Trivelle a mare, la mobilitazione continua

settembre 10, 2016 0 Comments Ambiente 116 Views

GOLETTA VERDE: “DISMETTIAMO LE PIATTAFORME”-

Dopo la consultazione popolare del 17 aprile, orfana del quorum, apparentemente sembrava calato l’oblio sulla questione delle trivelle marine. I promotori avevano chiesto il voto per non rinnovare le concessioni alle piattaforme ubicate entro le 12 miglia dalla costa. Il referendum aveva avuto anche, se non soprattutto, lo scopo di spingere il governo a pronunciarsi sul futuro della politica energetica del paese. Finora nulla di tutto questo è apparso concretamente all’orizzonte.

Ha però battuto recentemente un colpo Legambiente con la presentazione del dossier #Dismettiamole di Goletta Verde.
L’associazione ambientalista snocciola dati e cifre a sostegno della tesi che la corsa all’estrazione dell’oro nero nei mari italiani sia tutt’altro che in declino.

In Adriatico circa 160 tra piattaforme e pozzi hanno terminato o quasi la loro attività produttiva, ma di chiusura e smantellamento non se ne parla. Che non sia la mancanza di volontà di affrontare gli oneri di dismissione, pur previsti contrattualmente, da parte delle compagnie petrolifere?
Attualmente nei mari italiani, in seguito ad una settantina di concessioni di coltivazione di gas e petrolio, sono posizionate ben 135 piattaforme e 729 pozzi.

Nel corso della presentazione del dossier di Goletta Verde a Marina di Ravenna, il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti ha dichiarato: “Più volte hanno provato a rassicurarci ma, come volevasi dimostrare, nuovi pozzi, dentro e fuori le aree vincolate, e nuove attività di ricerca, estrazione e prospezione continuano a mettere a rischio il mar Adriatico, lo Ionio, il Canale di Sicilia e il mar di Sardegna. Occorre evitare che nuovi tratti di mare siano coinvolti dall’impatto di queste attività, ma riteniamo sia giunto anche il momento di mettere in campo una strategia che si ponga l’obiettivo di dismettere le piattaforme presenti nel mar Mediterraneo e in quello italiano in particolare. In altre parti del mondo questo processo di cambiamento è già cominciato, basti pensare alle vicine Francia e Croazia che stanno dando il via ad una moratoria generale. L’Italia invece rimane l’unica ad avere un così alto numero di attività vicine alla propria costa a vantaggio esclusivamente delle compagnie petrolifere, perché è evidente che, in gran parte, si tratta di impianti assolutamente non strategici né dal punto di vista energetico, né economico, mentre continuano a tutti gli effetti a mettere a rischio l’ecosistema marino e le altre attività legate al mare”.

In effetti le cifre sono da capogiro. In totale sono più di settemila i chilometri quadrati di mare (più della intera provincia di Salerno) destinati alle attività̀ di ricerca. Trentadue sono invece le istanze di permesso di ricerca sul tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico che potrebbero nel giro dei prossimi anni terminare il loro iter procedurale andando ad interessare ulteriori quindicimila kmq di mare.
Rientrano infine tra le future possibili minacce per quasi 95mila chilometri quadrati di mare italiano anche le otto istanze di permesso di prospezione con indagini geofisiche altamente impattanti in quanto da eseguire mediante la tecnica dell’air-gun. Tale procedimento consiste in sostanza nello sparare aria compressa in acqua producendo onde che si propagano nel fondale, con elevati picchi di pressione particolarmente dannosi per l’ambiente marino, specialmente per i cetacei.

Concludiamo con le parole di un’altra autorevole voce ambientalista: “Ci auguriamo – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni – che venga intrapreso al più presto un serio percorso di confronto tra tutti i soggetti competenti per ragionare in maniera lungimirante su quale debba essere il futuro ambientale, energetico ed occupazionale del nostro Paese nei prossimi decenni. Al contrario del settore petrolifero, che rischia il fallimento a causa del calo dei consumi e del crollo del prezzo del petrolio, i settori delle rinnovabili e dell’efficienza sono in forte crescita e con norme e politiche adeguate potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro, circa 10 volte di più di quanto riesce a fare il settore petrolifero oggi. Numeri e prospettive che non possono lasciare indifferenti e il progressivo smantellamento delle piattaforme potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova era, anche dal punto di vista occupazionale”.

Vincenzo Iommazzo

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