A Firenze Lorenzo Puglisi con “Davanti a Michelangelo”, arte racchiusa in tre parole: Crocifissione, Umanità,Mistero.

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-di Denata Ndreca-

Due crocifissi in una Basilica, forse per dirci che ci siamo dimenticati di cercare la salvezza – in lui” – Vittorio Sgarbi

“Cercare per qualche momento una condizione più verticale, come di silenzio, di oscurità. Talvolta, poche volte, mi è concesso rimanere così, senza quella parte che controlla tutto e trovarmi davanti al mistero, a quello che non conosco, ad essere spogliato di tutto e vicino alla vita. Ed è quello che provo a fare con la pittura. Le persone mi fanno ricordare che sono qua, che esisto. Vedo i volti, le mani, le parti dove la vita si manifesta. L’ambizione, l’arroganza, la presunzione è che: chi guarda questo lavoro, possa interrogarsi per un momento e forse, prendere coscienza del proprio marasma che porta dentro”.

Parole sigillo – quelle dell’artista bolognese Lorenzo Puglisi, durante l’inaugurazione della sua mostra “Davanti a Michelangelo. Crocifissione, umanità, mistero”.

Un ritorno all’essenziale; un ritorno alla tradizione storica – artistica, alla pittura dei primitivi, con tecniche che nell’arte contemporanea non accadevano più. Fondo nero, olio su tavola di pioppo sagomata a forma di croce. Un fondersi tra contraddizione artistica – non per competere, ma per resistere e raccontare, lì, in una linea verticale, con un crocifisso fatto a sottrazione, a rovescio dell’altro – quello che Michelangelo Buonarroti scolpì tra il 1493 e il 1944 (a compiacenza del priore, per ringraziarlo dell’ospitalità e dell’opportunità di studiare).

Una mostra con due crocifissi che,  rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 1 novembre 2020, nell’ ambito delle celebrazioni per i 20 anni dal rientro del Crocifisso di Michelangelo nel complesso monumentale della Basilica di Santo Spirito Firenze, organizzata da Francesca Sacchi Tommasi di Etra Studio in collaborazione con ArtCom Project, a cura del critico d’arte Vittorio Sgarbi, e ideata dal poeta Davide Rondoni, il quale sottolinea che l’arte contemporanea vuol solo dire che sta accadendo e che, ad un certo punto, le parole devono smettere di parlare e devono diventare poesia.

“Il segno, luttuoso

o forse buio che rendi

buio luminoso

quella pasta

o faccia pèsta

bianca

che d’esser lì in croce non si stanca”.

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