Quel mare di plastica

dicembre 21, 2017 0 Comments Ambiente 152 Views
Quel mare di plastica

ENEA illustra i danni per l’ ecosistema e i possibili rimedi- Vincenzo Iommazzo

Il mondo moderno non può fare a meno della plastica per le qualità che ne hanno consentito la rapida diffusione ed applicazione – leggerezza, resistenza e costi di produzione contenuti. Purtroppo queste stesse peculiarità rappresentano oggi l’origine di danni ambientali crescenti, soprattutto in ambienti marini.

Secondo gli studi presentati poco tempo fa a Roma da ENEA in collaborazione con Accademia dei Lincei e Forum Plinianum, oltre l’80% dei rifiuti raccolti sulle spiagge italiane (dove è stata stimata la presenza di almeno 100 milioni di cotton fioc) è rappresentato da plastiche che minacciano l’ecosistema e la salute dell’uomo. In alcune località sono stati rinvenuti fino a 18 oggetti di plastica per metro quadro. Il Mar Mediterraneo, in particolare, non è ancora agli stessi livelli del Pacific Trash Vortex, l’isola di plastica nell’Oceano Pacifico, ma la plastica rappresenta già un problema ambientale da quantificare, conoscere ed affrontare: un rapporto UE del 2015 stima nel Mare Nostrum oltre 100mila pezzi di plastica per kmq.

Sotto la lente d’ingrandimento dell’Agenzia anche le fonti d’inquinamento da microplastiche di dimensioni inferiori a 5mm che non vengono trattenute dagli impianti di depurazione delle acque reflue. Prodotti di degradazione delle plastiche sono stati rinvenuti anche nel fegato di spigole e microplastiche persino nel sale da cucina: uno studio condotto sul pescespada, ha evidenziato che nei contenuti stomacali di alcuni esemplari sono stati ritrovati rifiuti marini che riflettono le tipologie di plastiche maggiormente presenti in ambiente marino.

Secondo alcuni studi, sono 700mila le microfibre di plastica scaricate in mare da un solo lavaggio di lavatrice e 24 le tonnellate di microplastica provenienti dai prodotti cosmetici di uso quotidiano che ogni giorno riversiamo nei mari europei e che entrano nella catena alimentare. Gravosi, inoltre, i costi per la società: secondo l’UNEP (United Nations Environment Programme) l’impatto economico derivato dai rifiuti nei mari del Pianeta è di 8 miliardi di euro l’anno e la spesa europea per la pulizia annuale delle spiagge è stimata in circa 412 milioni di euro.

Il worskhop ENEA dal titolo “Marine litter: da emergenza ambientale a potenziale risorsa” ha rappresentato non solo l’occasione per far conoscere i risultati delle attività di ricerca nel settore, ma anche l’aggiornamento sulle attività scientifiche per la caratterizzazione e il riutilizzo delle plastiche, l’adeguamento della normativa, i programmi di gestione sostenibile e le iniziative intraprese a livello locale.

Nel corso del convegno è stato messo in evidenza che la caratterizzazione qualitativa e quantitativa dei materiali polimerici può rappresentare il punto di partenza per una loro gestione sostenibile: dal recupero, al trattamento fino al riciclo. Un circuito virtuoso di riciclaggio, un mix di strategie all’insegna del “riutilizzo-riuso-riciclo”, in grado di valorizzare le potenzialità dei materiali a fine vita, oggi in massima parte sottovalutate. E proprio le ricerche condotte dall’ENEA per caratterizzare le plastiche raccolte lungo le spiagge e in mare hanno rivelato che la maggior parte di esse è costituita da polimeri riciclabili in nuovi oggetti commercializzabili, potendosi trasformare da rifiuto a risorsa economica.
Per il ricercatore ENEA Loris Pietrelli “la presenza delle plastiche in mare è in larga parte dovuta a una scorretta gestione dei rifiuti solidi urbani, alla mancata o insufficiente depurazione dei reflui urbani, a comportamenti individuali quotidiani inconsapevoli. Così facendo il rischio di trasformare i nostri mari in discariche è molto elevato. Secondo alcune ipotesi, entro il 2050 nel mare avremo più plastica che pesci”.
Scongiurare questo scenario catastrofico deve essere obiettivo di tutti. La questione comprende tutte le fasi, dalla produzione allo sviluppo dei materiali, fino al loro utilizzo e smaltimento, coinvolgendo usi e costumi della nostra società. E lo stesso Pietrelli che conclude con uno slogan illuminante: “Non è più accettabile che si utilizzino alcuni oggetti per il solo tempo necessario a bere una bevanda”.

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