Intervista a Gennaro Porcelli, il chitarrista napoletano con il blues nelle vene

aprile 4, 2018 0 Comments Sudigiri 998 Views
Intervista a Gennaro Porcelli, il chitarrista napoletano con il blues nelle vene
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Gli appassionati di musica lo conoscono bene. Prima con i Blue Stuff e poi elemento portante della band di Edoardo Bennato. Quando non è impegnato in importanti tournée internazionali lo si può ascoltare in alcuni club partenopei nei quali si esibisce con qualche amico e si diverte ad improvvisare per il piacere dei presenti i quali,  al termina della serata, sono sempre soddisfatti e appagati dalla bella musica di Gennaro. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata tra amici. Ecco cosa ci ha raccontato.

A che età hai iniziato a suonare la chitarra?

Mi verrebbe da dire che suono la chitarra da neonato. A casa dei mie nonni c’era una chitarra,  comprata come oggetto da tenere li, nella mia famiglia non suona nessuno, ed io sono sempre stato attratto da quello strumento anche perché in casa è vero che nessuno era musicista, ma si ascoltava tanta musica.

Quindi quello che hai appreso nel tempo è solo dovuto alla tua curiosità, alla tua voglia di imparare.

Io sono totalmente autodidatta, non leggo una nota di musica.

Magari suonassero tutti come te quelli che non leggono la musica.

Questo per me è un grande rammarico. Ho sempre studiato la musica da solo, qualche amico mi ha dato delle dritte preziose, da ragazzo ho anche preso qualche lezione di finger style per un anno circa, ma il grosso l’ho fatto tutto da solo. E poi dall’età di 15 anni si può dire che ho iniziato una carriera da professionista.

E quale è stata la tua prima esperienza a 15 anni da professionista?

A quell’età formai il mio primo trio, ma parallelamente già frequentavo i Blue Stuff all’interno dei quali facevo quelle che si chiamerebbero delle “sostituzioni”. Prima della serata caricavo e scaricavo gli strumenti e poi durante il concerto capitava spesso che fossi coinvolto nell’esibizione. Inizialmente con un brano, poi due, poi tre e così via.

Dunque fu in quel periodo che hai avuto il tuo primo approccio con Edoardo Bennato quando faceva le sue incursioni nel blues?

Non esattamente. Come ti ho detto avevo già una mia band, un trio, parallelamente suonavo anche con altri gruppi, ma devi sapere che già all’età di dodici, tredici anni già studiavo ed eseguivo i pezzi di Bennato, sai in casa si ascoltavano le sue canzoni e per me fu naturale imparare a suonarle, ma soprattutto ho sentito per la prima volta la parola “blues” pronunciata da Edoardo.

e come è successo che sei entrato a far parte della sua band?

È avvenuto dopo anni di militanza nei Blue Stuff e poiché Edoardo ogni tanto li andava ad ascoltare, è successo che dopo la prima volta che mi ha sentito suonare con loro, il giorno dopo, mi ha chiesto di andare a registrare un brano con lui. Ricordo che scesi dal palco, Edoardo era lì e mi venne incontro dicendomi  “domani pomeriggio, verso le 16.30 ci sei?”, ovviamente accettai subito, pensa all’epoca avevo 21 anni e da anni già suonavo il repertorio più blues di Bennato. Edoardo è una miniera musicale, uno che passa da Rossini all’hard-rock passando per il blues, è uno che ne ha per tutti i gusti.

Bennato rappresenta ancora una parte importante del tuo presente artistico, ma quali musicisti ti hanno influenzato oltre a lui?

Uno su tutti, il primo, è stato Johnny Lee Hooker. Suo fu il primo disco di blues che ho comprato. Lo sentii nominare e in quel periodo in edicola c’erano i suoi dischi e ne presi uno. E così è iniziata la mia vita di musicista, con alti e bassi, ma sempre vissuta facendo tutto il possibile per viverla al meglio, da musicista e non da mestierante. Musicalmente seguo solo i miei progetti e quelli di Edoardo, null’altro.

Ho avuto modo di ascoltarti in varie occasioni, ma devo ammettere che l’esibizione che ricordo con più piacere è stata quella in duo con Gigi De Rienzo al basso, in un piccolo club, ed era evidente che vi divertivate moltissimo e con voi anche il pubblico.

Quell’esibizione è nata per caso, quasi per gioco. Posso dirti che l’ottanta per cento del concerto è stato tutto improvvisato. Tutto suonato all’impronta. Quando c’è feeling tra i musicisti, quando c’è un rapporto umano sincero, la musica viene fuori da sola, e poi il blues è una musica immediata e con questo spirito abbiamo recentemente fatto un concerto, in teatro, con amici storici e pensa ci siamo visti una sola volta prima dell’esibizione.

Nella tua vita di artista, Johnny Winter è stato un personaggio importante e anche il tuo incontro con lui è stato importante…

Per me Johnny Winter è tra i più grandi artisti  blues mai esistiti ed io sono un suo grandissimo fan. Piuttosto sottovalutato, ha avuto una vita molto travagliata, dovuta anche al suo albinismo per il quale da ragazzo ha subìto atti di razzismo, a Beaumont in Texas dove è cresciuto, che non gli hanno facilitato l’esistenza. A farmelo incontrare furono Mark Epstein e Vito Liuzzi, bassista e batterista di Winter con i quali ho suonato. Quando venni a sapere che Johnny sarebbe venuto in Italia, pur sapendo delle sue precarie condizioni di salute, Mark e Vito fecero in  modo che lo incontrassi, dicendogli che ero un suo grandissimo fan. L’ho incontrato al Teatro Geox di Padova. Io arrivai lì con la mia Firebird Gibson Limited Edition e… un vassoio pieno di sfogliatelle, ma lui non poteva mangiare dolci e mi beccai pure una cazziata dal manager. Lui poteva assaggiare solo un po’ di cioccolata fondente. In ogni caso un pezzettino di sfogliatella la mangiò! Fu gentile, anche se aveva un carattere piuttosto strano, sicuramente dovuto alle sue lunghe dipendenze da alcool e droga. Era ridotto piuttosto male, ma faceva quasi tenerezza e se pensi che quando era in forma era un ciclone vederlo così… purtroppo è stato gestito male dal suo ex manager del quale mi hanno raccontato brutte storie del tipo che prima lo aiutava a drogarsi per rintronarlo e poi gli faceva firmare cessioni di diritti. Pensa sul suo primo disco  The Progressive Blues Experiment ha guadagnato poco o nulla. Insomma ho trascorso con lui un intero pomeriggio  e dopo il soundcheck abbiamo parlato di blues e di chitarre per alcune ore e gli ho fatto ascoltare il mio primo disco e la mia versione del suo brano Dallas e lui mi disse “un grande lavoro di slide”. Nel camper dove siamo stati a parlare c’era un il suo iPod con una selezione di blues degli anni trenta e quaranta e man mano che li ascoltavamo lui li commentava, uno per uno. Una miniera di informazioni, ed era una sua abitudine commentare i brani anche con il suo gruppo durante gli spostamenti tra una città e l’altra dell’America.  A volte i suoi stessi musicisti gli chiedevano di smettere ma lui pretendeva che tutti ascoltassero quella musica. Insomma era così e quando hanno tentato invano di trasformarlo in una rock star con tacchi e trucchi, in quel ruolo non si è mai riconosciuto, perché si sentiva un musicista blues. È  stato produttore di tre dischi di Muddy Waters che hanno vinto dei Grammy Awards e sono Hard Again,  King Beee e Muddy “Mississippi” Waters Live. Comunque mi ha fatto i  complimenti e abbiamo parlato della mia chitarra limited edition. Poi ci siamo salutati. Mi dispiace di una sola cosa, due anni dopo quell’incontro avrei dovuto aprire un suo concerto al Lancaster Blues Festival, naturalmente conservo ancora gli articoli che annunciavano la mia esibizione, ma ebbi problemi burocratici con il passaporto che ritardarono la mia partenza e quel concerto non feci in tempo a farlo.

Parlaci delle tue chitarre per i nostri lettori più “tecnici”

Io utilizzo chitarre Gibson e Fender, ma da una decina di anni utilizzo anche le chitarre della Marvit Guitar, un marchio napoletano che disegnano e realizzano per me dei modelli ad hoc. Una collaborazione tra me e loro per ottenere quello che non trovo, per esempio, nella Gibson. A loro chiedo per esempio un suono bilanciato in un certo modo, un accessorio come un ponte con la leva, o di utilizzare tre tipi diversi di pick-up che rendono la chitarra molto versatile. Alla fine sono modelli personalizzati, “signature”, che mi hanno voluto dedicare. A dire il vero non volevo tutto questo, ma loro hanno insistito, come forma di ringraziamento per il mio contributo e i miei consigli che evidentemente sono stati apprezzati e probabilmente sono stati anche utili per la loro crescita professionale. Naturalmente sono molto legato a quel gioiellino che è la Gibson Firebird con la dedica di Johnny Winter, quindi quella non si sposta facilmente da casa, la tengo protetta.

Sei anche un insegnante. Parlaci dei tuoi corsi di chitarra blues.

Mi sono convinto che in giro non ci sono molti corsi analoghi al mio. Questo non lo dico io ma lo dicono gli altri. Il mio corso ha un titolo, ed è questo: Corso di chitarra blues, da Robert Johnson a Derek Trucks. Il motivo è semplice, tutti i musicisti di blues dovrebbero fare questo percorso, partendo da Robert Johnson che in qualche modo ha codificato la musica moderna, fino a Derek Trucks che è sicuramente nell’olimpo dei grandi chitarristi innovatori, anzi direi che è a pieno titolo tra i dieci chitarristi che hanno rappresentato questo secolo. Non è secondo a nessuno dei grandi come Rory Gallagher o lo stesso Johnny Winter, Jimi Hendrix o Stevie Ray Vaughan. Dunque in questo corso non si studia con un pentagramma ma attraverso la comprensione temporale e geografica di ogni stile di blues. Prima le lezioni di storia del blues e poi viene la chitarra, perché se  parlo del blues della Louisiana o di quello del Texas devo prima inquadrare tutto storicamente e geograficamente e poi spiegarti come e perché si è sviluppato quel determinato stile chitarristico. La maggior parte dei miei alunni sono chitarristi, diciamo così, già avviati, interessati a saperne di più e questo porta spesso a parlare non solo di blues, ma anche di country, di swing, di rock and roll anni 50 per arrivare anche all’hard rock.

Per chi volesse iscriversi come deve fare?

Seguendomi sui social e sul sito ufficiale e inviandomi una email a questo indirizzo di posta elettronica  “gp@gennaroporcelli.com”,  così posso dare tutte le informazioni del caso.

Cosa ci dici del tuo terzo disco che è in cantiere?

È uscito il singolo Side by Side con relativo video, ma devo dire che ho dovuto rallentare  le registrazioni, perché mentre registravo si sono accavallate una serie di date, come il tour Svizzero di Bennato e alcuni miei concerti già programmati. Ma posso anticiparti che il disco conterrà parecchi inediti e qualche brano riarrangiato, ma tutto con i tempi giusti. Non voglio far uscire il disco frettolosamente.

Per chiudere, uno dei brani contenuti nel tuo precedente album (Alien in transit) è “l’erba cattiva” con la voce di Enzo Gragnaniello e la tua magnifica chitarra. Un pezzo bellissimo. Come è nata questa collaborazione?

Quel brano di Enzo era già uscito,eseguito con chitarra e voce, ma parlando con lui gli chiesi di fare qualcosa insieme. Mi diede carta bianca sia nella scelta del brano che nell’arrangiamento rendendosi disponibile a cantarlo appena sarei stato pronto. Avevo fatto tutto, arrangiamento e produzione. Lui venne a cantare e non disse una sola parola. Due take di voce e il brano era pronto e finito. Poi ha inserito  pari pari quella versione nel suo ultimo lavoro.

Grazie per la tua disponibilità e del tempo che hai dedicato ai nostri lettori.

Nicola Olivieri

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