Da Londra Stefano Tura: “No alla spettacolarizzazione del terrore”

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Attentati jiadisti e media-
Quando accade qualcosa a Londra, il mio pensiero vola a Stefano Tura che, con Marco Varvello, è il volto italiano RAI, corrispondente per il Regno Unito dal 2006. Giornalista e scrittore affermato, Stefano Tura ha firmato inchieste importanti, su omicidi di mafia e camorra, vicende legate a serial killer. Quando la cronaca detta le notizie degli attentati londinesi, chiamandolo, mi scappa la domanda “ma non hai paura?”, dimenticando che Stefano Tura sa cosa sia il terrorismo internazionale nel paesi balcanici e medio-orientali, la tratta dei minori in Kosovo, il mondo delle ribellioni islamiche, gli attentati di Al-Qaeda … e tanto altro ancora. Dopo gli ultimi attentati di Londra e Parigi c’è da capire davvero come gestire il modo di fare cronaca, di dare ai fruitori dei media la possibilità di capire ciò che sta realmente avvenendo. Ne parliamo con lui.

Ancora terrore a Londra con il terzo attacco terroristico del 3 giugno sul London Bridge. Come affrontare le notizie di orrore che ci giungono?
“La paura è instillata attraverso i media. Questi fatti sono sempre avvenuti, prima con Al-Qaeda. Adess è cambiato il modo di fare informazione, assistiamo ad una sorta di informazione del terrore, in diretta ventiquattro ore al giorno, con parole infarcite di paura. Quelli che stanno avvenendo sono fatti normali legati al terrorismo e tali vanno considerati; voglio dire cioè che non deve diventare uno spettacolo del terrore, altrimenti si finisce con l’avere conseguenze pesanti come è accaduto a Torino”.

Non bisogna certamente spettacolarizzare le stragi, ma le stragi avvengono …
“Il lavoro va fatto nelle giuste sedi competenti, vanno riviste urgentemente le leggi antiterroristiche. Le immagini che vediamo dell’ISIS sono di incitamento all’odio, le immagini delle decapitazioni, degli orrori, il reclutamento sono materia di reato come le immagini pedopornografiche. Il terzo attentatore di Londra, ha 22 anni, madre italiana e padre marocchino. Aveva sul suo telefonino video di propaganda dell’ISIS, immagini, ovvero indizi, che confermavano la volontà di aderire all’ “Autoproclamato Stato Islamico”. Ormai si aderisce a chiamate al terrorismo anche on line. Urge una maggiore comunicazione e controllo da parte delle Forze dell’Ordine europee, dell’Intelligence. Non servono megafoni mediatici. A Londra molti spengono la TV perché si vuole continuare a vivere. Sono tutti perfettamente al corrente di ciò che accade e dell’orrore ma non si può cedere alla strategia del terrore. I jiadisti vogliono che si parli di loro: uccidere e mostrarsi forti e imbattibili, così essi aumentano le loro stragi. Ormai c’è una diretta ogni cinque minuti. Ripeto, devono pensarci urgentemente le leggi, le istituzioni”.

Ultimo episodio terroristico è quello verificatosi a Parigi: innanzi alla cattedrale di Notre Dame un quarantenne algerino, armato di martello, ha aggredito un agente di Polizia all’urlo di “Questo è per la Siria… ”L’aggressore, che aveva anche due coltelli, è stato poi colpito al petto dai proiettili degli altri agenti. L’uomo aveva lavorato come giornalista in Algeria e Svezia e stava ascrivendo una tesi di dottorato sui nuovi media. Cosa ne pensi?
“Ritengo che a questo episodio sia stato dato quasi lo stesso spazio della guerra in IRAN. Con questo io non voglio assolutamente sminuire la gravità delle cose, ma si tratta di un lupo solitario, un esaltato.”

I terroristi giurano fedeltà all’ISIS e diventano soldati del Califfato e tutto ciò trae origine da estremismo, fanatismo, droga, malessere, faide tra gang. Tu già nel 2006 hai realizzato un reportage su “Moss Side”, il quartiere in cui sono avvenuti, nei giorni scorsi, perquisizioni in seguito all’attentato terroristico al Manchester Arena, quartiere in cui l’attentatore si era radicalizzato. Ce ne parli?

“Mi sono occupato del ghetto di Moss Side alla periferia di Manchester, che negli anni 80 si è guadagnata l’appellativo di “Gunchester” la città delle gang dove la fanno da padrona sanguinose guerre fra bande di adolescenti per il controllo del traffico di droga. Si ispirano alle gang afroamericane di Los Angeles. Le faide omicide distruggono intere generazioni, qui il 90 % è costituito da abitazioni popolari e già nel 2006 era abitato da soli neri. L’amministrazione è incurante, i giovani sono abbandonati al loro destino, le aspettative di vita non superano i 25 anni. Tutti ne hanno parlato: politici, sociologi associazioni nazionali ma nessuno varca il muro del ghetto. Ecco come diventa facile radicalizzare questi ragazzi da parte dei jiadisti, il ghetto diviene territorio di reclutamento. Da qui proviene il terrorista di Manchester, qui si è radicalizzato. Qui ha abbracciato la fede jiadista.”

Claudia Izzo

 

 

 

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