Italico blues: Gabriele Scaratti è uscito di casa

maggio 26, 2017 0 Comments Sudigiri 900 Views
Italico blues: Gabriele Scaratti è uscito di casa

Gabriele Scaratti è un musicista che è cresciuto ascoltando le chitarre (e non solo quelle ovviamente) di Clapton, B.B.King, Knopfler, in pratica la musica che piaceva al fratello, fino a quando decide di comprare una Fender Stratocaster per imparare a suonare la chitarra. Certo la maggior parte dei principianti inizia con una chitarrina economica, ma lui no,  inizia direttamente con uno strumento iconico, come se la sua natura gli avesse detto “inizia dalla più grande perché diventerai grande”, sia in senso anagrafico che in senso artistico. E ci riesce, riesce a suonare la sua chitarra avendo fatto anni di gavetta chiuso nella sua stanza in compagnia dei dischi dai quali usciva la musica che lo ha affascinato, il blues. Poi il ragazzo cresce e sente l’esigenza di confrontarsi con persone vere e non solo con i mostri sacri fatti di vinile. Mette su una band con la quale fa esperienza in giro per i locali della Lombardia. Fino a quando trova il coraggio di iscriversi nel 2014 ad un importante concorso (Young Bloom In Blues Challenge) e lo vince. Questo gli dà forza e coraggio e continua a suonare, e a suonare ancora, trovando il modo di conciliare il lavoro con la musica. Ormai ha abbastanza esperienza per sentirsi pronto e iniziare a scrivere con lo scopo di incidere il suo primo disco. Ed eccoci a Get Out Of Home. Lo dico subito e senza mezzi termini: il disco è molto bello! Mi è piaciuto fin dal primo ascolto, non solo per il fatto che sia un disco di blues, ma perché è un disco dove si ascoltano anche altre cose perfettamente mescolate con il blues come il funky, il folk, il rock. Insomma l’ascolto è piacevole e non affatica mai.  Get Out Of Home è un lavoro perfetto sia per chi si avvicina al blues per la prima volta sia per i palati più esigenti. È un disco che mette in luce già tutta la cifra stilistica di Gabriele Scaratti nonostante si tratti del suo primo disco. È evidente che il nostro musicista ha già raggiunto un livello di maturità artistica tale da conferirgli quella credibilità che lo posiziona tra i migliori musicisti del panorama italiano.

Ho chiesto a Gabriele Scaratti di parlarci del suo disco rispondendo ad alcune domande.

Sei molto giovane e colpisce la tua bravura sia nel suonare la chitarra sia nel canto. Raccontaci come hai fatto venir fuori l’artista che sei oggi?

Grazie per il molto giovane. In realtà ho 29 anni, e, sin da ragazzino, mi sono sempre sentito “vecchio”, nel senso che ho sempre vissuto pensando che bisogna sfruttare i giusti momenti nella vita per fare determinate cose. Realizzare il primo album a 29 anni, per me, è stato troppo tardi. Avrei preferito farlo uscire quando ne avevo 23.. Grazie per i complimenti, ti sono grato. E grazie anche per l'”artista”. Il Gabriele musicista e cantante che sono oggi è il frutto principalmente di due fattori: una decina d’anni passati in camera a suonare coi più grandi chitarristi e con le loro band (B.B. King, Eric Clapton, Mark Knopfler, Buddy Guy, Tommy Emmanuel, Stevie Ray Vaughan, Rudy Rotta), mettendo il loro cd nello stereo e suonandoci sopra come se fossi uno di loro; e un paio d’anni di serate nei vari locali con la mia attuale band. Per quanto riguarda il mio approccio come artista, è basato semplicemente sull’umiltà. Non amo, anzi detesto, la concorrenza tra i musicisti, il parlar male di altri o il vantarsi troppo di sé stessi. Bisogna essere realisti, bisogna saper accettare le critiche e i consigli del pubblico con gioia anziché rancore o risentimento. Solo così, dall’artista che sono oggi, potrò trasformarmi nell’artista migliore di domani.

Hai studiato con qualche insegnante o sei autodidatta?

Sono autodidatta.

Nel 2014 hai vinto lo YOUNG BLOOM IN BLUES CHALLENGE, e hai suonato con Rudy Rotta, il tuo idolo, raccontaci come sono state queste due esperienze

Sono state due esperienze diverse. Sono approdato allo Young Bloom in Blues Challenge nel 2014 per caso. Ero chiuso in casa da anni, non avevo mai frequentato l’ambiente del blues e da un paio di mesi avevo iniziato a partecipare alle jam sessions organizzate dall’associazione Italian Blues River. Così, quando il presidente Franco Lo Monaco mi ha detto: “Perché non provi a iscriverti?”, mi sono detto che forse era ora di “osare” qualcosa nella vita. Mi sono buttato e ho vinto, a pari merito con il bravissimo armonicista Dario De Marco. Alla fine della serata, comunque, non mi sentivo all’altezza del premio ricevuto, e ho lasciato salire sul palco come vincitore solo Dario, che secondo me meritava molto più di me. E’ stata un’esperienza che mi ha sbloccato, e durante quell’occasione ho avuto anche l’onore di conoscere Fabio Treves, che mi ha detto che sono un “chitarrista molto sensibile”. Altra cosa è stata invece la serata con Rudy Rotta. Credo che l’innamoramento con il blues sia proprio avvenuto grazie al suo “Live In Kansas City”. Quel disco è una vera pietra miliare del blues italiano. Un capolavoro. Così, quando ho visto che Rudy avrebbe suonato a Milano…di nuovo, mi sono buttato. Gli ho scritto su Facebook, e mi ha risposto che gli avrebbe fatto piacere se gli avessi aperto il concerto. Un’esperienza unica, un sogno diventato realtà. Una serata indimenticabile.

Parliamo del tuo disco “Get out of home”.  Sono tutti pezzi  tuoi vero?

Sì, sono tutti pezzi miei. Le musiche e i testi sono stati scritti da me, mentre l’arrangiamento è stato elaborato con la band. Non penso sarei stato all’altezza di arrangiare dei brani così difficili senza l’aiuto e la collaborazione dei miei musicisti.

Perché hai deciso di non includere cover, visto che con la tua band le suoni dal vivo?

Perché ho voluto fortemente che il mio primo album fosse un album DI Gabriele Scaratti. Volevo che si sentisse tutto quello che sono, tutto quello che amo, cercando di far capire che il blues può essere anche qualcosa che non suona propriamente come un blues. Amo le cover che suoniamo nei live e anche le rielaborazioni che abbiamo fatto di certi brani. Ma mi sembrava un po’ arrogante inserire in un album d’esordio brani troppo importanti per un artista emergente come me.

Il tuo è decisamente un disco blues, ma un disco che si ascolta facilmente  perché agli elementi  tipici del blues ci ritrovo anche un po’ di pop, di funky, di rock. Insomma un disco che ha le caratteristiche per soddisfare sia un mercato che guarda alle classifiche di vendite, sia  i palati più esigenti. Mi sbaglio?

Non ti sbagli. Il presupposto con cui è stato realizzato non è però né il lucro, né il compiacimento della critica. E questo si percepisce dalla tematica che affronto nell’album che, a conti fatti, è solo una, ma con diverse sfaccettature: il mio stato d’animo. Non è un album d’amore, non è un album con tematiche sociali o politiche, non è un album con canzonette pronte per diventare jingle di qualche programma televisivo. E’ un album che parla di speranza, di buon umore, ma anche di angoscia e paura, di perdere una persona, di ritrovarla, di come il lavoro possa essere soddisfacente e al tempo stesso logorante. E’ un album che parla dei miei stati d’animo, che, alla fine, da uomo semplice quale sono, penso siano un po’ gli stati d’animo che vivono tutte le persone di questa terra (o, almeno, quelle che hanno un minimo di sensibilità).

Sicuramente è un disco blues, perché il blues è la fonte alla quale si torna sempre ad abbeverarsi. C’è anche sicuramente, come tu scrivi, il pop, il funky e il rock, anche un pochino di soul se vogliamo, perché è tutta musica che mi piace, e secondo me è comunque musica che va a braccetto con il blues. Anche perché, sinceramente, io di blues non ho ancora capito niente. Sfido chiunque a darmi una definizione di “blues”. Chi dovesse darne una definizione con certezza…ecco forse è il primo ad essere un po’ confuso. Sicuramente una prerogativa importante del blues è quella di suonare CON IL CUORE, non preoccupandosi di quello che può pensare la gente. Ecco perché non ho fatto un disco di solo BLUES, ma ho realizzato un disco di tutto ciò che mi piace, di tutto ciò che sono.

Se le hai incise vuol dire che le canzoni ti piacciono tutte, e non ti chiederò quale preferisci . Ma la domanda che ti faccio è: quali brani ti hanno impegnato di più nella fase di scrittura.?

In realtà ci sono dei pezzi che preferisco rispetto ad altri. Questa sensazione di “preferenza” si avverte magari quando suono durante il live. E’ ovvio che, avendo scritto tutte le canzoni, fanno tutte parte di me e quindi mi piacciono. Non è facile rispondere a questa domanda, ma magari posso soddisfare qualche tua curiosità. Per esempio, l’ultimo brano dell’album, Since You’ve Been Gone, è basato su un riff di chitarra acustica che avevo in testa da anni, e quindi la stesura musicale è stata molto veloce e semplice. Mentre il testo è stato difficile da scrivere, perché non è stato facile trovare le giuste rime senza allontanarmi dall’argomento di cui stavo parlando. Comunque, riflettendo, devo dire che i brani più impegnativi da scrivere sono stati quelli musicalmente più semplici, cioè quelli più “blues”: Turnaround Shuffle, Anvil Blues e Since You’ve Been Gone.

I giovani artisti spesso incontrano difficoltà prima di arrivare ad incidere il loro primo disco, Tu quali hai incontrato e come le hai superate?

La tua domanda è perfetta. Quando, infatti, mi chiedono: “Com’è stato incidere un disco?”, la mia risposta è sempre una: “Difficile”. Parliamoci chiaramente, registrare un disco con batteria, basso, percussioni, chitarra ritmica e chitarra solista, hammond, piano e cori..non è una cosa da poco. Anche il modo che abbiamo scelto di registrarlo, cioè un po’ alla volta, nello studio del nostro hammondista Cristiano Arcioni (co-produttore dell’album), ha fatto sì che ci volesse un anno e mezzo. Un’altra complicazione, non da poco, è far combaciare gli impegni di tutti. Ognuno di noi ha un lavoro che non è correlato al mondo della musica, i miei musicisti hanno famiglia e quindi so per certo che hanno affrontato dei sacrifici per poter registrare queste tracce. Anche io, mando avanti l’attività di mio padre con mio fratello, pertanto per 12 ore al giorno sono impegnato a far quello. Posso sicuramente dirti che le mie parti sono state registrate……di notte. Ricordo, ma non dirlo ai miei genitori (ahahahah), che le chitarre sono state registrate durante le prime due settimane di ottobre del 2016. Ho fatto 15 giorni di fila in questo modo: ore 8-19 lavoro, ore 20 partenza per Chiasso (dove abbiamo registrato – da Cristiano Arcioni) – 101 km di strada; ore 21.30 inizio registrazioni; ore 2.30 fine registrazioni; ore 3.30 rientro a casa e ore 7 sveglia!! Sono state due settimane intense e snervanti, ma vogliamo mettere la soddisfazione?

Riassumendo, le difficoltà principali che ho incontrato sono state la mancanza di tempo, programmare le varie sessioni di registrazione e gestire i tempi dei soggetti che hanno preso parte al lavoro: mix, master, fotografie, grafiche, stampaggio, imballo, bollini SIAE.

Dacci anticipazioni sul tuo futuro lavoro. Concerti? Dischi?

Concerti sicuramente. Insieme alla band, nutriamo l’ambizione di approdare ai locali più “blasonati” in Lombardia e di poter dar voce al nostro lavoro realizzato con tanta fatica. Ho sicuramente per la testa altre canzoni che mi piacerebbe scrivere. Ma adesso voglio alzare il livello dei live e pensare anche un po’ alla mia famiglia. Il disco è stato un sogno fantastico che ho realizzato, e che sta aprendo la possibilità di esibirmi in altri contesti, festival etc. Ma dopo tanta fatica vorrei anche prendermi del tempo per me stesso, anche un po’ per trovare una nuova ispirazione.

Se i nostri lettori non trovano il tuo disco in negozio dove possono acquistarlo? Spesso le  produzioni indipendenti si organizzano anche con una vendita diretta.

Certo, l’album è reperibile durante i nostri live. Non è stato distribuito fisicamente nei negozi, pertanto l’alternativa è la piattaforma digitale. “Get Out Of Home” è disponibile su più di 40 negozi online, tra i quali iTunes, Spotify, Amazon, TimMusic, Shazam, GoogleMusic. Pertanto si può ascoltare in qualsiasi parte del pianeta.

Nicola Olivieri

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