Deep Purple: il canto del cigno

aprile 20, 2017 0 Comments Sudigiri
Deep Purple: il canto del cigno

 

Deep Purple  – Infinite (earMUSIC)

Sono sincero e ammetto che quando ho messo su il disco ero piuttosto prevenuto. Alla fine del primo ascolto ho pensato che a conti fatti il ventesimo disco in studio dei Deep Purple – universalmente considerati padri dell’hard rock insieme a Led Zeppelin e Black Sabbath – è un buon disco. Nel video registrato durante le sessione di “infinite”, il chitarrista Steve Morse sostiene che questo è il loro migliore album. Bene, se vuole crederlo è padrone di farlo, ma non è così. Almeno per me. Infinte non raggiunge le vette dei loro migliori lavori, ma sicuramente è un album che i fan apprezzeranno molto perché è Deep Purple al 100% con il loro inconfondibile sound, vero marchio di fabbrica da 50 anni.  Musicalmente parlando “infinite”, ripercorre tutta la loro carriera proponendo brani di chiara matrice progressive (esattamente come erano i loro primi album) e tipici pezzi rock con tastiere e assoli di chitarra in bella mostra. In alcuni momenti la voce di Ian Gillan, ancora incredibilmente solida e cristallina nonostante l’età, appare un tantino datata, ma perfettamente in linea con lo stile progr di brani come Birds of Prey e Time for Bedlam, che riportano piacevolmente l’ascoltatore, soprattutto i meno giovani, molto indietro nel tempo.  Il disco si chiude con un piccolo capolavoro, Roadhouse Blues, (si, proprio lo storico pezzo dei Doors), un blues tosto e pieno di energia che ti fa pensare che se i Deep Purple si fossero evoluti in quella direzione piuttosto che rimanere ancorati ai loro cliché avrebbero sicuramente scritto altre importanti pagine della storia del rock. Ma forse pretendo troppo da un gruppo storico che fa ancora sold out ai concerti nonostante l’età media dei suoi componenti compresa tra i 60 e i 70 anni.

 

 

Deep Purple – Made in Japan (ed. originale 1972 vinile su etichetta Purple Records – ed. rimasterizzata CD 1998 con bonus track su etichetta EMI)

Quarantacinque anni fa veniva pubblicato quello che sarebbe diventato uno dei dischi simbolo, se non addirittura il più famoso dei dischi di hard rock, della storia della musica moderna, Made in Japan. Uscì nel 1972 come album doppio registrato dal vivo durante una famosa tournee in Giappone di Ritchie Blackmore (chitarra), Ian Gillan (voce), Roger Glover (basso), Jon Lord (tastiete) e Ian Paice (batteria) ovvero i Deep Purple.  Il gruppo esordì nel 1968 con l’album Shades of Deep Purple, che insieme ai due dischi successivi collocavano la band nell’area del progressive rock inglese. È con il quarto album di studio, in Rock (considerato da molti il loro capolavoro) che i Deep Purple virano prepotentemente verso un rock più duro ed energico, che solcherà definitivamente la via per tutti i futuri gruppi dell’heavy metal. Da allora il suono della band non è mai cambiato e da subito è stato un vero e proprio marchio di fabbrica. La voce cristallina di Gillan, i riff e gli assoli taglienti e frenetici della chitarra di Blackmore, insieme all’indimenticabile organo Hammond del grande John Lord si innestano nel tessuto ritmico ordito dal basso di Glover e dalla batteria di Paice, creando un mix di elementi che si trasforma in una vera e propria miscela esplosiva soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Ed è proprio la dimensione live quella nella quale ancora oggi, dopo 50 anni di onoratissima carriera, i Deep Purple si esprimo al meglio e Made in Japan ne è la prova.  La formazione di quella tournee è considerata dai fan e dalla critica come un vero e proprio punto di riferimento nella storia del gruppo. L’album contiene solo sette brani distribuiti su 4 facciate, le cui versioni originali sono presenti nei precedenti  in Rock, Fireball e Machine Head. La band è in un gran forma, uno stato di grazia mai visto prima e tutte le esibizioni sono di un livello altissimo, così alto che brani come Smoke on the water, Child in Time e Highway Star sono divenuti più famosi nella versione di questo disco rispetto a quella originale in studio. La discografia dei Deep Purple si può dividere un due grossi tronconi: quella in studio e quella dal vivo. La prima è ben definita, sono 20 esatti,  ma quella dal vivo è praticamente sconfinata. Se sentite il bisogno di mettere in collezione più di un disco dei Deep Purple la scelta alla fine non sarà difficile: i già citati  in Rock, Fireball e Machine Head (a cui aggiungerei Burn), per la categoria in studio e senza ombra di dubbio questo Live in Japan per la categoria live, che da solo basta e avanza rispetto a tutti gli altri.

 

Nicola Olivieri

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