Il Presepe napoletano, il fascino senza tempo del Presepe Cuciniello

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-di Giuseppe Esposito-

Ai primi di dicembre Napoli diventa una delle mete più ambite di tutto il Mediterraneo. La città assume unaria fiabesca, sognante ed il suo centro storico si immerge in un’atmosfera sognante. Nei vicoli e nella confusione di Sam Gregorio Armeno si torna tutti al periodo dell’adolescenza. I pastori delle bancarelle e delle botteghe antiche, ci riportano tutti al tempo in cui, ammirati, si osservava nostro padre che allestiva il presepe. Preparava l’impalcatura di sottili assicelle di legno e vi fissava sopra i pezzi di sughero a formare grotte e pendii di montagna. Per la cascata faceva ricorso ad un accessorio che una volta era sempre presente in tutte le case, l’enteroclisma, così come ricorda il grande Eduardo nel Natale in casa Cupiello. Infatti, quando il figlio gli dice che a lui il presepe non piace Luca Cupiello eccepisce:
“Ma comme nun te piace? Il presepe è una cosa religiosa!”
E Nennillo strafottente:
“Si, ‘na cosa religiosa con l’enteroclisma dietro … a me nun me piace e basta!”

Nostro padre, davanti ai nostri occhi disponeva poi i pastori secondo un criterio a noi sconosciuto, anche se intuivamo che la cosa non avveniva seguendo il caso. Quei pastori erano sempre gli stessi, si tramandavano di padre in figlio ed ogni anno, quando si tiravano fuori dallo scatolone di cartone in cui erano stati riposto l’anno precedente, avvolti in pezzi di giornale per preservarli dagli urti, capitava ugualmente che qualche testa o qualche arto si fosse staccato dalle figurine di terracotta. Allora si faceva ricorso alla colla di pesce che serviva anche a fissare i pastori sui ripiani, in quanto erano privi di base e rischiavano sennò di cadere al minimo urto.
La colla di pesce era, per così dire, un collante ecologico venduto in tavolette simili a quelle del cioccolato e, quando  veniva messa in un piccolo barattolo di latta a sciogliersi sul fuoco del fornello in cucina, spandeva intorno un odore terribile. Tuttavia il filtro dei ricordi e la nostalgia per quell’età, ha trasformato quell’odore in una delle caratteristiche dei giorni che precedevano il Natale.

L’altra cosa che sempre mi torna in mente, mentre assistevo all’allestimento del presepe di casa sono i versi di Gozzano nella poesia, “La notte santa” che a scuola ci avevano fatto mandare a memoria, come usava un tempo:

Consolati, Maria, del tuo pellegrinare.
Siam giunti, ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare.
Ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

E il mio animo di bambino si faceva vieppiù accorato nel seguire il peregrinare dei due poveri viandanti che, rifiutati per il loro aspetto dimesso da tutti gli alberghi cittadini, finivano per cercare riparo in una stalla:

La neve! Ecco una stalla! Avrà posto per due?
Che freddo! Siamo a sosta. Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell0asino e quel bue.
Maria già trascolora divinamente affranta.

Il campanile scocca
La Mezzanotte santa.

E davanti ai miei occhi di bambino prendevano forma le parole del poeta, grazie alle mani di mio padre.
Il nostro era un presepe appartenente a quelli del tipo che si definisce popolare e che sono spesso negletti, perché non hanno dignità artistica, ma quanta suggestione, quale profonda impressione suscitavano nei nostri animi ed ancor oggi, davanti ad essi quella commozione d’un tempo riaffiora ed è dolce avvertirla, sebbene avvolta da un filo di malinconia.

Vi sono però a Napoli molti esempi di quei presepi imponenti che rientrano a pieno titolo tra quelli del genere colto. Visitateli appena possibile, vi porteranno lontano dalla mestizia di questi nostri giorni, verso un’aria più respirabile e balsamica per i nostri animi feriti!

Consiglierei di cominciare dal più famoso di tutti, il presepe Cuciniello, conservato nel Museo di San Martino.
I presepi del genere colto, a differenza delle altre opere d’arte non recano il nome dell’autore, ma quello del collezionista cui appartenevano.
Così il presepe Leonetti era quello i cui pastori erano stati collezionati dal conte Leonetti. Il presepe Catello era quello realizzato dai due collezionisti, i fratelli Catello che erano anche studiosi dell’arte dei presepi del Settecento.

Nel caso del presepe Cuciniello abbiamo una coincidenza tra collezionista e realizzatore dell’opera. La sua storia è quella che segue.
Michele Cuciniello era un personaggio poliedrico, dai più disparati interessi. Nacque nel 1823 a Napoli e morì nel 1889. Si laureò in architettura e cominciò poi a collezionare pastori del Settecento. A sedici anni compì un primo viaggio a Parigi, dove tornò poi all’età di trentatré anni per chiudersi in una sorta di esilio a causa di problemi con le autorità di Napoli. La cosa troncò una brillante carriera di architetto al servizio del governo duosiciliano. A Parigi si dedicò alla scrittura di testi teatrali che furono molto apprezzati. Antonio Petito, infatti, il più celebre dei Pulcinella, portò in scena quei testi per più di trent’anni. Al rientro in patria strinse amicizia con due personaggi molto importanti nel campo dell’archeologia, Giuseppe Fiorelli, l’inventore del sistema dei calchi in gesso con cui riprodurre i corpi dei pompeiani periti durante l’eruzione del Vesuvio ne 79 d.C. e Demetrio Salazar, storico dell’Arte.

Nel frattempo la sua collezione era divenuta molto vasta e assai conosciuta ed il Fiorelli lo incoraggiò a cederla al Museo di San Martino di cui era direttore il Salazar. Cuciniello accettò ma alla condizione che fosse lui solo ad allestire la scenografia. E così fu. Solo egli si avvalse della collaborazione del suo amico architetto Fausto Nicolini.
Una delle trovate scenografiche fu quella di tagliare una parte della volta della sala che accoglieva il presepe e di creare un suggestivo effetto di luce spiovente dall’alto.

Lo scoglio è composto di tre parti corrispondenti ai tre episodi narrati nella rappresentazione, cioè il luogo dell’annuncio a i pastori, la Natività e la taverna.
L’episodio dell’annuncio è ambientato in un contesto rustico, animato da contadini e pastori uguali a quelli che si potevano osservare all’epoca, nelle campagne del napoletano.
L’altura su cui è posta la Natività è separata da quella dell’annuncio da un profondo ed orrido burrone, superato però dall’arcata di un ponte. Cosa questa che rientra nella tradizione ed aggiunge un che di pittoresco alla messa in scena.
La Natività come da tradizione del Settecento è ambientata tra i ruderi di un tempio romano. Appare evidente come tale scenografia fosse stata influenzata dalla clamorose scoperte archeologiche di Pompei ed Ercolano che influenzarono i gusti artistici dell’Europa intera. Ma la nascita del Bambino tra quelle rovine sta anche a significare il trionfo del Cristianesimo sulle religioni pagane diffuse nel vecchio impero romano.
Una gradinata scavata nella roccia ad andamento circolare e che porta dal piano della taverna a quello della Natività, da un senso di ritmo e di animazione alla scena.

La taverna è posta in una casa a due piani servita da una scala esterna simile a quelle che si potevano osservare negli edifici sparsi nelle campagne intorno a Napoli.
Del presepe Cuciniello sono state realizzate molteplici repliche ad opera degli artigiani di San Gregorio Armeno. Molti sono coloro che hanno visto nell’opera del Cuciniello il convergere dei suoi diversi interessi l’architettura e la scrittura teatrale mediati dall’amore per il collezionismo di pastori settecenteschi.

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