Emanuela Canepa: vincitrice della XXX edizione del Premio Calvino 2017

giugno 11, 2017 0 Comments Sedimenti 1046 Views
Emanuela Canepa: vincitrice della XXX edizione del Premio Calvino 2017

“L’animale femmina” è il titolo della sua opera prima

Emanuela Canepa è la vincitrice della XXX edizione del Premio Calvino, con l’opera prima “L’animale femmina”. Conosciamola meglio.

-Si aspettava un riconoscimento così importante alla prima opera?

“Cerco sempre di non enfatizzare l’esito finale di un processo a cui tengo, se non altro per evitare il sovraccarico d’ansia. Quindi la risposta è: no, ho cercato di non pensare a niente, anche perché l’attesa per il Calvino è lunga, vista la mole di lavoro che il comitato deve affrontare. Mi sono rifugiata in un atteggiamento mentale consolatorio da aurea mediocritas: vincere è troppo, sarebbe già bellissimo entrare in finale. Per cui la gioia è stata davvero potente.
Questo vuol dire che c’è speranza per gli esordienti anche se nati negli anni sessanta. Mai demordere.
Non faccio che ripeterlo anch’io, e direi che è uno degli elementi che concorre allo straordinario potenziale del Calvino. Non conta nulla se non la qualità di quello che scrivi. Il manoscritto va formattato in un plico in cui l’intestazione viene fornita dal PIC, e tra i dati obbligatori da inserire nel frontespizio c’è la data di nascita. Chiunque abbia letto sapeva quanti anni avevo, e non si è fatto influenzare. Del resto è cosa nota e verificabile anche dalla scelta dei finalisti nelle edizioni precedenti.”

-La protagonista del romanzo ha radice salernitane. Cosa la lega a questi luoghi?
“La famiglia materna. I miei nonni erano campani, e anche se la famiglia – legioni di fratelli e sorelle sia da parte di nonno che di nonna – emigrò quasi interamente a Roma tra i primi anni ’40 e il dopoguerra, la matrice è rimasta quella del Sud. Che conosco pochissimo, con mio grande dispiacere, ma con cui avverto il legame genetico.”

-La femmina è un’animale nel senso di naturale o di bestiale?
“Né l’uno né l’altro direi. È in senso tassonomico. L’antagonista di Rosita, la protagonista, è Ludovico Lepore, un vecchio avvocato cinico e misogino che pretende di incasellare ogni donna in una categoria sulla base della quale crede di poterne predire il comportamento.”

-Da cosa deve difendersi la donna oggi?
“Esulando dai casi patologici da cronaca nera – di cui non parlo per rispetto, è un tema troppo grave che compete a chi ha conoscenze cliniche e non a me – io direi che dovrebbero difendersi soprattutto da se stesse e dall’educazione che interiorizzano e, a loro volta, veicolano quando si fanno educatrici come madri. Ho molto rispetto verso quelle donne che subiscono il peso di limiti che vengono imposti con la violenza, perché lì difendersi è davvero difficile. Ma negli ambienti che mi capita di frequentare la violenza non è la norma, e in questi casi il limite è spesso autoimposto. Faccio solo un esempio che ho cercato di sviluppare nel romanzo: il diritto di ogni donna ad essere seducente senza secondi fini, se lo desidera. Come prova di vitalità, di pienezza, di gioia di vivere, in ultima analisi come libera espressione di sé. Viene praticato pochissimo. A me capita di vedere invece solo l’esercizio della seduzione come strategia, che punta a un secondo fine, quindi a ottenere qualcosa in cambio, oppure, ed è la maggioranza dei casi, la rinuncia per il timore di essere giudicate. L’unica seduzione riconosciuta è quella utilitaristica, quindi le donne che un secondo fine non ce l’hanno se ne tengono lontane solo per il timore di essere etichettate di conseguenza. A me sembra un limite alla nostra libertà. Ma è solo un esempio fra mille.”

-Quando ha iniziato a scrivere, e quali autori l’hanno più influenzata?
“Una domanda a cui è davvero difficile dare una risposta sintetica, specie la seconda parte. Per la prima me la cavo meglio. Ho sempre scritto, ma non ci ho creduto davvero fino a un paio di anni fa. La prima scrittrice che ho riconosciuto come madre – il che è curioso perché credo che poche donne siano state più estranee di lei al materno – è Marguerite Yourcenar. Un legame viscerale, poco prima dei vent’anni, talmente forte che oggi avrei il terrore a rileggere un suo libro. Non potrei sopportare il cambio di prospettiva che tocca spesso quello che hai letto trent’anni prima. Se dovessi cercare un corrispettivo italiano, direi che ci va vicino la straordinaria potenza di fuoco della lingua di Elsa Morante. A proposito di donne libere, i personaggi della Morante sono archetipi incredibili.
Poi ho sempre avuto una debolezza esagerata verso tutta la letteratura del XIX secolo, con un’incursione di un paio di decenni nel XVIII perché non potrei mai lasciare fuori Jane Austen. A vent’anni Dostoevskij è stato fondamentale. Dopo i quarant’anni ho adorato Victor Hugo.
Oggi amo soprattutto certe scrittrici nordamericane e britanniche nate tra il ’30 e il ’40, non so perché la loro lingua mi emozioni così tanto, o perché conti in questo modo la nascita in quel periodo. Alice Munro, soprattutto. Ma anche Marilynne Robinson, Edna O’Brien, Margaret Atwood, Antonia Byatt, Joan Didion. Ci sono anche un paio di scrittrici francesi più giovani che mi piacciono molto: Delphine De Vigan e Maylis de Kerangal. E siccome sono tutte donne, per riequilibrare vorrei dire che uno dei romanzi che ho apprezzato di più in questi ultimi anni è stato Stoner di John Edward Williams. Nessun italiano finora, a parte la Morante, quindi li metto in chiusura. Mi diverto moltissimo con i classici, l’ho già detto: Fogazzaro, Tomasi di Lampedusa, De Roberto, Pirandello, Calvino, Buzzati, Svevo, ma credo di aver letto per intero perfino un libro di Carolina Invernizio, per dire che la mia è proprio una perversione. Scrittori più recenti che per quel che mi riguarda lasciano sempre un segno sono Aldo Busi, Walter Siti ed Erri De Luca. Di recente poi ho apprezzato moltissimo Rossella Milone e Laura Liberale.”

-Ora l’aspetteranno tutti al varco per la seconda opera. Ne è cosciente?
“Tenuto conto che questo romanzo è ancora inedito e che, ammesso che trovi un editore, dovrà passare per tutta la lunga trafila della pubblicazione, devo essere sincera: è l’ultimo dei miei pensieri.”

-Lavora all’Università di Padova. Di cosa si occupa?
“Seguo un comparto speciale della biblioteca di psicologia in cui lavoro, la sezione test. E mi occupo anche molto di ricerca bibliografica su risorse digitali specialistiche e didattica della ricerca.”

-Come vede il mercato editoriale attuale, e cosa può suggerire a chi ha desiderio di pubblicare?
“Sono davvero ancora troppo inesperta per fare dichiarazioni sensate o seriamente documentate. Posso solo dire che per me sono state fondamentali le scuole di scrittura che ho frequentato. La Palomar di Rovigo diretta da Mattia Signorini e la Virginia Woolf di Padova della libreria Lìbrati, sia come contenuti che come comprensione di meccanismi editoriali.”

-Quali poster erano attaccati alla parete della sua camera quando era adolescente?
Non me ne ricordo nemmeno uno, e in effetti credo di non averne avuti.

Giorgio Coppola

 

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