Il sacchetto della discordia

gennaio 9, 2018 0 Comments Ambiente 308 Views
Il sacchetto della discordia
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Costo o opportunità?- di Vincenzo Iommazzo

Oggi nessuno più chiama pomo una mela, ma sembra che si stia rinnovando il mito del pomo della discordia, ovvero la mela lanciata da Eris, dea della discordia, appunto, sul tavolo dell’Olimpo ove si stava svolgendo un banchetto. Eris, per vendicarsi del mancato invito alla festa, aveva inciso sul pomo la frase “Alla più bella”, causando così una lite furibonda fra le divinità Era, Afrodite e Atena. Zeus, prudentemente, si astenne dal pronunciarsi e chiese il parere di Paride: si sa come andò a finire.

Dal primo gennaio di quest’anno il ruolo del pomo se lo è assunto il nuovo sacchetto di plastica biodegradabile e compostabile a pagamento, monouso e obbligatorio per imbustare frutta, verdura, pane, carne, pesce, scatenando una netta divisione tra i consumatori.
Tra i favorevoli, in testa ovviamente il Ministero Ambiente per il quale “l’entrata in vigore della normativa sugli shopper ultraleggeri è un atto di civiltà ecologica che pone l’Italia all’avanguardia mondiale nella protezione del territorio e del mare dall’inquinamento da plastiche e microplastiche, “. Secondo il ministro Galletti, poi, “le polemiche sul pagamento di uno o due centesimi a busta sono solo un’occasione di strumentalizzazione elettorale dato che appare evidente che si tratta di una operazione-trasparenza voluta dal Parlamento nel 2017, attuando una direttiva europea di due anni prima”.

Anche per Legambiente si tratta di una legge giusta che contribuisce ad abbassare la quantità di plastiche non gestite correttamente ed un passo avanti nella risoluzione dei problemi dell’inquinamento da rifiuti e dei cambiamenti climatici. L’Unione Europea spende 500 milioni di euro ogni anno per far fronte all’emergenza microplastiche in mare, probabilmente la misura in attuazione aiuterà a far diminuire quest’onere che grava sulle spalle di tutti i cittadini europei.

Il Codacons, però, parla di una tassa occulta. In effetti, anche prima, gli imballaggi dei prodotti alimentari avevano un costo non riportato espressamente sullo scontrino, ma che veniva spalmato (non è dato sapere con quali criteri) sul prezzo della merce acquistata. Oggi il costo dei sacchetti va ad aggiungersi a quello già precedentemente caricato e quindi non è vero che per il nuovo shopper si spendano soltanto due centesimi o su di lì.

Ancora Legambiente definisce “una fantasia di chi non conosce il mercato delle bioplastiche” la questione del monopolio di Novamont, azienda a cui si deve l’invenzione del Mater-Bi (materiale plastico biodegradabile e compostabile), accusata di essere vicina al partito democratico e da questo favorita. “Una volta tanto l’Italia ha una leadership mondiale sul tema della chimica verde, grazie ad una società che è stata la prima 30 anni fa a investire in questo settore, e che negli ultimi 10 anni ha permesso di far riaprire impianti chiusi, riconvertendoli in filiere che producono biopolimeri innovativi che riducono l’inquinamento”.

Scende in campo perfino Matteo Renzi, segretario del PD, ricordando che in Italia ci sono circa 150 aziende che fabbricano sacchetti prodotti da materiale naturali e non da petrolio. Hanno quattromila dipendenti e circa 350 milioni di fatturato, si dovrebbe auspicare la nascita di nuove aziende nel settore della Green Economy senza lasciare il futuro nelle mani dei nostri concorrenti internazionali. I posti di lavoro del domani sono in settori come questi, vanno creati e coltivati.

I sacchetti sono a pagamento ragiona Michele Buonomo – presidente Legambiente Campania – per sottolineare che questo oggetto non elimina del tutto i rifiuti, allora a rigor di logica è giusto che si possa rendere riutilizzabile, almeno per la frutta e la verdura al fine di ridurne comunque il consumo. Magari con una circolare ministeriale (Ambiente e Salute) che permetta in modo chiaro, a chi vende ortofrutta, di accogliere sacchetti riutilizzabili. Il problema al momento è lo scontrino con il prezzo, che viene incollato sopra e che non è biodegradabile. Bisognerebbe trovare un sistema diverso: non attaccarlo direttamente sulla plastica o produrre etichette compostabili, oppure impiegare retine, pratica già in uso nel nord Europa.

Le reti o le buste di carta potrebbero essere una alternativa ai bioshopper, ma dipende dagli alimenti. Le reti non trattengono, per esempio, la terra di alcune verdure o i liquidi delle olive. Le buste di carta hanno lo stesso problema: se ci metti cose umide non arrivano alla cassa, si rompono prima. La cooperativa consumatori Coop Svizzera con sede in Basilea distribuisce, in alternativa ai sacchetti, buste riutilizzabili per frutta e verdura chiamate Multi-Bag, sistema che si potrebbe sperimentare in Italia nei prossimi mesi, su un campione mirato.
Sono tutti aspetti migliorabili così come la normativa. Il dibattito è destinato a durare, almeno fino a quando non prenderà il sopravvento la sensibilità ambientale dei consumatori. Probabilmente sarebbe stato opportuno da parte del Governo preparare i cittadini al cambiamento dei comportamenti in senso ecologico, con campagne di comunicazione per illustrare la novità e le caratteristiche del provvedimento.
Intanto si può riflettere in merito a quanto sottolineato da Donatella Bianchi, presidente Wwf Italia: “È un paradosso quello di utilizzare un materiale come la plastica, che può restare nell’ambiente da 15 a ben 1000 anni, per la creazione di oggetti usa e getta dal ciclo vitale assai breve”. Sullo stesso punto il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti si dice convinto che “il miglior rifiuto è sempre quello che non si produce”, ma qui si apre il discorso dell’economia circolare che prima o poi bisognerà affrontare con competenza e visione strategica.
A tal proposito fa ben sperare la decisione della Commissione europea di varare un pacchetto di nuove misure ad hoc che verranno proposte a Strasburgo il 16 gennaio prossimo in occasione della prima riunione annuale dell’Europarlamento. Dopo i sacchetti, nel mirino anche gli imballaggi, le stoviglie monouso e le microplastiche presenti in prodotti come detersivi e cosmetici. Un importante passo verso l’armonizzazione di norme e la riqualificazione di industrie del comparto interessato, verso un mercato sempre più sensibile alla conservazione di un ambiente sano ed ecosostenibile.

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