Il suono dei Gospel Book Revisited raccontato da Umberto Poli

ottobre 16, 2017 0 Comments Sudigiri 908 Views
Il suono dei Gospel Book Revisited raccontato da Umberto Poli
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Won’t You Keep Me Wild? - Gospel Book RevisitedRaramente mi capita di entusiasmarmi tanto all’ascolto di un disco, anzi di un piccolo CD di soli cinque brani, autoprodotto, intitolato Won’t You Keep Me Wild?. Si tratta del primo EP realizzato dai Gospel Book Revisited, un gruppo torinese composto da quatto musicisti – Camilla Maina alla voce, Umberto Poli alla chitarra, Gianfranco Nasso al basso e Samuel Napoli alla batteria – che in questo disco hanno data prova di essere decisamente una spanna sopra la media. Il gruppo, la cui cifra stilistica è tutta dentro l’area delle jam band, il cui sound è carico di blues, ma anche di rock e funk, ha registrato questo disco in soli tre giorni, con l’intento di saggiare il mercato e capire se la direzione intrapresa è quella giusta. Si, decisamente si, la rotta è quella giusta. Il disco comprende tre cover di classici del blues, I Just Want to Make Love to You (Willie Dixon)Clean Up Woman (Clarence Reid, Willie Clark) e I Don’t Know Her Name (Leo Bud Welch)  più due inediti, Mary and the fool e Keep Me Wild  che, a mio avviso,  rappresentano la parte migliore del disco, a dimostrazione del fatto che il gruppo è pronto, e dispone di una maturità propria di artisti più navigati e di ben altra esperienza e storia.

In attesa del primo vero album d’esordio, che dovrebbe vedere la luce nel 2018, ho avuto modo di fare una piacevolissima chiacchierata con Umberto Poli.

Umberto Poli

Dalla cartella stampa, leggo che il progetto “Gospel Book Revisited” è tuo. Allora, come nasce il gruppo?

Il gruppo si è formato nel dicembre del 2014, quasi per gioco. Avevo in programma di realizzare una serata interamente dedicata al gospel e al soul in occasione del Natale perchè desideravo da tempo tornare a suonare la mia musica preferita dal vivo. Il problema è che, pur avendo fissato la data con un locale vicino a Torino, pianificata la scaletta e inventato il nome della band, il gruppo non esisteva.. o meglio, esisteva soltanto nella mia mente! Fu così che decisi di riunire attorno a me alcuni dei miei più cari amici e musicisti – Alan Brunetta alla batteria; Aldo Marietti al basso; Camilla, all’epoca appena sedicenne, alla voce – e diedi vita al progetto. L’obiettivo era portare a termine la missione: divertirci insieme per una notte, far festa, suonare, improvvisare e dividere il palco con tanti ospiti. Le cose sono poi andate diversamente e proprio in quell’occasione è nata la voglia di continuare l’avventura. Successivamente, però, Alan e Aldo hanno abbandonato il gruppo e sono stati sostituiti da Samuel (batteria) e Gianfranco (basso). Ed è con loro che a tutti gli effetti il sogno dei Gospel Book Revisited ha realmente preso forma e sostanza.

Considerando i componenti dei GBR e le loro radici musicali, il vostro sound è un mix di blues, rock, funk e soul. Come definiresti la musica che fate?

La nostra musica è la summa di tutto ciò che siamo e di tutto ciò che ci piace. Inoltre, sebbene il blues sia il genere da cui tutti noi proveniamo, nelle canzoni che scriviamo e nelle cover che ricerchiamo trova spazio davvero ogni tipo di influenza: dal rock al pop, passando per soul, funk, psichedelia, alternative, country, canzone d’autore e chi più ne ha più ne metta. Ascoltiamo davvero tantissima musica.. le nostre rispettive collezioni di vinili non lasciamo dubbi a riguardo!

Vi ispirate alle jam band. Spiega ai nostri lettori che cosa intendete.

Le jam band, così come il filone definito jam rock, sono un prodotto intrinsecamente e tipicamente statunitense, che proprio oltreoceano affonda le proprie radici. Gov’t Mule, Phish, Widespread Panic, Little Feat, Tedeschi Trucks Band sono soltanto alcune fra le formazioni jam più note, assieme ovviamente a precursori illustri come Grateful Dead e Allman Brothers. Si tratta di gruppi che hanno saputo sfidare regole e convenzioni, e che hanno fatto della rivisitazione, dell’improvvisazione e della contaminazione i loro principali punti di forza. Sono questi, appunto – in unione ai grandi classici del passato e del presente – i modelli a cui ci ispiriamo maggiormente.

Quale musica ascolti e quali artisti ti hanno ispirato e ti ispirano ancora?

Come ti dicevo, siamo tutti ascoltatori onnivori e compulsivi! Io in particolare amo le grandi interpreti afroamericane come Etta James, Aretha Franklin, Tina Turner; ma anche leggende come Muddy Waters, Jimi Hendrix, Solomon Burke. E poi ancora Rolling Stones, Beatles, Faces, Led Zeppelin, David Bowie, la lista potrebbe continuare molto a lungo

Avete voluto testare l’umore del mercato con questo EP. Una sorta di antipasto prima del piatto principale che sarà il vostro disco “lungo”. Perché, avevate dubbi?

Sai, non siamo persone che si arrendono facilmente. Quando facciamo una cosa, tendiamo a farla bene e a mettercela tutta. Al momento della registrazione, dunque, ci siamo interrogati sulla direzione da prendere: e abbiamo optato per la via dell’EP. Volevamo metterci alla prova e uscire allo scoperto con qualcosa che facesse il botto ma che al tempo stesso ci facesse conoscere al mondo attraverso pochi semplici elementi: tre cover – specchio fedele dei nostri gusti e della nostra attitudine alla rivisitazione – e due brani inediti, uno più esplosivo (Keep Me Wild) e l’altro (Mary and the Fool) più delicato e sofferto. Ci siamo detti: vediamo come va! Questo è il nostro sound, queste sono le nostre radici, questi siamo noi.. ci chiamiamo Gospel Book Revisited, arriviamo da Torino e siamo una JamBluesBand.

Trovo che il vostro disco sia dotato di una bella carica di energia. Alle cover, preferisco gli inediti perché mi sembrano più istintivi, immediati, autentici. Insomma, mi sembrate meno ingabbiati e più liberi, più voi stessi. Cosa mi dici in proposito?

È così. Le cover sono divertenti e belle da interpretare, riarrangiare, suonare, stravolgere. I brani originali sono però ciò che più ci rappresenta e che più ci interessa: sono il nostro terreno di gioco favorito, il nostro trampolino di lancio ideale per quel che riguarda spontaneità, libertà, estro, scrittura e improvvisazione.

Musicalmente, chi tra voi è più incline ad introdurre nelle vostre composizioni o nelle cover un sound più morbido e chi quello più aggressivo ed energico? In altre parole, qual è il contributo di ognuno di voi nella fase creativa e compositiva?

Camilla è indubbiamente l’elemento più “morbido”, più soul della band! Io, assieme a Samuel, quello più aggressivo ed energico. Gian invece è la giusta via di mezzo tra potenza ed eleganza. Diciamo che ognuno di noi è fondamentale in fase creativa e che i diversi background, le diverse sensibilità risultano fondamentali sia per la nostra musica sia per il legame che ci unisce a tutti gli effetti come una famiglia.

Per tornare al vostro EP, non avete fatto una scelta delle cover da proporre, ma avete svolto una ricerca ben precisa, ragionata. Vero? E perché sono stati scelti quei brani?

La scelta delle cover è stata dettata dal desiderio di trovare quei brani che potessero mettere in luce, meglio di altri, la nostra natura e la nostra personalità. E se da un lato I Just Want to Make Love to You fa emergere il lato più blues della band e Clean Up Woman ne mostra l’inclinazione al soul e al funk, la virata hard di una gemma nascosta come I Don’t Know Her Name ne evidenzia invece l’aspetto più sporco, irruente e impattante. Compresa la tendenza a sperimentare e a giocare con distorsioni, effetti, alterazioni di voce e strumenti sulla scia di innovatori assoluti come Jack White e Tom Waits.

Tu sei musicista e scrivi per Guitar Club, ma sei anche un insegnante. Parlaci di questa tua attività.

Fin da ragazzino ho sempre alimentato e intrecciato le mie più grandi passioni: musica, letteratura e cinema. Nello specifico, da un lato, ho sempre scritto e letto moltissimo; dall’altro, ho sempre suonato, composto e dato vita a molteplici progetti musicali: dai Silvertrane (southern rock) a Giacomo Aime & The Bluedogs (folk, blues) a Lastandigreta (indie, musica d’autore), gruppo vincitore, proprio quest’anno, della prestigiosa targa Tenco per l’Opera Prima grazie all’album “Creature selvagge” (Sciopero Records). Da tempo, inoltre, oltre a collaborare attivamente per il magazine Guitar Club – che mi ha aperto molte porte e dato l’occasione di conoscere e intervistare alcuni dei miei più grandi eroi musicali (Luther Dickinson, Warren Haynes, Grant-Lee Phillips, Neal Casal, fra i tanti) – ho fondato, assieme ad alcuni fra i miei migliori amici, l’associazione altreArti e la JAM Sound School: un sogno divenuto realtà in cui didattica, musica e arte convivono perfettamente e appassionano ogni anno centinaia di bambini, ragazzi e adulti al rock in tutte le diramazioni.

Con mia grande sorpresa, ho notato una grande attenzione anche per l’aspetto estetico e comunicativo del vostro disco. Non è una cosa scontata soprattutto per un disco autoprodotto.

Un’autoproduzione non equivale per forza di cose a povertà di mezzi e risorse. Un’etichetta può costituire un aiuto prezioso, ma nulla potrà mai sostituire le idee, la freschezza e l’entusiasmo di una band compatta e determinata. E noi fin dall’inizio abbiamo concepito e curato il nostro EP dandogli tutto ciò che potevamo, definendone ogni dettaglio con l’attenzione e l’amore che un artista dedica alla propria opera. Ci siamo affidati a uno dei migliori fonici in circolazione, Dario Mecca Aleina; abbiamo scelto uno dei più ispirati arrangiatori e compositori della scena torinese (e non solo!), Alan Brunetta, come supervisore e mentore durante le sessioni di registrazione; abbiamo chiamato a raccolta una straordinaria equipe di creativi al fine di curare sia la nostra immagine (la fotografa Silvia Pastore; il webmaster Silvio Colombaro) sia la nostra promozione (lo studio di grafica e comunicazione Lulalabò, incarnato da Luca Aimeri e Laura Calvini). In tanti ci hanno consigliato di non investire troppe energie in un EP; di non perdere tempo con scatti professionali, video, press kit digitale e sito internet; di imboccare una strada piuttosto che un’altra.. noi semplicemente abbiamo fatto tutto il contrario. Ed è stato così che ci siamo avvicinati a persone e realtà fantastiche, come ad esempio AZ Blues (il nostro ufficio stampa) e Blues Made In Italy.

A questo punto, per chiudere, ci devi dare delle anticipazioni sul disco “lungo”, come lo hai definito tu. Ci saranno inediti e cover e cos’altro? E quando uscirà?

Il cosiddetto disco “lungo” è sicuramente uno dei nostri prossimi obiettivi. Abbiamo circa una ventina di inediti già pronti per essere registrati.. l’aspetto più complicato sarà quello legato alla scelta dei brani che andranno a comporre il lavoro. Non sappiamo ancora se incideremo o meno delle cover, quel che è certo è che la priorità sarà data alle composizioni originali. Potremmo tornare in studio già a partire dalla prossima primavera. Al momento però desideriamo muoverci, viaggiare e suonare il più possibile per promuovere “Won’t you keep me wild?”.

Avete concerti in programma? Dove?

Ci aspetta già un cospicuo nucleo di date per quel che riguarda il nostro “Stay Wild Tour”. Ecco i primi appuntamenti in programma: 27/10 Sofà Cafè (TORINO), 7/11 Il filo illogico (TORINO), 09/11 Mag Mell (ALESSANDRIA), 24/11 LAB (TORINO), 25/11 Bistrot Ramet (AOSTA), 29/11 Teatro Gobetti (SAN MAURO TORINESE), 08/12 L’Armadillo (COURMAYEUR), 09/12 Old Distillery (AOSTA), 23/12 Blah Blah (TORINO). E ti anticipo che stiamo già avviando i primi contatti per approdare al sud nello specifico in Calabria e Campania per il momento, ma ovviamente mi auguro di poter suonare anche in altre regioni.

Grazie Umberto per questa  bella chiacchierata. Ora non rimane che aspettare il prossimo disco, quello “lungo”, e se tanto mi da tanto sarà sicuramente interessante come lo è questo Won’t You Keep Me Wild?

In bocca al lupo.

Nicola Olivieri

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