Il “luogo” delle mele: il Kazakistan

agosto 19, 2016 0 Comments Viaggi 141 Views
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Taccuino di viaggio-
Eva sarebbe stata felice di vivere qui. Avrebbe adorato il Kazakistan: un mondo di mele antiche.
E’ proprio dal Kazakistan che, 8000-9000 anni fa, le popolazioni nomadi della zona che si spostavano con le loro grandi mandrie iniziarono a diffondere i semi di questo splendido frutto. In Kazakistan sono stati ritrovati addirittura resti fossili di spicchi di mela carbonizzati risalenti al neolitico. Ed è proprio qui che esistono dei veri e propri boschi di meli con una grandissima varietà genetica. Nelle foreste del Tien Shan i meli selvatici si sono diffusi dappertutto: sui fianchi scoscesi delle montagne, nelle valli glaciali e nei canyon sopravvivendo e fruttificando fino ai 2500 metri. Alberi di tutte le taglie, alti fino a 40 metri, con frutti di tutte le forme, colori e grandezza. Questo semplice, antichissimo frutto della natura che nel corso dei millenni, grazie al suo rapporto con la terra, con il clima e l’ambiente, qui si è differenziato in numerosissime varietà, con infinite sfumature di colori, forme, aromi e sapori; un patrimonio genetico incredibile, una ricchezza inestimabile, tanto che il Comitato Scientifico della Fondazione Benetton Studi e Ricerche ha deciso di dedicare alle foreste dei meli selvatici delle Montagne Celesti, simbolo universale di biodiversità, la 27esima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino.

L’impressione per chi arriva in questi boschi è quella di aver varcato un confine non solo geografico, e di ritrovarsi in un luogo magico e impareggiabile. Un territorio, quasi un’enclave, sorprendente, in un quadro paesaggistico d’insieme che appare a tratti selvaggio e misterioso e che cela o rende impercettibile la mano dell’uomo. Un paradiso di biodiversità antico di quaranta milioni di anni: grovigli di pioppi siberiani, pioppi cinesi, betulle, larici, ribes, piante di rabarbaro, lampone e altre centinaia di piante in via di estinzione.

Se la biodiversità è una ricchezza, chi ha la fortuna di averla fa di tutto per conservarla; è un vantaggio competitivo non sempre compreso da tutti ma al contempo è un’idea che comincia a farsi largo anche in questa regione. Ora, il Kazakistan non punta più tutta la sua economia sull’ uranio, sul gas e sul petrolio. Il Paese ha ritrovato la propria identità intorno alle tradizioni soffocate da Stalin: allevamenti, musica, danza. Un paese quasi sconosciuto ai più, un paese così grande di cui sappiamo così poco. Arrivando in Kazakistan la prima cosa che colpisce è la bellezza della sua rigogliosa e incontaminata natura, e la vastità delle sue steppe che seppur semiaride hanno un incanto unico. Da vedere assolutamente le “ Singing Sands” o dune, montagna di sabbia desertica , alte circa 150 metri e lunghe 1,5 chilometri che si sono formate, quasi come un gioco del vento, in mezzo alla steppa. La loro notorietà è dovuta ad un fenomeno naturale unico al mondo: quando soffia forte il vento esse emettono il suono di un organo.

In queste zone si può dormire nelle Yurte, tipiche abitazioni mobili dei nomadi che spesso sorgono in mezzo al nulla. A volte pascolano vicino mandrie di Kulàn, incroci tra cavalli ed asini e qui si può assaggiare il kumìs: latte di cavalla fermentato, leggermente alcolico e dai poteri curativi!

A proposito di cibo, a parte le fantastiche mele, quello kazako è molto diverso dal nostro anche se alcuni piatti sono decisamente gradevoli come: il kuirdàk, uno spezzatino di pecora, con orzo e riso bolliti, o il kespè ossia un brodino caldo piccante dentro al quale cuociono degli spaghetti fatti a mano, pezzetti di peperone, aglio e cipolla. Nei dolci sono presenti spesso l’uva sultanina e le albicocche secche e come bevanda viene servito il chay ossia tè bollente o il kompot, succo di mela fermentato.

Vero spettacolo della natura è il Charyn Canyon, l’incantevole e grandiosa visione di quella che chiamano la Valle dei Castelli, vecchia di 12 milioni di anni e che riporta alla mente il più famoso Gran Canyon. La forma delle profonde scogliere verticali, create dal vento, dal sole e dalla pioggia , non ha nulla da invidiare al paesaggio americano. Poco distante ci sono due bellissimi laghi a 2000 metri d’altitudine: il lago Kolsay, dalle acque smeraldine e ricco di trote ed il lago Kayndy. Che spettacolo! Questo lago si è formato nel 1990 in seguito ad un terremoto che creò un’enorme voragine. L’acqua che lo ha riempito è simile ad un arcobaleno caduto dal cielo, con le sue mille sfumature di turchese, cobalto e smeraldo. Ma la cosa ancor più straordinaria sono gli altissimi alberi infilzati a testa in giù in queste splendide acque, di essi sporgono solo i lunghi tronchi, spogli pali di legno, perché le loro chiome, con il disastro naturale, si piantarono sulla superfice della grossa buca. E così, cammina cammina, dopo acque verdi, alberi verdi, verdi praterie ( che hanno fatto diventare verde anche i miei occhi!), si arriva in centri abitati di notevoli dimensioni come Almata l’ex capitale che fa quasi tre milioni di abitanti.

Almaty è una città ricca di vita e di attrazioni: infatti, ospita più di 250 eventi l’anno. Molto moderna e ricca di infrastrutture che ti permettono di visitarla con grande comodità. Prendendo la cable car o funicolare si arriva al complesso sportivo Medeo, uno dei più alti del mondo. Sempre con una cable car si arriva al Kok Tobe, uno dei posti più alti e panoramici della città. A 1130 metri su questa “Collina Blu” c’è la TV Tower, ci sono bar, ristorantini, la statua dei Beatles ed il monumento al simbolo della città, ossia al frutto che le dà il nome: la mela. Infatti Alma-ata significa : nonno-delle mele. Tra i monumenti da non perdere: l’imponente Cattedrale ortodossa dell’Ascensione. E’ una delle chiese più grandi al mondo – con capienza di 1800 persone- e la più alta –la campata arriva a 46 metri- . Fu costruita nel 1907 in legno, senza utilizzare chiodi. D’altro genere ma un vero e proprio spettacolo, è il Bazar Verde, un enorme mercato dove si vende di tutto, dal cibo all’oggettistica, dall’abbigliamento agli animali. La presentazione coreografica dei prodotti è veramente fenomenale, specialmente per quanto riguarda la frutta tutta sistemata in piramidi perfettamente allineate. Per non parlare poi della presentazione delle mele, infinite, tutte così belle e lucide che Eva non avrebbe potuto resistere. I banchi di macelleria, poi, sono molto particolari, sembrano più laboratori di anatomia che altro, con gli organi interi ed integri in bella vista. In questa città le strade, molto ampie e molto pulite, formano dei quadrati perfetti, i marciapiedi sono anch’essi pulitissimi e ben tenuti, i viali ricchi di alberi e le aree verdi con molti spazi aperti.

Molto frequentate dai kazaki sono le Terme Arosan, un’enorme costruzione dove ci si può rilassare facendo saune finlandesi, bagni turchi…e mangiando salame e bevendo vodka. Infine, è bello recarsi a Piazza della Repubblica, la più grande e la più bella della città, con l’alto Obelisco dell’Indipendenza al centro, alla base del quale si trova il calco in oro dell’impronta della mano del primo presidente kazako, che poi è anche quello attuale.
Si dice che, appoggiandoci la mano ed esprimendo un desiderio, questo si avveri… proviamo…tutto può servire!

C’è tanto da vedere in Kazakistan, basta seguire la “ via della seta”, la via che tante carovane percorrevano da oriente ad occidente nell’ intento di portare la seta e non solo. Quanti personaggi hanno attraversato queste terre: da Alessandro Magno bellissimo condottiero dagli occhi eterocromatici,(da uno si affacciava l’angelo che era in lui dall’altro il diavolo), protagonista di tante epiche battaglie, venerato in questi luoghi, al brutale e temuto Gengis Khan, oltre al nostro Marco Polo che fece tappa nella città di Alma Aty che descrisse così nel “Milione”. “ Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria da cui è tornato “. Marco Polo ha fatto arrivare fino a noi la sua memoria di questi luoghi lontani. Grazie Marco!

Rosanna Palumbo

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