’ho scoperto intorno ai trenta anni. Come scrittore è sensazionale, anche se devo ammettere che non ho letto tutta la sua produzione. Ma lui è soprattutto un personaggio affascinante, un po’ folle.

 

 

-Di che parla il libro?

È” la sua biografia, un poco romanzata, ma neanche tanto, a dire la verità.”

-Si dice che Balzac fosse un fissato con l’editing delle sue opere. Anche tu?

“Beh, vedi, le cose sono molto cambiate dall’epoca. Si scriveva a mano, poi si mandava in tipografia, e dopo tornavano le bozze, e bisognava riguardarle tutte. Era un problema gigantesco. Oggi abbiamo i pc, neanche più le macchine da scrivere, è tutto più semplice, correggere una virgola, un aggettivo è quasi automatico. Io non sono uno fissato per la scrittura, già la prima stesura mi sembra buona. Lo rivedo, certo, ma non sono ossessionato dalla scrittura, o dalla sua forma.”

-Come nasce un tuo romanzo? Da un’idea, una frase a caso memorizzata, una bozza di storia?

“In genere da una frase, la mia scrittura è molto spontanea. La storia cresce scrivendo, non ho mai una bozza iniziale sulla quale lavorare, vado a ruota libera.”

-Se mi chiedessero qual è il tuo stile, direi, nessuno. Il bello è di scoprirti ogni volta.

“Grazie, in verità è vero, ho uno stile mutevole, forse è un pregio. Ma se devo dirti, la mia voce è quella di Spada, ma quella originale, non quella rivista e riscritta da Mondadori. Ho letto due pagine del libro pubblicato da loro, e ho abbandonato subito, ero sconvolto dal lavoro che avevano fatto sulla mia stesura. Ma avevo accettato che ci mettessero le mani, in quel periodo avevo bisogno di soldi.”

-Ischia, che rapporto hai con la tua terra natia?

“Ischia è ispirazione. Sono nato qui, è un’isola, il posto ideale.”

-Quanto è cambiata negli ultimi anni?

“Moltissimo. Prima c’era un senso maggiore della bellezza, o magari della sua ricerca, ora è cambiato tutto, a volte non la riconosco.”

-Ti vedremo più presente, o continuerai a essere un orso della scrittura?

“Se mi invitano, vado. Ma sai, quando si organizza qualcosa, ci vuole il pubblico, e io non ne ho tanto. Capisco anche chi non mi chiama, se alla fine ci sono pochi spettatori. Non lo so se è un cane che si morde la coda, però vedo tanti colleghi che hanno un seguito enorme, sono contento per loro. Io devo ammettere che, nonostante il successo di critica sempre avuto, le vendite sono scarse. Poi, chissà, magari un giorno.”

Giorgio Coppola

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui