In memoria del “Sindaco gentile”: Pagani ricorda Marcello Torre

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-di Pierre De Filippo-

-Io vi ho consegnato papà, Marcello Torre vive. Marcello è Pagani. Mio padre è vostro-.

Emozionanti e vere le parole di Annamaria Torre, la figlia di Marcello, Sindaco di Pagani ucciso dalla camorra l’11 dicembre 1980.

L’occasione è di quelle importanti: ieri, 30 maggio, nella sua Pagani è stato svelato l’enorme murales che raffigura il volto – bonario ma deciso – di Marcello Torre realizzato dall’artista napoletano Jorit. Un regalo che la famiglia ha voluto concedere alla città, che non ha mai dimenticato il sacrificio di questo suo illustre figlio.

E la data prescelta per l’inaugurazione, per lo svelamento è di quelle simbolicamente pregnanti: il 30 maggio del 1980 – sei mesi prima di essere assassinato – Marcello Torre scriveva una lettera alla sua famiglia, che avrebbe poi consegnato ad un amico magistrato, nella quale si leggeva:

“Carissimi, ho intrapreso una battaglia politica assai difficile.

Temo per la mia vita […].

Sogno una Pagani civile e libera. Ponete a disposizione degli inquirenti il mio studio.

Non ho niente da nascondere.

Siate sempre degni del mio sacrificio e del mio impegno civile.

Rispettatevi ed amatevi. Non debbo dirvi altro […]”

Parole pesanti come pietre, rivolte alla sua famiglia ma, più in generale, alla sua comunità – siate sempre degni del mio sacrificio e del mio impegno civileche tracciano il profilo di un uomo a modo, padre e marito amorevole, gentile appunto ma dall’altissimo senso del dovere e dalla rigidissima moralità, che ha sempre anteposto gli interessi della collettività a quel particulare che, purtroppo, muove troppe carriere e troppe decisioni politiche.

Iscritto giovanissimo alla locale sezione della Democrazia cristiana – e, prima di essa, impegnato con Azione cattolica e con la FUCI, la federazione universitaria democristiana – scala ben presto i ranghi fino a venire eletto in Consiglio nazionale, Torre stringe una solida amicizia con Aldo Moro, al quale troppi sono gli elementi che lo accomunano: oltre alla tragica fine, anche una politica intesa come mandato, quasi divino, e ad una certa disponibilità al dialogo con tutti, amici e, soprattutto, avversari.

Dopo essersi occupato di cronaca sportiva ed essere stato nominato dirigente prima e presidente poi della sua amata Paganese, il 7 agosto 1980 viene eletto Sindaco della sua città.

La data simbolo della sua consiliatura è, per ovvie ragioni, quella del 23 novembre 1980, quando un terrificante terremoto devasta il sud Italia, in particolare l’Irpinia e la Basilicata ma senza risparmiare il salernitano; Pagani riporta notevoli danni ma – Torre ci tiene a dirlo con chiarezza, firmando la sua condanna a morte – “gestire bene il post terremoto vuol dire non solo ricostruire le case, perché il terremoto non ha scoperchiato le case ma anche un metodo di vita, un modo di vivere, un modo di fare politica, un modo di vivere i rapporti tra informazione e potere”.

Un modo di vivere e di fare politica che proprio non gli appartiene, perché si fonda sulla corruzione, sul clientelismo e sullo spregio delle regole.

Torre capisce che la vera partita sarà quella della ricostruzione, alla quale la camorra non vuole e non può rimanere estranea, vuole e deve lucrare, attraverso appalti e gare di comodo.

Una prospettiva, questa, che Torre rifiuta di considerare e lancia, nella sua ultima intervista del 6 dicembre 1980, un potentissimo inno all’unità della politica, alla unitarietà della politica contro la mafia ed il malaffare.

“Credo che il momento che attraversiamo debba essere gestito in termini unitari.

Nessun partito, per quanto possa essere glorioso, può esprimere l’arroganza di fare tutto da solo.

Il momento ci impone di agire tutti quanti uniti per creare una dimensione di sviluppo e rinascita”

 Raffaele Cutolo ha già sopportato troppo la presenza, ingombrante, di questo gentiluomo e decide che quella bocca va messa a tacere: alle 8.15 dell’11 dicembre, un commando lo crivella di colpi, mettendo fine alla sua esistenza ed alla sua breve consiliatura che l’aveva visto sedersi sullo scranno più alto – solo in termini di responsabilità – della sua Pagani.

In pochi altri casi come in questo, però, è vero il detto che la forza delle idee non è morta con Marcello Torre ma ha continuato a vivere, come esempio e condotta, nella sua comunità.

Affianco alla famiglia Torre, nello scoprire il murales, c’era il presidio paganese dell’associazione Libera, che ci consente di ribadire che solo la lotta quotidiana di tutti può arginare alle origini il gene del fenomeno mafioso.

Torre inneggiava, quarant’anni fa, alla unitarietà.

Oggi non è un terremoto che ce lo impone ma la pandemia, e ce lo impone anche la necessità di sfruttare ogni risorsa, ogni opportunità per “creare una dimensione di sviluppo e di rinascita”.

Anche per questo motivo, è bene ricordare Marcello Torre e trarne esempio.

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